Isaac Asimov. L'Orlo della fondazione



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vorio delle Fondazioni.
A quali colpi di scena e a quali imprevisti siano destinati

gli eroi di Foundation's Edge lo scopriranno i lettori di que-

sto ponderoso romanzo, che da solo eguaglia in lunghezza le

prime tre parti del ciclo.


L'altra cosa notevole, nella saga di Asimov, è l'assenza di

extraterrestri, sebbene in questo nuovo romanzo si affaccino

sulla scena i robot (protagonisti di un altro celebre ciclo).

Perché nella galassia asimoviana non ci sono aliens? La ri-

sposta storica, più volte fornita dallo stesso autore, è che se

avesse inserito degli extraterrestri questi avrebbero dovuto

inevitabilmente soggiacere al dominio umano, perché tale

era il punto di vista di Campbell. Ma dato che Asimov non

era, diciamo così, altrettanto "sciovinista", preferì rinuncia-

re agli alieni e popolare il suo cosmo di soli uomini. Questo


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"accidente" conferisce alla saga uno spessore tutto particola-

re: è veramente una storia dell'uomo diffusa su scala spazia-

le; è un'epica cosmica dove nell'impossibilità di proiettare le

sue paure o le sue aspettative sul "diverso" I'uomo deve mi-

surarsi con se stesso. Questa angolazione fornisce all'opera il

suo tratto più originale e un sapore di stampo "illumini-

St iCO
Ma è tempo di concludere i preamboli e di avventurarci

con Isaac Asimov, in una galassia di soli uomini, dove, fra

parecchi millenni, si svolgerà una grandiosa avventura. Ec-

coci atterrati sul pianeta Terminus, dal clima piacevolmente

temperato... La storia continua.

Giuseppe Lippi
L'orlo della fondazione

PROLOGO
Il Primo Impero Galattico stava crollando.


Erano secoli che si stava sgretolando e disfacendo, e

solo un uomo si rendeva pienamente conto dellá cosa.

Quell'uomo era Hari Seldon, I'ultimo grande scienzia-

to del Primo Impero. Era stato lui a perfezionare la

psicostoria, ovvero la scienza del comportamento u-

mano espressa in equazioni matematiche.


Il singolo individuo è imprevedibile, ma le reazioni

delle masse, scoprì Seldon, possono essere studiate

statisticamente. Più grandi sono le masse, più grande è

la precisione che si può ottenere nei calcoli. E le masse

umane che Seldon prese in considerazione erano quel-

le di tutti i milioni di mondi abitati della Galassia.


Le equazioni di Seldon dicevano che, se lasciato a se

stesso, I'Impero sarebbe crollato, e che si sarebbero

avuti almeno trentamila anni di miseria e sofferenze

prima che dalle rovine nascesse un Secondo Impero.

Tuttavia, Se qualcuno fosse riuscito a modificare alcu-

ne delle condizioni esistenti, I'Interregno avrebbe po-

tuto essere ridotto a un periodo di appena mille anni.
Fu per questo motivo che Seldon diede vita a due co-

lonie di scienziati che chiamò «Fondazioni«. Di prop~

sito le collocò «ai lati opposti della Galassia«. La Pri-

ma Fondazione, il cui fulcro erano le scienze fisiche,

nacque alla luce del sole, e l'avvenimento ebbe larga

risonanza. Non fu fatta parola invece dell'esistenza

F~
I I della Seconda Fondazione, un mondo di scienziati

· mentalici esperti di psicostoria.


Nella Trilogia della Fondazione è raccontata la storia

dei primi quattro secoli di Interregno. La Prima Fon-

dazione (comunemente nota col semplice nome di

«Fondazione«, dato che quasi nessuno conosceva l'esi-

stenza dell'altra) era all inizio una piccola comunità

persa tra gli spazi vuoti della Periferia Esterna della

Galassia. Periodicamente affrontava una crisi, deter-
minata dall'accavallarsi delle variabili relative ai rap-

porti fra gli uomini e alle correnti sociali ed economi-

che del momento. La sua libertà di azione si dipanava

lungo una sola e ben precisa linea che, se seguita, per-

metteva lo schiudersi di nuovi orizzonti di sviluppo.

Tutto era stato pianificato da Hari Seldon, morto or-

mai da tempo.
La Prima Fondazione, con la sua scien~.a superiore,

conquistò i pianeti barbari che la circondavano. Af-

frontò gli anarcoidi Signori della guerra che si erano

staccati dall'Impero in decadenza e li sconfisse. Af-

frontò il resto dell'Impero stesso, unito sotto il suo ul-

timo forte imperatore e sotto il suo ultimo forte gene-

rale, e lo scon~isse.
Pareva che il «Piano Seldon~> procedesse alla perfe-

zione, e che niente potesse impedire la nascita, a tem-

po debito, del Secondo Impero, dopo un periodo inter-

medio il meno turbolento possibile.


Ma la psicostoria è una scienza statistica. Esiste

sempre la possibilità che qualcosa vada storto, ed ef-

fettivamente qualcosa successe, qualcosa che Hari Sel-

don non avrebbe mai potuto prevedere. Dal nulla ap-

parve un uomo chiamato «il Mulo«. Aveva poteri men-

tali in una Galassia che ne era carente. Era in grado di

manipolare i sentimenti degli uomini-e di conaiziona-

re le loro menti in modo che i suoi più acerrimi nemici

si trasformavano in servitori devoti. Gli eserciti non

potevano, non volevano combatterlo. La Prima Fonda-

zione crollò. Il Piano Seldon pareva destinato al falli-

mento.
Rimaneva però la misteriosa Seconda Fondazione

che era stata colta alla sprovvista dall'apparizione im-

provvisa del Mulo, ma che adesso, lentamente, stava

elaborando il contrattacco. La sua mi~lior arma di di-

fesa era il fatto che nessuno conosceva la sua ubicazio-


. Il Mulo la cercò per completare la sua conquista

della Galassia. I componenti della Prima Fondazione


~che non si erano arresi al Mulo la cercarono per chie-

~dere aiuto.


~` Né l'uno né gli altri la trovarono. Il Mulo fu fermato

prima dall'azione di una donna, Bayta Darell, e questo

diede alla Seconda Fondazione il tempo di organizzare

una difesa adeguata e di neutralizzare definitivamente


.i~ il Mulo. A poco a poco, la Seconda Fondazione si pre-

parò a rimettere in vigore il Piano Seldon.


E Ma, in un certo senso, era uscita allo scoperto. La

Prima Fondazione saPeVa dell'esistenza della Secon-

da, e rifiutava l'idea d~i un futuro di cui i mentalisti sa-
~' rebbero stati i supervisori. La Prima Fondazione era
~ superiore in quanto a forza, e la Seconda si trovava in
E~ svantaggio non solo Der questo, ma anche per il fatto

di dover affrontare, oltre al compito di fermare la Pri-

ma, il compito di riconquistare il proprio anonimato.
E questo scopo la Seconda Fondazione lo ottenne
~ sotto la guida di Preem Palver, il suo più grande «Pri-
,~ mo Oratore«. Apparentemente fu la Prima Fondazione

a vincere, a sconfi~gere la Seconda, ad acquistare sem-

pre più potere nelra Galassia. Ignorava però che l'altra
- Fondazione non era affatto scomparsa.
-i~ Sono trascórsi ora quattrocentonovantotto anni dal-
- la nascita della Prima Fondazione. Essa è al culmine

della sua potenza, ma un uomo si rifiuta di credere al-

le apparenze...
PRIMA PARTE

Il consiglicr~


--Non ci credo, naturalmente--disse Golan Trevize,

contemplando dall'ampia scalinata del Seldon Hall la

città, che scintillava alla luce del sole.
Terminus erà un pianeta dal clima mite, con un favore-

vole.rapporto acqua-terra L'introduzione del controllo

atmosferico l'aveva reso ancora più confortevole ma me-

no interessante, almeno agli occhi di Trevize.


--Non ci credo minimamente--ripeté, e sorrise. I suoi

denti bianchi e regolari brillarono sulla faccia giovane.

Il suo compagno e collega consigliere, Munn Li Com-

por, che aveva adottato il secondo nome Li sfidando la

tradizione di Terminus, scosse la testa, visibilmente a di-

sagio.--In cosa non credi? Nel fatto che abbiamo salvato

la città?
Oh, ci credo, sì. Perché l'abbiamo salvata vero? E

Seldon disse che l'avremmo salvata, e che sarelbe stato

giusto farlo, e sapeva tutte queste cose già allora, cinque-

cento anni fa.

Compor abbassò la voce e disse, quasi in un sussurro:
--Senti, con me puoi anche parlare in questo modo, tan-

to le prendo come semplici chiacchiere, ma se ti esprimi

a voce alta in mezzo alla gente sentiranno anche altri, e

non ho nessuna voglia di trovarmi vicino a te quando il

fulmine colpirà. Non sono così sicuro che la sua mira sia
precisa.
Trevize continuò a sorridere, impertúrbabile.--Che

male c'è a dire che la città è stata salvata? E che l'abbia-

mo salvata senza guerre?
--Non c'era nessuno da combattere--disge Compor.

Aveva i capelli biondo chiaro, gli occhi azzurro cielo, e

aveva sempre resistito alla tentazione di cambiare quei

colori così fuori moda.


--Non hai mai sentito parlare di guerra civile, Com-

por?--disse Trevize. Era alto, aveva i capelli neri lieve-

mente ondulati, e l'abitudine di camminare con i pollici

infilati nella fusciacca di fibre morbide che indossava

sempre.
--Una guerra civile per decidere quale debba essere la

capitale?


--11 problema è stato abbastanza serio da determinare

una Crisi di Seldon. La carriera politica di Hannis è stata

distrutta. Tu e io siamo finiti candidati alle ultime elezio-

ni del Consiglio e la questione è rimasta in sospeso--e

imitò con la mano il lento movimento di una bilancia che

si assestasse in posizione di riposo.


Si fermò sulle scale, dimentico degli altri componenti il

governo, dei media e dei membri del bel mondo vestiti

all'ultima moda, che avevano brigato per ottenere l'invi-

to ad assistere al ritorno di Seldon (o, per meglio dire, al

ritorno della sua immagine).
Tutti, scendendo le scale, parlavano, ridevano, esalta-

vano la perfezione di ogni cosa, si beavano dell'approva-

zione di Seldon.
~!F' `'
~,, Trevize rimase fermo e lasciò che la folla sciamasse via.

Compor, che aveva fatto due passi avanti si arrestò. I due


~; sembravano trattenuti da una fune invisibile.--Non vie-

ni?--disse Compor.


~' --Non c'è fretta. La riunione del Consiglio non inizierà

fino a che il sindaco Branno non avrà illustrato la situa-


~' zione con i suoi modi risoluti e la sua lentezza da una-sil-
.il laba-alla-volta. Non sono affatto ansioso di sorbirmi un

~ altro noiosissimo discorso. Guarda la città!

F; --La vedo. E uguale a com'era ieri.
--Sì, ma tu l'hai vista cinquecento anni fa, quando fu

fondata?
Quattrocentonovantotto--lo corresse istintivamen-

te Compor.--Fra due anni si celebrerà il mezzo millen-

nio, e il sindaco Branno sarà ancora in carica e lotterà co-~


I\ ~ me ora per impedire il verificarsi di improbabili avveni-
1~ menti negativi.
--Speriamo--disse secco Trevize.--Ma a cosa asso-

migliava questo posto cinquecento anni fa, quando fu

fondato? Era una città. Una piccola città abitata da un

gruppo di uomini che preparavano un'Enciclopedia che

non mai finita!
--Ma sì che fu finita.
--Tu ti riferisci all'attuale Enciclopedia Galattica.

Quella non è l'Enciclopedia alla quale lavoravano loro:


1~ questa si trova in un computer e viene corretta quotidia-

namente. Hai mai dato un'occhiata all'originale incom-

pleto?
--Intendi quello del Museo Hardin?
--Il Museo Salvor Hardin delle Origini. Di' il nome

completo, per piacere, visto che sei cos~ pignolo riguardo

alle date. Gli hai dato un'occhiata?
--No. Dovrei?
--No, non ne vale la pena. In ogni modo, questi enci-

clopedisti formavano il nucleo della città, una città picco-

la in un mondo praticamente privo di metalli che girava

intorno a un sole isolato dal resto della Galassia. Un sole

ai margini, proprio ái margini estremi. E adesso, cinque-

cento anni dopo, siamo un mondo periferico. Un immen-

so parco, con tutto il metallo che si vuole. Siamo al cen-

tro di tutto, ora!


--Non proprio--disse Compor.--Giriamo ancora at-

torno a un sole isolato dal resto della Galassia. Siamo

sempre ai suoi margini estremi.

--Ah no, lo dici senza pensare. Sta proprio qui il succo

della piccola Crisi di Seldon che abbiamo appena attra-

versato. Siamo qualcosa di più del singolo pianeta chia-

mato Terminus. Siamo la Fondazione, che arriva coi suoi

tentacoli in tutte le parti della Galassia e la governa pur

standone agli estremi confini. Possiamo farlo perché non

siamo isolati, a parte che per la posizione, che però non

conta.
--E va bene. Hai ragione.--Compor era chiaramente

poco interessato, e scese un altro scalino. La corda invisi-

bile tesa fra di loro si allungò un poco.
Trevize allungò una mano come per indurre il suo com-

pagno a risalire gli scalini.--Non afferri il significato,

Compor? C'è quest'enorme cambiamento, ma noi non l'

accettiamo. Nel nostro cuore siamo rimasti attaccati alla

piccola Fondazione, al piccolo mondo dei tempi antichi, i

tempi dei ferrei eroi e dei nobili santi che sono scomparsi

per sempre.
--Ma va' là!
--Dico sul serio' Guarda Seldon Hall. All'epoca delle

prime crisi e di Salvor Hardin era solo la Volta del Tem-

po, un piccolo auditorio in cui appariva l'immagine olo-

grafica di Seldon. Nient'altro. Adesso è un mausoleo co-

lossale, ma c'è forse una scala mobile attivata da un cam-

F° di fona? O uno scivolo? O un ascensore gravitaziona-

le? Macché. Non servirebbero, perché all'epoca di Salvor

Hardin non si parlava di giacimenti di metallo nel piane-

ta, né di metallo importato. Abbiamo perfino tirato fuori

vecchia plastica ingiallita dal tempo quando abbiamo co-

struito quest'enorme edificio, tutto perché i visitatori

provenienti dagli altri mondi si fermassero a dire: Per la

galassia! Che deliziosa vecchia plastica! Te lo dico io, Com-

por, è tutta una messinscena.


--E a questo allora che non credi? A Seldon Hall?
--E a tutto il suo contenuto--disse Trevize a bassa vo-

ce, convinto.--Credo proprio che non abbia senso stare

nascosti qui ai margini dell'Universo solo perché lo face-

vano i nostri antenati. Penso che dovremmo stare nel

cuore della Galassia, al centro degli avvenimentf.
--Ma Seldon dice che qui sbagli. Il Piano funziona co-

me previsto.


--Lo so, lo so. E su Terminus si insegna ai bambini fin

da piccoli che Hari Seldon elaborò un Piano, previde tut-

to quanto cinque secoli fa, creò la Fondazione in modo da

~ter riconoscere certe crisi, e ci guidb attraverso mille


q~Sni di storia così che potessimo fondare senza rischi un

~econdo e più grande Impero Galattico sulle rovine della

~ecchia struttura decrepita, crollata cinque secoli fa, e di-

~ggregatasi completamente due secoli fa.


--Perché mi dici tutte queste cose, Golan?
Perché voglio che tu capisca che è una messinscena.

E tutta una messinscena. Oppure, se anche era una realtà

all'inizio, ora non lo è più. Non siamo i padroni di noi

stessi. Non siamo noi che seguiamo il Piano.


Compor guardò l'altro con occhi scrutatori.--Hai fatto

discorsi di questo tipo altre volte, ma ho sempre pensato


~ ~ che tirassi fuori teorie ridicole per stuzzicarmi. Adesso in-

r vece, per la Galassia, penso che parli sul serio.


Certo che parlo sul serio!
--Com'è possibile? O hai scelto un modo abbastanza

complicato per prenderti gioco di me, o sei pazzo.


1 --Né l'una né l'altra cosa--disse Trevize, tranquillo, e

infilò i pollici nella fusciacca come se non avesse più biso-

gno di gesticolare per sottolineare le sue convinziopi.--
~' E vero, ho già riflettuto in passato sulla faccenda, ma al-

lora si trattava di semplici intuizioni. Stamattina però,

quella farsa là dentro mi ha all'improvviso chiarito tutto,

e quando sarà il mio turno di parlare intendo esporre

francamente le mie opinioni al Consiglio.
Sei veramente pazzo!--disse Compor.
--Ah sì? Vieni con me e sentirai.
I due scesero le scale. Erano rimasti gli unici; tutti gli

altri se n'erano andati. Mentre Trevize precedeva l'amico

di qualche passo, Compor mosse in silenzio le labbra ri-

volto alla schiena dell'altro e disse in silenzio--Stupido!


Il sindaco Harla Branno richiamò all'ordine i membri del

Consiglio Direttivo. Fino a quel momento li aveva guar-

dati senza alcun visibile segno di interesse, tuttavia i pre-

senti sapevano benissimo che aveva notato chi era già ar-

rivato è chi era ancora assente.
I suoi capelli grigi erano acconciati in modo non parti-

colarmente femminile, ma non imitavano nemmeno il ta-

glio maschile. Era la pettinatura della Branno ecco tutto.

~el suo viso comune non c'era niente di beílo, ma per

qualche motivo nessuno, guardandolo, si aspettava che lo

fosse.
Harla Branno era il più abile amministratore del pia-

neta. Non le si poteva attribuire, né in effetti le si attri-

buiva, I'intelligenza di un Salvor Hardin o di un Hober

Mallow, uomini che avevano reso vivi e fecondi i primi

due secoli di esistenza della Fondazione, ma non le si po-

teva neanche rimproverare la sconsideratezza degli

Indbur, che per diritto ereditario avevano governato la

Fondazione subito prima dell'epoca del Mulo.
Non era un'oratrice che stimolasse il pubblico e la sua

mimica e il suo gestire non erano affascinanti, má sapeva

prendere con calma le sue decisioni e, se era convinta c'he

fossero giuste, sapeva essere coerente fino in fondo. Pur

senza possedere alcun visibile carisma riusciva a convin-

cere gli elettori che le sue decisioni eráno effettivamente

giuste.
Poiché, secondo la dottrina di Seldon, il cambiamento

storico è in larga misura calcolabile (sempre escludendo

l'imprevedibile, un particolare che la maggior parte dei

seldonisti dimenticavano, nonostante il deplorevole inci-

dente del Mulo), ne risultava che la Fondazione avrebbe

potuto mantenere la capitale su Terminus in qualsiasi si-

tuazione. A~rebbe potuto, naturalmente, perché Seldon

appena apparso nelle sue spoglie di simulacro vecchio di

cinque secoli, aveva affermato che le prob~abilità che la

capitale restasse su quel pianeta erano dell'87,2 per cen-


Quindi, perfino per i seldonisti, c!era il 12,8 per cento

di probabilità che la capitale fosse spostata in un punto

più vicino al centro della Fondazione con tutte le spaven-

tose conseguenze che questo, a dettá di Seldon, avrebbe

comportato. Che tale probabilità di uno su otto non si fos-

se verificata, lo si doveva sicuram~nte al sindaco Branno.


Era chiaro che Harla Branno non avrebbe mai permes-

so una cosa del genere. Per lunghi periodi di grande im-

popolarità era rimasta nella sua decisione: Terminus era

per tradizione la capitale della Fondazione, ~ lo sarebbe

rimasta. I nemici politici della Branno avevano fatto cir-

colare caricature (piuttosto efficaci, bisogna dire) di lei in

cui la mascella volitiva era sostituita da un grosso blocco

di granito.


Adesso che Seldon aveva appoggiato il suo punto di vi-

sta, il sindaco si sarebbe conquistato (almeno Per il mo-

mento) un vantaggio politico schiacciante. Si diceva che
~` ~
~anno prima avesse dichiarato che, se Seldon l'avesse

~pòggiata, avrebbe considerato completamente esaurito

l~suo compito, e si sarebbe ritirata col titolo di statista
ziano, anziché affrontare i rischi di ulteriori battaglie

~litiche.


~ Nessuno le aveva creduto, in realtà. Lei, nelle contese
2l'politiche si trovava molto più a suo agio di tanti suoi pre-
~decessori, e adesso che l'immagine di Seldon era apparsa
~e scomparsa, Harla Branno non accennava affatto a riti-

rarsi.
Parlò con voce limpida, senza preoccuparsi del proprio


.~ accento della Fondazione (un tempo era stata ambascia-
1~ trice su Mandress, ma non aveva adottato il vecchio ac-
~ cento imperiale, che era l'ultima moda usare nei discorsi
.- e che rappresentava il residuo di quella che era stata una
~; spinta quasi imperiale verso le Province Interne).
Disse:--La Crisi di Seldon è finita, e una saggia tradi-
~ zione vuole che non si facciano rappresaglie di sorta, né
!i con i fatti né con le parole, contro chi ha sostenuto l'idea

sbagliata. Molte persone oneste hanno creduto di avere

buoni motivi per desiderare quello che Seldon non vole-
,' va. Non ha senso umiliarle a tal punto da costringerle a

riacquistare il rispetto di sé solo attraverso la denuncia

del Piano stesso. ]~ anche tradizione radicata e lodevole
Il che chi è stato dalla parte sbagliata accetti la sconfitta a
|~ cuor leggero, senza ulteriori discussioni. Il problema or-

mai è risolto, in via definitiva, sia per la parte perdente

sia per quella vincente.
Fece una pausa, guarda un attimo in faccia i membri
t del Consiglio, quindi proseguì:--~ passato metà del
F tempo, signori consiglieri. Sono passati metà dei mille

anni che devono intercorrere tra un Impero e l'altro. E

stato un periodo irto di difficoltà, ma abbiamo fatto mol-

ta strada. In effetti, siamo già quasi un Impero ~alattico,

e non abbiamo importanti nemici esterni da affrontare.
«L'Interregno sarebbe durato trentamila anni, se nón

fosse stato per il Piano Seldon. Dopo trentamila anni di

progressiva disgregazione, probabilmente non si sarebbe-

ro create le premesse per formare un altro Impero. Ci sa-

rebbero stati solo pianeti isolati e in piena decadenza.
aCiò che abbiamo oggi lo dobbiamo a Hari Seldon, ed è

sulla sua mente morta da tempo che bisogna fare asse-

~namento anche per il futuro. D'ora innanzi, consiglieri,

~I pericolo siamo noi stessi, e d'ora innanzi occorre che

non ci sia pib il minimo dubbio sull'efficacia del Piano
Vogliamo convenire, qui, adesso, con calma e con fermez-

za, che non debbono più esserci dubbi, critiche, condanne

ufficiali del Piano? Bisogna sostenerlo incondizionata-

mente. Ha dimostrato di funzionare per ben cinque seco-

li. Rappresenta la sicurezza dell'umanità, e abbiamo il

dovere di non interferire con esso. Siete tutti d'accordo?«


Si levò un mormorio sommesso. Il sindaco non alzò

nemmeno gli occhi per cercare nei visi il segno dell'ap-

provazione. Conosceva tutti i membri del Consiglio, e sa-

peva come avrebbero reagito. Adesso che lei era nella scia

della vittoria, non ci sarebbero state obiezioni. Forse di lì

a un anno, ma non ora. E i problemi dell'anno successivo

Harla Branno li avrebbe affrontati l'anno successivo.
--Salvo che, naturalmente...
--Controllo del pensiero, sindaco Branno?--disse Go-

lan Trevize, percorrendo a grandi passi il corridoio e par-

lando ad alta voce come per controbilanciare il silenzio


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