«Noi siamo fatti a immagine di Dio» disse Laura, «e abbiamo la mano
sinistra, perciò deve averla anche lui». Consultò il suo schema, mangiuc-
chiando l'estremità della sua matita. «Ci sono!» esclamò. «La tavola deve
essere rotonda! Così ognuno siede alla destra di tutti gli altri, in senso cir-
colare».
«E viceversa» dissi.
Laura era la mia mano sinistra, e io ero la sua. Abbiamo scritto il libro
insieme. È un libro scritto con la mano sinistra. Ecco perché una di noi è
sempre fuori campo, da qualunque parte si guardi.
Quando ho cominciato questo resoconto della vita di Laura - della mia
vita - non avevo idea del perché lo stessi scrivendo, o chi mi aspettassi che
lo leggesse una volta che lo avessi finito. Ma ora mi è chiaro. Lo stavo
scrivendo per te, Sabrina, perché tu sei quella - la sola - che ora ne ha bi-
sogno.
Visto che Laura non è più chi pensavi che fosse, neanche tu sei più chi
pensavi che fossi. Questo può essere uno choc, ma può anche essere un
sollievo. Per esempio, tu non hai alcun legame con Winifred, e nessuno
con Richard. Non c'è un briciolo di Griffen in te: da questo punto di vista
le tue mani sono pulite. Il tuo vero nonno era Alex Thomas, e quanto a chi
fosse tuo padre, be', le possibilità sono sconfinate. Ricco, povero, mendi-
cante, santo, una ventina di paesi d'origine, una dozzina di mappe cancella-
te, un centinaio di villaggi rasi al suolo - scegli quello che vuoi. L'eredità
che ti ha lasciato è il regno della speculazione infinita. Sei libera di rein-
ventarti a tuo piacimento.
XV
L'assassino cieco Epilogo: L'altra mano
Ha una sola foto di lui, una stampa in bianco e nero. La conserva con cu-
ra, perché è quasi tutto ciò che le è rimasto di lui. La foto li ritrae insieme,
lei e l'uomo, durante un picnic. Picnic è scritto sul retro - non il nome del-
l'uno o dell'altra, solo picnic. Lei conosce i nomi, non ha bisogno di scri-
verli.
Sono seduti sotto un albero; deve trattarsi di un melo. Lei indossa u-
n'ampia gonna, tenuta stretta sotto le ginocchia. Era una giornata calda.
Tenendo la mano sulla foto può sentire ancora il calore che ne emana.
Lui indossa un cappello chiaro, che gli tiene parte del viso in ombra. Lei
è girata a metà verso di lui, e sorride in un modo in cui non ricorda di ave-
re sorriso a nessuno da allora. Sembra molto giovane nella foto. Anche lui
sorride, ma ha la mano sollevata tra sé e la macchina fotografica, come per
schermirsi da essa. Come per schermirsi da lei, quando in futuro sarebbe
tornata a guardarli. Come per proteggerla. Tra le dita ha un mozzicone di
sigaretta.
Quando è sola recupera la foto, la depone sul tavolo e la osserva. Esami-
na ogni dettaglio: le dita di lui macchiate di fumo, le pieghe scolorite dei
loro vestiti, le mele acerbe che pendono dall'albero, l'erba che sta morendo
in primo piano. Il viso di lei che sorride.
La foto è stata tagliata; ne è stato eliminato un terzo. Nell'angolo in bas-
so a sinistra c'è una mano, tagliata con le forbici all'altezza del polso, ap-
poggiata sull'erba. È la mano dell'altra, quella che è sempre nella foto, che
si veda o meno. La mano che metterà tutto sulla carta.
Come ho potuto essere così ignorante? pensa. Così stupida, così cieca,
così adagiata nella spensieratezza? Ma senza questa ignoranza, questa
spensieratezza, come potremmo vivere? Se si sapesse cosa sta per succede-
re, se si sapesse tutto ciò che accadrà poi - se si sapessero in anticipo le
conseguenze delle proprie azioni - si sarebbe condannati. Si sarebbe rovi-
nati, come Dio. Si sarebbe una pietra. Non si mangerebbe mai, non si ber-
rebbe e non si riderebbe, né ci si alzerebbe dal letto la mattina. Non si ame-
rebbe mai nessuno, mai una seconda volta. Non si oserebbe mai.
Sommersi, adesso - anche l'albero, il cielo, il vento, le nuvole. Tutto ciò
che le è rimasto è la foto. E anche la sua storia.
La foto ritrae la felicità, la storia no. La felicità è un giardino cinto di er-
ba: non c'è entrata o uscita. In Paradiso non ci sono storie, perché non ci
sono viaggi. Sono la perdita e il rimpianto e l'infelicità e il desiderio arden-
te a spingere avanti la storia, lungo la sua strada contorta.
The Port Ticonderoga Herald and Banner, 29 maggio 1999
IRIS CHASE GRIFFEN,
UNA INDIMENTICABILE SIGNORA
DI MYRA STURGESS
La signora Iris Chase Griffen si è spenta all'improvviso lo scor-
so mercoledì all'età di 83 anni, nella sua casa di Port Ticonderga.
«Ci ha lasciato in modo molto tranquillo, mentre era seduta nel
suo giardino sul retro» ha affermato la vecchia amica di famiglia
Myra Sturgess. «La cosa non ci ha colto di sorpresa, dal momento
che soffriva di cuore. È stata una vera personalità e una figura di
levatura storica, una donna meravigliosa anche nei suoi ultimi an-
ni. Sentiremo tutti la sua mancanza e sarà sicuramente ricordata a
lungo».
La signora Griffen era la sorella della nota scrittrice locale Lau-
ra Chase. Era inoltre figlia del Capitano Norval Chase, che sarà
ricordato a lungo dalla sua città, e nipote di Benjamin Chase, fon-
datore delle Industrie Chase, che diedero vita alla Fabbrica di bot-
toni e ad altre. Era anche la moglie del defunto Richard E. Grif-
fen, importante industriale e personalità politica, e cognata di Wi-
nifred Griffen Prior, la filantropa di Toronto che è morta lo scorso
anno lasciando una generosa eredità alla nostra scuola secondaria.
Lascia la nipote Sabrina Griffen, che è appena tornata dall'estero e
si pensa verrà al più presto a visitare la nostra città, per occuparsi
degli affari della nonna. Sono sicura che le verrà riservata una ca-
lorosa accoglienza e qualsiasi aiuto o sostegno noi tutti potremo
offrirle.
Per desiderio della signora Griffen il funerale avverrà in forma
privata, con la tumulazione delle ceneri nella tomba monumentale
della famiglia Chase al Mount Hope Cemetery. Tuttavia una fun-
zione commemorativa avrà luogo nella cappella della Jordan Fu-
neral Home giovedì venturo alle 15:00, in segno di riconoscenza
per tutti i numerosi contributi dati dalla famiglia Chase nel corso
degli anni, e sarà seguita da un rinfresco offerto a casa di Myra e
Walter Sturgess, a cui tutti saranno i benvenuti.
La soglia
Oggi piove, una calda pioggia primaverile. L'aria ne è resa opalescente.
Il suono delle rapide si riversa sopra e intorno alla scogliera - si riversa
come un vento, ma immobile, come i segni delle onde sulla sabbia.
Sono seduta al tavolo di legno nella veranda sul retro, al riparo della
sporgenza, e guardo il lungo giardino disordinato. È quasi il crepuscolo. Il
phlox selvatico è in fiore, o almeno credo che debba esserlo; non riesco a
vederlo chiaramente. Qualcosa di blu, che scintilla laggiù in fondo al giar-
dino, la fosforescenza della neve nell'ombra. Nelle aiuole i germogli si
spingono verso l'alto, hanno la forma di matite, viola, color acqua, rossi.
L'aroma della terra umida e delle piante appena nate si infrange su di me,
acquoso, scivoloso, con un sapore acido come la corteccia di un albero.
Odora di gioventù; odora di struggimento.
Mi sono avvolta in uno scialle: la sera è calda per la stagione, ma non lo
percepisco come calore, soltanto come assenza di freddo. Osservo il mon-
do chiaramente da qui - dove il qui è il paesaggio intravisto dalla cima di
un'onda subito prima che quella successiva vi porti sotto: com'è blu il cie-
lo, com'è verde il mare, com'è definitivo il panorama.
Accanto al mio gomito c'è il mucchio di carta che ho accumulato così
laboriosamente, mese dopo mese. Quando avrò finito - quando avrò scritto
la pagina finale - mi tirerò su da questa sedia e mi avvierò in cucina, e fru-
gherò in giro in cerca di un elastico o di un pezzo di spago o di un vecchio
nastro. Legherò i fogli, poi alzerò il coperchio del mio baule da nave e farò
scivolare questo involto in cima a tutto il resto. Là rimarrà finché tu non
tornerai dai tuoi viaggi, se mai tornerai. L'avvocato ha la chiave, e le sue
istruzioni.
Devo ammettere che faccio un sogno a occhi aperti su di te.
Una sera busseranno alla porta e sarai tu. Sarai vestita di nero, avrai con
te uno di quei piccoli zaini che adesso tutte portano al posto della borsa.
Pioverà, come questa sera, ma non avrai un ombrello, tu disdegneresti gli
ombrelli; ai giovani piace che le loro teste vengano sferzate dagli elementi,
lo trovano tonificante. Starai sulla veranda in una foschia di luce umida; i
tuoi lucidi capelli neri saranno zuppi, i tuoi abiti neri saranno fradici, le
gocce di pioggia brilleranno sul tuo viso e sui vestiti come lustrini.
Busserai. Ti sentirò, mi trascinerò a fatica nell'ingresso, aprirò la porta.
Il mio cuore farà un balzo e comincerà a martellare; ti guarderò attenta-
mente, poi ti riconoscerò: l'ultimo desiderio che ho accarezzato. Penserò
tra me e me di non avere mai visto qualcuno di così bello, ma non lo dirò;
non vorrei che pensassi che sono un po' svitata. Poi ti accoglierò, allunghe-
rò le braccia verso di te, ti bacerò sulla guancia, in modo contenuto, perché
sarebbe sconveniente lasciarmi andare. Piangerò qualche lacrima, ma solo
poche, perché gli occhi degli anziani sono aridi.
Ti inviterò a entrare. Entrerai. Non lo raccomanderei a una ragazza gio-
vane, di attraversare la soglia di una casa come la mia, con dentro una per-
sona come me - una donna vecchia, anziana, che vive sola in una casetta
fossilizzata, con i capelli come ragnatele in fiamme e un giardino invaso
dalle erbacce e pieno di Dio sa cosa. C'è un alito di zolfo attorno a certe
creature: potrai essere perfino un po' impaurita da me. Ma sarai anche un
po' avventata, come tutte le donne della nostra famiglia, e perciò entrerai
comunque. Nonna, dirai; e grazie a quella parola non sarò più una rinnega-
ta.
Ti farò sedere al mio tavolo, tra i cucchiai di legno e le ghirlande di ra-
moscelli, e la candela che non viene mai accesa. Tremerai, ti darò un a-
sciugamano, ti avvolgerò in una coperta, ti farò una cioccolata.
Poi ti racconterò una storia. Ti racconterò questa storia: la storia di come
mai ti sarai trovata qui, seduta nella mia cucina, ad ascoltare la storia che
sono stata a raccontarti. Se per qualche miracolo dovesse accadere, non ci
sarebbe alcun bisogno di questo disordinato mucchio di carta.
Cosa vorrò da te? Non amore: sarebbe chiedere troppo. Non perdono,
che non spetta a te accordare. Solo qualcuno che mi ascolti, forse: solo
qualcuno che venga a trovarmi. Qualunque altra cosa tu faccia, però, non
farmi più bella di quella che sono: non ho alcun desiderio di diventare un
cranio decorato.
Ma lascio me stessa nelle tue mani. Quale altra scelta ho? Quando legge-
rai quest'ultima pagina, quello - se mai mi troverò da qualche parte - è l'u-
nico posto in cui sarò.
Ringraziamenti
Vorrei esprimere la mia gratitudine alle seguenti persone: la mia inesti-
mabile assistente, Sarah Cooper; i miei altri ricercatori, A.S. Hall e Sarah
Webster; il professor Tim Stanley; Sharon Maxwell, archivista, Cunard
Line Ltd., St. James Library, Londra; Dorothy Duncan, direttore esecutivo,
Ontano Historical Society; Hudson's Bay/Simpsons Archives, Winnipeg;
Fiona Lucas, Spadina House, Heritage Toronto; Fred Kerner; Terrance
Cox; Katherine Ashenberg; Jonathan F. Vance; Mary Sims; Joan Gale;
Don Hutchison; Ron Bernstein; Lorna Toolis e il suo staff della Merrill
Collection of Science Fiction, Speculation and Fantasy della Toronto Pu-
blic Library, e Janet Inksetter della Annex Books. Anche ai miei primi let-
tori Eleanor Cook, Ramsay Cook, Xandra Bingley, Jess A. Gibson e Rosa-
lie Abella. Anche ai miei agenti, Phoebe Larmore, Vivienne Schuster e
Diana Mackay; e ai miei editor, Ellen Seligman, Heather Sangster, Nan A.
Talese e Liz Calder. Anche ad Arthur Gelgoot, Michael Bradley, Bob
Clark, Gene Goldberg e Rose Tornato. E a Graeme Gibson e alla mia fa-
miglia, come sempre.
Un sentito ringraziamento viene rivolto alle seguenti persone per avermi
autorizzato a ripubblicare materiale già edito:
Epigrafi:
Ryszard Kapu?ci?ski, Shah of Shahs: © 1982.
L'iscrizione dell'urna cartaginese attribuita a Zashtar, una nobile minore
(c. 210-185 a.C), è citata dal dr. Emil F. Swardsward in «Carthaginian
Shard Epitaphs», Cryptic: The Journal of Ancient Inscriptions, vol. VII, n.
9, 1963.
Sheila Watson: da Deep Hollow Creek, c. 1992, Sheila Watson. Ripub-
blicato dietro autorizzazione di McClelland & Stewart Inc.
Il resoconto sul viaggio inaugurale della Queen Mary è tratto da:
«In Search of an Adjective» di J. Herbert Hodgins. Mayfair, luglio 1936.
(Maclean Hunter, Montreal). L'esatta proprietà del copyright è ignota. Ri-
pubblicato per concessione di Roger Media and Southam Inc.
FINE
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