Modello Amàrantos



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- tu, per caso, sei quello che… il figlio di… che tuo amico… - ovviamente ero io ma dissi di no ed il vecchio si incazzò.

- santiddio, ma tu non eri quello che…

- se sai chi sono, perché me lo chiedi? - Puntualizzai io con tono ironico.

- ma, io, io…

- scherzo, dai non prendertela…

Quando si parla con i vecchi e si fa dell’ironia, anche la più stupida, bisogna sempre puntualizzarla. Bisogna sempre avvertirli quando si scherza, perché possono offendersi. Viceversa non si capisce mai quando scherzano loro o parlano sul serio e naturalmente loro pensano la stessa cosa di noi. Questo vale ovviamente con i vecchi da osteria, non i vecchi finti giovani come quelli che si vedono alla televisione, che tra l’altro mi stanno in culo.

- Allora, perché non mi racconti di quando eri a Thule?

Chiesi al vecchio vecchio.

Inizialmente sembrò non aver sentito, poi abbassò la testa ed iniziò una storia che avevo già sentito almeno trentatré volte. Mentre iniziò a sparare le prime date ed i primi nomi ordinai da bere, in quel modo il vecchio interruppe immediatamente il discorso per gettare sul bancone un paio di sesterzi. La mia era una buona strategia e non faceva male a nessuno.

- perché, devi sapere, che noi dovevamo lavorare 12 ore al giorno e prendevamo solo 15 nichelini ogni giorno! E quando chiedevo ai capi se potevano pagarmi di più, mi dicevano: taci e lavora!. E quando chiedevo se mi potevano prestare dei soldi per mangiare mi dicevano: taci e lavora!… - continuò il vecchio dondolando la testa sguarnita e rugosa. Infondo tutte le storie di quell’epoca si assomigliavano. Tutti lavoravano come bestie e non prendevano un cazzo, però stranamente avevano tre o quattro case ed un funerale da diecimila sesterzi già pagato. I conti non tornavano mai. Come cazzo faceva uno a guadagnare in proporzione ad oggi 1 sesterzo al giorno, comprarsi le sigarette che ne costavano due, bere, mangiare, dormire e mettersi via un grumo immane di grana. Però tacevo e mi facevo pagar da bere. Non ero stupido.

Finalmente Roy si svegliò da tutti quei discorsi del cazzo che stava facendo col suo amico, così amico che non lo avrebbe nemmeno invitato al proprio funerale. Mi guardò e disse:

- Andiamo? Oppure stai qua ad ascoltare le stronzate di questa mummia tutta la sera?

Il vecchio sospese per un attimo i suoi racconti di eroi della miseria e si girò bestemmiando verso Roy, il quale non ci fece caso e scivolò fuori dalla porta. Io lo seguii fuori salutando e saltellando.

Salimmo in auto contemporaneamente, misi in moto e nel giro di pochi secondi ero già in strada, grazie ad una rapida manovra. Guardai Lou dal retrovisore. Non si muoveva e non respirava. Forse era morto e se lo meritava.

Ormai la notte si era inoltrata ed il buio ci aveva fatto smarrire ogni riferimento ed ogni speranza.

Non feci a tempo nemmeno di rendermi conto di essere partito, anche se in realtà l’orologio si era spostato di parecchie tacche, che il mio istinto mi costrinse a fermarmi. Là vicino c’era un’altra osteria, più solitaria e più, più. Roy si voltò e sospirando mi guardò con occhi di acciaio zincato

- non possiamo fermarci. È ora di andare, le bestie ormai saranno stanche

Io non mi pronunciai, ma lui capì che la cosa non mi andava.

- altrimenti, che cazzo facciamo? Vuoi aspettare fino a domani notte? - mi disse irritato.

- io non voglio neppure vederle, le tue fottute bestie, se prima non mi bevo un goccio

- no, non possiamo più aspettare...

- vaffanculo, io non ci sto. E se non ci sto io puoi mandare tutto a puttane, lo sai bene

Roy annuì e mi venne dietro come un cagnolino. Per me era raro vedere un uomo della sua stazza che mi obbediva. Non per la statura, ma per l'orgoglio.

Buttai via il mozzicone di sigaretta e mi addentrai nel bosco. Quella era una scorciatoia per arrivare nell'osteria più vicina a quel posto sperduto senz'anima. Non valeva la pena di fare il giro con la macchina, almeno che non fosse stato giorno. Visto però che il giorno per noi era la notte, non faceva alcuna differenza. Accelerai il passo cercando di schivare i rami più vistosi, Roy intanto mi seguiva. Roy mi seguiva come un cane. Tutto sommato l'idea che qualcuno mi seguisse non mi esaltava, ma per una volta fu Roy a farlo, e questo mi rendeva felice. Niente di più. Gli ultimi metri li feci proprio a naso, ma quando sbucai sul piazzale la strada percorsa fu cancellata dalla mia mente.

- Cosa bevete? - Immaginai che ci avrebbe chiesto il barista appena varcato il portone. Non capivo perché tutti gli osti chiedono sempre “cosa vuoi da bere?” e mai “cosa vuoi da mangiare?”. Non capivo neppure perché mi ponevo una domanda simile, dato che ho sempre preferito bere. Forse era l’effetto dell’alcool, forse non stavo troppo bene.

Aprii il portone pesante di resina e tronfio di sapore rustico fino nel mio buco del culo. Stranamente non cigolò e non fece voltare nessuno, anche perché non c’era proprio nessuno. Un odore da caseificio misto letame e vino rancido mi entrò in un orecchio e mi uscì dal retto sotto forma di fenomeno gassoso. Anzi pareva perfino più delicato il mio marciume intestinale dell’aria che stagnava all’interno di quel portone oliato. Non pensai ad altro per parecchio tempo, forse troppo, ed il barista dovette ripetermelo per diverse volte prima che afferrassi il concetto, almeno per la coda.

- cosa bevete?

Anche Roy sembrò un attimo rincoglionito e mi guardò per evitare di parlare e di pagare.

- ma perché non ci schedi mai cosa mangiamo? - chiesi con gestualità teatrale

- va bene, allora, cosa mangiate?

- no, no - Intervenne Roy - io preferisco bere

Per non rischiare di perdere il passo ordinai un bottiglione di vino da litro e mezzo. Pensai di trovare dissenso da parte di Roy, ma mi sbagliai; infatti non fece una piega ed ordinò anche del salame. I primi bicchieri volarono giù come fossero pieni di piombo. Il barista non restò lì a guardarci, ma se ne andò da qualche parte a fare qualche cazzo di affare suo. Non si parlava tanto, più che parlare si ridava, ovviamente per qualche cosa che sicuramente aveva un’importanza vitale, ma a noi non ce ne fregava un cazzo. Si discorreva a proposito di quei morti di cui tutti piangevano dopo che erano morti, ma di cui tutti parlavano male quando erano vivi. Io ridevo come un matto. Ogni tanto guardavo fuori dall’unica finestrella di quel posto, con la vana speranza di veder arrivare Lou. Non appena diedi per morto pure lui, improvvisamente e contro ogni aspettativa, comparve pian piano dall’angolo basso di una finestrella storta.

- finalmente! Ecco il nostro soma! - Esclamai quando il portone si aprì lentamente lasciando penetrare la losca figura del nostro socio. Era pallido e ciondolante, ma io non mi illudevo di aver un aspetto molto migliore. Si sedette con noi ed ordinò della grappa e un po’ di roba da mangiare, tanto per non sentirsi solo.

- e allora, come è andata con le bestie? - ci disse ridendo con 78 denti bianchi finti

- va in figa te e le tue bestie! - Urlai mentre versavo del liquido nero fuori dal bicchiere

- ma allora non avete più fatto un cazzo?

- colpa di questo deficiente - Ovviamente Roy si riferiva a me.

- colpa tua che sei ancora più deficiente perché hai ascoltato un deficiente - Sdrammatizzai con arte e finta cultura

- è anche colpa di un deficiente che ha dormito fino ad adesso, che è ancora più deficiente del deficiente che è più deficiente di un deficiente perché ha ascoltato un deficiente - Con questa cagata Roy si superò ed io e Lou per rispetto restammo un attimo in silenzio a riflettere sopra i nostri bicchieri.

Il barista venne un attimo a sedersi con noi, insieme ad i suoi baffi grigi e pennellati. Lui aveva lavorato in Lemuria, per 15 nichelini al giorno. Portava sacchi di cemento da sei quintali sulle spalle. Anche lui adesso aveva dieci case e mille denari. Anche lui, da buon tirchio, viveva pignorando 2 scellini per ogni caffè e ne andava fiero.

Bastò poco ed il bottiglione si svuotò un’altra volta. Io non mi ero accorto infatti che era già il secondo che se ne andava. Il barista evidentemente sì, perciò si dimostrava sempre più gentile e servizievole. Se chiedi un ombra ad un barista te la dà e basta. Se ne chiedi due ti sorride. Se vai a tre te la racconta. A quattro cinque sei un suo amico. A venti ti butta fuori dai coglioni a calci in culo. I baristi. Tutti uguali.

Stavo perdendo la cognizione degli eventi, delle forme e dei suoni. I colori divennero vivi ed i movimenti morirono uno dopo l’altro. Il barman mi si avvicinò e mi feci trovare in piedi su un lago di perline accatastate come spine di pesce.

- no, non sono uno di quelli, io sono un re senza corona e senza gloria - Risposi ad una qualsiasi domanda che sicuramente aveva meno senso di questa risposta.

Roy non pensava più alle sue bestie ed io forse non ci avevo mai pensato, forse non erano mai esistite come gli stipendi della Svizzera ed i quadri pieni di sangue e merda. Lou si fece sempre più pupazzo e la sua testa sembrava gonfia di idrogeno così come il mio stomaco che bruciava insieme alle grappe.

- andiamo via, ragazzi - Disse Roy sistemandosi i soldi dentro al portafogli di pelle.

- beviamo un’altra cosa, poi andiamo. Ok?

Il barista ghignò sotto i baffi grigi e le sue mani nodose sgorgarono altro alcool mielato nei nostri bicchieri stanchi. Roy cedette il suo giro a Lou, che lo svuotò in un lampo: tutta la mistura di frutta e alcool finì all’interno del suo testone rigonfio ed una risata gli uscì da uno sfiato sul collo. Guardando questa scena da sopra un soppalco, il mio ultimo drink mi colpì tentacolarmente le pareti dello stomaco e me strizzò fino a farlo piangere. Non feci una piega, al primo colpo. La seconda strizzata fu tre volte più forte e le budella vollero sgorgare dal mio corpo. Uscii dall’osteria con passo svelto e preoccupante, sputando un “saiudi!” tirato con le pinze.

- parole sante!

- bene, bene, torneremo a trovarti! -

- una grappa così non si trova tanto facilmente in giro -

- santiddio - dissi io senza essere sentito. Ero gia parecchi metri fuori, in mezzo al prato ed una noce di saliva acida mista frutta mi uscì dalla bocca, accompagnata da un secco suono gutturale.

- arh! arh! - Sembravo un cane che abbaiava e guaiva. Sputai merda per parecchi lunghissimi secondi

Nessuno si accorse di niente e questo dimostrò a me stesso quanto fossero ubriachi gli altri. Tra una sboccata e l’altra ascoltavo gli altri che facevano i soliti discorsi inutili di routine, giusto per sembrare più sobri di me. Loro però non mi sentivano, anche se la mia voce in quel momento era anomala e molto fastidiosa.

Finalmente Roy si accorse e ovviamente iniziò ad insultarmi

- Sei un deficiente! - mi disse.

Aveva sempre la frase pronta per ogni occasione e non era neppure difficile da ricordare, visto che era sempre la stessa.

- Sei un deficiente. Sei il deficiente dei deficienti. - Su quelle parole mi si inchiodò improvvisamente il cervello. Andai praticamente in standby, per parecchio tempo, probabilmente.

Quando riafferrai le redini della sbronza Roy non c’era più. Stavo guidando la mia prinz verde del 68. Di fianco a me c’era Lou. Non mi sembrava in ottima forma neanche lui. La sua testa iniziò a rimbalzare tra un finestrino e l’altro ed il mio sguardo orbo continuò a seguirla per diversi chilometri. Mentre ondeggiava provava continuamente ad accendere la radio, ma non ci riusciva. La notte ormai lo stava corrodendo. Tutto stava diventando sempre più marcio, dal colore degli interni del mio catorcio, al mio senso di orientamento, fino al gusto che avevo in bocca. Lou allora preferì mettersi a cantare in sostituzione alla tecnologia, troppo complicata per i nostri teschi invasi dai tarli dell’etanolo. Ogni tanto io urlavo qualche acuto poi crollavo dal ridere, rischiando di uscire di strada. Ma io andavo piano, sapevo di dover andare piano, di poter andare solo ed esclusivamente piano, anche in quinta a manetta, solo piano. Salite e discese, curve e rettilinei. La strada sempre diversa si ripeteva a ritmi prestabiliti, con sorprendente precisione; già riuscivo ad immaginare la manovra che avrei fatto ancora prima di riuscire a distinguere le varie figure geometriche che componevano il paesaggio. Tutto si offuscava e si appannava sempre di più, fino a diventare indecifrabile quando chiudevo gli occhi.

La strada pian piano si fece sempre più lineare e tranquilla, ma la nebbia iniziò ad addensarsi in poco tempo intorno alla mia auto, neanche fosse indemoniata. Decisi di fermarmi nella prima osteria lungo la strada e pertanto ci fermammo in un posto che in una qualsiasi altra occasione non vi saremmo mai entrati. Tutto sommato aveva un parcheggio quasi pianeggiante ed un lampione giallo come quelli che si vedono nei film romantici. Quando provai ad incamminarmi mi resi conto di barcollare di più di quello che avrei voluto barcollare e notai con stupore che Lou era addirittura più storto di me. Dentro la bettola mi piazzai nell’angolo più vicino all’entrata, in una posizione strategica, distante dal passaggio e a vicino al bancone del bar. Certe volte mi stupivo di me stesso, soprattutto quando riuscivo ad articolare delle strategie di insediamento così complicate, anche durante certe mine alcoliche.

Lou prese in mano un listino ed iniziò a sfogliarlo con avidità.

- ma ‘che cazzo guardi il listino? Tanto prendi sempre le stesse cose…

- non si sa mai, metti che finiscano la birra bionda…

- beh, hai ragione

Sfogliai anch’io per un attimo il listino, poi ordinammo due birre bionde da mezzo, ovvero da 40 cl, ovvero da mezzo litro anoressico. Ci servirono quasi subito, o più probabilmente mi parve di essere stato servito in fretta a causa di fattori inconsci. Nel culmine del brindisi, mentre i boccali scintillavano e spumeggiavano come dei forsennati, qualche nostro pseudo conoscente ci vide, così lui e tutta la sua compagnia xy si sedettero lì con noi. Fortunatamente appresero immediatamente che non eravamo in grado di imbastire nessun tipo di discorso, soprattutto quelli che iniziavano con “ciao, come va?” e se ne andarono quasi subito. Un po’ sorpresi. Anche noi del resto.

- chi cazzo erano, quelli? - mi chiese Lou lanciandomi un’occhiata verso il presunto idiota del gruppo.

- quello era il Frank, non ti ricordi di lui?

- sinceramente no… come fai te a ricordarti di tutti?

Non risposi, anche perché stavo bleffando, ma Lou mi scoprì quasi subito. Infatti, dopo pochi secondi, entrò un tizio che salutò ripetutamente il nostro benamato Frank con un ripetuto “ciao Johnny, come va?”

- Vaffanculo, stronzo

- Dai Lou… Frank o Johnny, è sempre un nome da finocchio...

- Vaffanculo santiddio - Poi scoppiò a ridere e la sua testa si gonfiò ancora di più di idrogeno e alcool.

Non era raro comunque, trovare in quelle serate qualche Frank o Anthony mai visti che si presentavano come amici. Non capivo mai però se succedeva per colpa della nostra limitata memoria o per la loro fervida immaginazione.

Ordinai un altro giro di birre, poi uno di scotch, J&B, costava poco ed aveva un nome pronunciabile.

Il locale iniziò improvvisamente ad inclinarsi paurosamente, allontanando il nostro angolo dal bancone del bar, fino ad isolarci completamente dal resto della gente. Mi alzai per andare a pisciare ma persi di vista il cartello toilette, forse inghiottito dalla deformazione delle pareti. Girai come un idiota intorno a tutta la gente che sembrava non vedermi. Stavo per i cazzi miei, sul mio piano intersecato con qualche tavolino vuoto che mi nascondeva il percorso più logico per il cesso.

- vai di là! - una voce mi indirizzò toccandomi una spalla ormai estranea al mio corpo scosceso.

- di qua? - attesi una risposta che sicuramente mi venne lanciata, ma che non fui in grado di captare; così mi ritrovai con l’uccello storto in mano, ad orinare dentro al lavandino. L’orina non fece neppure a tempo ad attraversare il mio membro, quando una voce stridente mi pugnalò la spalla buona.

- ah! Cosa fai! Ma cos’è quello? Questo è il bagno delle donne!

- Cos’ hai che sei così stupita, non hai mai visto un uccello?

La ragazza scappò dal bagno neanche avesse visto un serpente boa.

Tirai su la patta ed afferrai la maniglia, ma un conato di vomito mi sorprese e girai la testa come una molla, per cacciarla dentro al lavandino. Rosso, un lago rosso, sembrava freddo sangue di serpente boa. Fortunatamente finì tutto con quel getto e lo stomaco in un gorgoglio mi tornò lentamente in sede, come una lumaca dentro al proprio guscio. Lasciai correre l’acqua pregando che portasse via tutto, ma non ci speravo. Pulii i bordi del lavello con della carta per asciugarsi le mani. La buttai tutta giù per il cesso e tornai in un lampo a sciacquarmi il muso. Fortunatamente c’era anche carta igienica ed un altro pacco di asciugamani di carta. Bene, pensai, almeno qui non hanno quei merdosi superturbo 2000 che soffiano aria. Se ci fosse stato uno di quegli affari avrei dovuto pulire con un non so cosa, o ancora peggio avrei dovuto scappare. Chiamare un cameriere per dirgli: “guarda, mister, sono ubriaco e ti ho smerdato tutto il locale” non era di sicuro nei miei piani, quella sera.

Uscii dal cesso con il sorriso stampato sulle labbra ed un senso di svarionamento ancora più profondo di prima. Lou mi guardò con tutti i suoi 10.000 miliardi di capelli appesi alla sua faccia di gas nobile, e mi sussurrò:

- non avrai mica vomitato?

- no, gli ho solo intasato il cesso con della carta piena di roba che fino a due minuti fa era nel mio stomaco.

Il mio socio sembrò non afferrare il concetto, ma forse non ero stato abbastanza chiaro, così per riattivare la sua ilarità gli mostrai il mio maglione bagnato e pieno di pezzetti putridi.

- beviamo una Sambuca, poi andiamo via da qui, ok?

- meglio, meglio, non so come mai, ma mi sembra una buona idea

Ci alzammo in sincronia, oscillando armonicamente in simbiosi come due ballerini tra le nuvole. Ci avvicinammo al bancone sotto gli sguardi vigili delle coppiette che per passare il tempo, tra uno sbaciucchiamento e l’altro, parlavano di come erano vestiti i viandanti. Io sono vestito di merda e sono anche sporco, le avrei detto a quella mora con la faccia da puttana. Faccia da bocchini. L’avrei presa per i capelli e le avrei stantuffato quelle gonfie labbra su e giù lungo il mio cazzo. Lei con quella faccia da puttana me lo avrebbe succhiato tutto, con così tanto gusto da farmi schizzare sperma anche dal buco del culo. Mi avrebbe leccato anche le palle e se le sarebbe acciaccate sul suo muso grondante di seme. Poi forse gli avrei spaccato la faccia con una ginocchiata, magari bestemmiando contro tutta la sua stirpe.

Spostai lo sguardo sul banco e vidi le due sambuche imprigionate all’interno di quei stupidi bicchieri da chic drink, con esile manico e corpo a cono rovesciato, ovviamente con vertice ottuso. Quelle merde di calici andavano bene per bere gin e soda, vim e vetril, con una ciliegina rossa. La Sambuca era dolce, ma bastarda. Voleva un bicchiere grosso, cilindrico, con un fondo sostanzioso. Tipo quello da whisky, ma necessariamente cilindrico, non quadrato, come quelli che invece si sposavano splendidamente con il J&B. La Sambuca inoltre voleva due mosche e mezzo. Non una o due o tre o venti. Due per far scena in modo equilibrato e mezza aperta che lasciasse un pizzico d’aroma di caffè. Due e mezzo.

- fammi un piacere, John, cambiami il bicchiere, dammene uno come quelli laggiù -

Probabilmente quel barista non si chiamava affatto così. John infatti era per me un nome standard, semplice, comune e contemporaneamente d’effetto. Lo utilizzavo quando non avevo idea di come si chiamasse il mio interlocutore, oppure anche in quei casi in cui non me ne fregava proprio un cazzo di sapere il suo nome.

- come, prego? - Rispose sconcertato il cameriere.

- ho detto: santiddio, cambiami il bicchiere ‘che questo mi fa schifo - Come sono maleducato certe volte, pensai.

- Jenna, cambia il bicchiere a questo signore

John passò così la patata marcia ad una cameriera trombabile ed anche apparentemente simpatica.

- io te lo cambio, ma ti ricordo che gli intenditori bevono la Sambuca su questi calici…

- anche i neonati bevono dalle mammelle, ma non per questo se voglio del latte devo venire lì a ciucciarti una tetta…

- ah ah - rispose ignorantemente la cameriera baldracca. Una donna normale mi avrebbe piantato cinque dita sul truglio. Probabilmente voleva farsi scopare.

Non appena ebbi sotto mano il nuovo bicchiere, brindai con Lou alla nostra non so cosa. Lui prese il calice e lo svuotò in un attimo senza neppure darlo ai suoi discepoli, poi, rivolgendosi verso di me fece cenno di andare.

- Aspetta, io non bevo a contratto… - Gli dissi cercando di trattenerlo ancora un attimo.

Lui non ne volle sapere ed uscì incrociando le gambe e scuotendo la schiena come un cane. Io a tal punto fui costretto a cacciare giù tutto come aveva fatto lui, poi buttai i soldi sul bancone e schiacciai play sul nastro “grazie e arrivederci”. Uscii in fretta dalla porta e vidi il mio socio fermo sul piazzale, a guardare il cielo. Provai a fare come lui e sorprendentemente vidi centomila stelle oltre le nuvole, oltre la nebbia notturna, là dove non vuole guardarle nessuno. Mi parevano così luminose che abbassai la testa e mi vomitai ad un centimetro dalle scarpe. Lou non si accorse neppure e si appoggiò sul cofano della mia auto per non cadere. Lo raggiunsi e lo imitai nuovamente.

- santiddio, Lou, andiamo via, ho appena vomitato là sulla soglia

- ma non ti sei neanche sporcato?

- no, no, non so come cazzo ho fatto.

- ma non è possibile, ti devi essere sporcato, tutti si devono sporcare…

Non lo ascoltai neanche più e misi in moto; retromarcia e via. Adesso la storia iniziava ad essere pesante. Non sapevo più dov’ero e chiederlo a lui mi sembrava alquanto stupido e per questo lo feci diverse volte, ottenendo ogni volta una risposta altrettanto diversa. Non potevo più andare avanti così, non potevo.

- dove si abbassa il finestrino? - mi chiese con aria asfissiata Lou, con quella sua testa traboccante di gas.

- premi il bottone… - Risposi. La sua domanda mi stupì sebbene fossi in uno stato confusionale nel quale mi risultava difficile concepire le sorprese. Istintivamente lo abbassai io, il finestrino, e contemporaneamente un getto di vomito partì come un razzo dalle fauci spalancate del mio povero socio. Fu un’unica gettata prolungata, di parecchi secondi, anche se ormai tendevo a confondere i secondi con i primi ed i contorni con le aree. Lo guardai per un istante ed accelerai il macchinario per enfatizzare quella scia mostruosa che invadeva per metà la mia auto e per metà l’esterno. Era superba. Una cometa di acidi e materie in decomposizione che rischiarava la cupa notte d’inverno. Un odore da ribrezzo.

Gli passai qualcosa per pulirsi, con solida tranquillità, causata da una certa confidenza con la materia.

- ce la fai? Vuoi che ti porti a casa?

- no, no, figurati, andiamo a bere qualcosa invece…

Ormai ero giunto ad Avalon e Lou si era solidamente addormentato nel sedile posteriore dell’auto. Non ricordavo di preciso in che occasione lo avevo spostato di dietro, ma l’importante era averlo fatto e non mi preoccupai più di tanto di come era potuto accadere. Scesi dalla Prinz e a contatto diretto con il suolo non mi sentii per niente bene. Entrai nell’osteria centrale e senza salutare nessuno andai dritto in cesso a prelevare un po’ di carta per pulire almeno il grosso della mia macchina. Dovevo farlo e non c’erano ne santi ne madonne.

Uscendo di corsa dal locale mi trascinai dietro una processione di personaggi curiosi che mi seguirono fino all’auto. Tra i commenti e le risate, mezze delle quali sicuramente fuoriuscite dalla mia bocca, riuscii ad eliminare una gran parte della porcheria e fui così educato da buttare la carta igienica sporca nell’apposito contenitore. Qualche mio socio mi portò perfino una birra che consumai fra canti volgari e qualche presa per il culo al defunto Lou.


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