Oscar fantascienza Isaac Asimov



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la faccia nuda di Seldon... quel mento, quelle guance e

quelle labbra prive di peli?


Nel frattempo, Seldon continuò a camminare insie-

me a Gocciadipioggia Quarantatré... una camminata

che sembrava interminabile. Di tanto in tanto, lei lo

guidava prendendogli il gomito, dandogli l'impressio-

ne di essersi abituata alla cosa... infatti non si affretta-

va a ritrarre la mano e a volte prolungava il contatto

per parecchi secondi.
A un certo punto, la ragazza disse: «Qui ! Vieni qui ! )~ .
«Che c'è?«
Erano di fronte a un contenitore pieno di piccole sfe-
del diametro di un paio di centimetri. Il Fratello che
~ava occupandosi del reparto e che aveva appena mes-
~11 il contenitore alzò lo sguardo con un'espressione

~ggermente interrogativa.


~'~ Gocciadipioggia disse sottovoce a Seldon: «Chiedi-

LRliene un po'«.


I'SL ' Seldon si rese conto che la ragazza non poteva parla-

re a un Fratello a meno che non fosse lui a rivolgerle la

parola per primo, e disse esitante: «Possiamo prender-

ne un po', Fra-fratello?«.


«Prendine una manciata, Fratello« rispose l'altro
E con estrema cordialità.
Seldon raccolse una sferetta e stava per passarla alla
" ragazza, poi però si accorse che lei aveva esteso l'invito
F anche a se stessa e aveva preso due manciate.
I~ La sfera era liscia, levigata, al tatto. Quando si furo-

no allontanati dalla vasca e dal Fratello addetto alla


F vasca, Seldon chiese a Gocciadipioggia: «E roba da
~: mangiare?«. E, cauto, accostb la sfera al naso.
«Non puzzano« scattò lei.
«Cosa sono?«
«Bocconcini. Bocconcini grezzi. Per il mercato ester-
~; no vengono trattati con diversi aromi, ma qui a Mico-

geno li mangiamo non aromatizzati... il modo miglio-

re.~ La ragazza ne mise uno in bocca. «Hmm, non mi

stancherei mai di mangiarli.«


Anche Seldon mise in bocca una sferetta e la sent~

sciogliersi e svanire in fretta. Per un istante avvertì in

bocca qualcosa di liquido, poi il bocconcino quasi

spontaneamente gli scivolò in gola.


Seldon ebbe un attimo di stupore. Era leggermente

dolce, e aveva anche un lievissimo retrogusto amaro,

ma la sensazione complessiva gli sfuggi.
«Posso averne un altro?«
«Prendine anche dieci« rispose la Sorella, tendendo

la mano. «Non hanno mai lo stesso sapore, e in pratica

non hanno calorie. Tutto gusto.«

Aveva ragione. Seldon cercò di tenere il bocconcino

in bocca, provò a leccarlo, provò a morderne un pezzo,

ma bastava un nonnulla perché svanisse. Quando se ne

staccava un pezzetto coi denti, il resto si scioglieva su-

bito. E ogni volta il gusto era indefinibile e diverso da

prima.
«L'unico guaio è che di tanto in tanto te ne capita

uno davvero insolito che non dimentichi più, e poi non

riesci più a trovarne uno uguale« disse Gocciadipiog-

gia entusiasta. «Quando avevo nove anni, ne ho man-

giato uno...« Di colpo la sua esuberanza si spense. «Me-

glio così. Questo fatto ci insegna quanto siano evane-

scenti le cose materiali.)>
Era un segnale, pensò Seldon. Avevano già girato ab-

bastanza. La Sorella si era abituata a lui e gli stava

parlando. Adesso bisognava venire al dunque. Subito!
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Seldon disse: «Vengo da un mondo esposto all'aperto,

Sorella... come tutti i mondi, tranne Trantor. Piove o

non piove, i fiumi sono quasi asciutti o sono in piena, la

temperatura è alta o bassa. Il che significa che i raccol-

ti sono buoni o scarsi. Qui, invece, le condizioni am-

bientali sono sotto controllo. I raccolti devono essere

per forza buoni. Com'è fortunato Micogeno...«.
Attese. Le risposte possibili erano diversej e la sua

linea d'azione dipendeva dalla risposta che avrebbe

avuto.
Ormai la ragazza parlava liberamente e sembrava

aver superato le inibizioni riguardo il sesso di Seldon,

quindi quel lungo giro non era stato inutile. Gocciadi-

pioggia Quarantatré disse: «Non è così facile controlla-

re l'ambiente. Ogni tanto ci sono delle infezioni virali,

e mutazioni negative impreviste. A volte, intere partite

di prodotti si guastano o perdono qualsiasi valore«.
~«Mi meraviglio. E cosa succede, allora?«
~«Di solito, non rimane che distruggere i prodotti ro-

~nati... basta il sospetto di deterioramento perché li

~liminiamo. I contenitori e le vasche devono essere ste-

~Filizzati~ a volte anche sostituiti.«


«Una specie di intervento chirurgico, dunque« osser-

'vò Seldon. «Asportate il tessuto malato.«

~ «Sì.«
,~, «E cosa fate per evitare che queste cose accadano?>~

~ «Cosa possiamo fare? Verifiche continue, per preve-

E,F nire l'insorgere di mutazioni, la comparsa di nuovi vi-

L ~ rus, qualsiasi contaminazione accidentale e qualsiasi

alterazione ambientale. E raro che individuiamo qual-

cosa che non va, però se succede interveniamo drasti-

camente. Di conseguenza, le annate negative sono po-

che, e in ogni caso i danni vengono limitati al minimo.

Nell'annata peggiore mai capitataci, la produzione è

stata inferiore alla media solo del dodici per cento...

anche se quello scarto è stato sufficiente a creare dei

problemi. Il guaio è che nemmeno i piani più accurati e

i programmi di computer più perfezionati sono sempre

in grado di prevedere qualcosa che fondamentalmente

è imprevedibile."
(Seldon si sentì percorrere da un brivido involonta-

rio. Sembraua che la ragazza stesse parlando della psi-

costoria... ma stava parlando soltanto della produzio-

i ne microalimentare di una parte infinitesimale dell'u-

| manità, mentre a lui interessava tutto il poderoso Im-

E pero Galattico in ogni sua attività.)

Provando un senso inevitabile di scoraggiamento,

disse: «Sicuramente, non tutto è imprevedibile. Ci so-

no forze che ci guidano e si prendono cura di noi«.

E La Sorella si irrigidì, girandosi verso Seldon e stu-

diandolo coi suoi occhi penetranti. Ma si limitò a dire:

aCosa?«.


Seldon era inquieto. «Mi pare che parlando di virus e

mutazioni parliamo dell'ambito naturale, di fenomeni


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soggetti alle leggi naturali. In questo modo non consi-

deriamo il soprannaturale, vero? Non consideriamo

quello che non è soggetto alle leggi della natura e che

perciò può controllarle.~
Lei continuò a fissarlo, come se d'un tratto Seldon

avesse cominciato a esprimersi in qualche strano, sco-

nosciuto, dialetto galattico. «Cosa?« ripeté, questa vol-

ta con voce quasi sussurrata.


Seldon prosegul, muovendosi a disagio tra parole

poco familiari che gli creavano un certo imbarazzo.

«Sicuramente vi rivolgerete a qualche grande essenza,

qualche grande spirito, qualche... non saprei come

chiamarlo...«
Con voce bassa ma stridula, Gocciadipioggia Qua-

rantatré disse: «Proprio come sospettavo. Immaginavo

che ti riferissi a questo, ma non riuscivo a crederci. Ci

stai accusando di avere una religione. Perché non l'hai

detto? Perché non hai usato la parola?~.
Seldon, un po' confuso da quell'aggressione, rispose:

«Perché è una parola che non uso. Io lo chiamo Uso-

prannaturalismo~«.
«Chiamalo come vuoi. E religione, e noi non l'abbia-

mo. La religione va bene per i tribali, per la massa del-

la fec...«
La Sorella si interruppe per deglutire, come se le fos-

se andato di traverso qualcosa. La parola che aveva re-

presso a metà era "feccia", Seldon non aveva dubbi.
Poi Gocciadipioggia riacquistò il controllo. Parlando

lentamente, con un tono più grave rispetto a quello

abituale, disse: «Non siamo un popolo religioso. Il no-

stro regno è di questa Galassia, e lo è sempre stato. Se

tu sei religioso...~..
Seldon si sentì in trappola. Non aveva preventivatQ

uno sviluppo del genere. Alzò una mano in atteggia-

mento difensivo. «Non proprio. Sono un matematico, e

anche il mio regno è di questa Galassia. Solo che ve-

dendo la rigidezza delle vostre usanze ho pensato che il

vostro regno...«


r
INon pensarlo, tribale. Se le nostre usanze sono rigi-
i, è perché siamo solo milioni circondati da miliardi.
qualche modo dobbiamo distinguerci per non smar-

~ci, noi che siamo cosi Fhi, in mezzo alle vostre or-

e e alle vostre moltitudini. Dobbiamo distinguerci

~Dn la nostra mancanza di peli~ il nostro abbigliamen-

,~, il nostro comportamento, il nostro modo di vivere.

~obbiamo sapere chi siamo, e dobbiamo essere certi

che voi tribali sappiate chi siamo. Lavoriamo nelle no-

stre colture per diventare preziosi ai vostri occhi e ave-


~re la certezza che voi ci lascerete in pace... Ecco tutto

quello che vi chiediamo... di lasciarci in pace.«


«Non ho nessuna intenzione di fare del male a te o a

qualcuno della tua gente. A me interessa solo la cono-

scenza, la cerco qui come in qualsiasi altro luogo.«
«E ci offendi chiedendo della nostra religione, come

se invocassimo qualche spirito misterioso e incorporeo

chiedendogli di fare quello che non riusciamo a fare da

soli.~
«Ci sono molte persone, molti mondi, che credono in

qualche forma di soprannaturalismo... di religione, se

preferisci questo termine. Possiamo non essere d'ac-

cordo con loro, ma come possono sbagliarsi loro che

credono possiamo sbagliare anche noi che non credia-

mo. In ogni caso, non c'è nulla di disonorevole in que-

ste credenze, e se ti ho rivolto delle domande non in-

tendevo certo offendere nessuno.«
La Sorella era ancora arrabbiata. aReligione!~ sbot-

tò. «Non sappiamo che farcene.~.


Il morale di Seldon, che aveva imboccato una china

discendente durante la conversazione, toccò il fondo.

Tutto il suo piano, quel giro con Gocciadipioggia Qua-

rantatré, era finito in nulla.


Ma la ragazza prosegul dicendo: «Abbiamo qualcosa

di meglio. Abbiamo la storia«.


Al che, Seldon si sentl subito galvanizzato e sorrise.
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~;510RIA DELLA MANO SULLA COSCIA ... Una circostanza citata

ri' ta Hari Seldon come prima svolta decisiva nella sua ricerca

r di un metodo per perfezionare la psicostoria. Sfortunata-

P ~ mente, i suoi scritti non forniscono alcuna indicazione circa

la natura di tale "storia" e le congetture a questo riguardo (ne

sono state fatte parecchie) sono inutili. Rimane uno dei tanti

misteri affascinanti della carriera di Seldon.

IZ R~lrl ~P~m ~

,~ Gocciadipioggia Quarantatré fissò Seldon ansimando,

gli occhi sbarrati. «Non posso stare qui.«
Seldon si guardò attorno. «Non c'è nessuno che ci di-

sturbi. Perfino il Fratello che ci ha dato i bocconcini

non ha detto nulla. A quanto pare, ci ha scambiati per

una coppia perfettamente normale.«


«Perché non abbiamo nulla di insolito... quando c'è

a luce, quando tu tieni la voce bassa e si nota meno

il tuo accento tribale, e quando io sembro calma. Ma

adesso...~- La voce della ragazza stava arrochendo.


«Adesso, cosa?)~
.~ «Sono nervosa, tesa. Sono... sudata.,-
«Chi vuoi che se ne accorga? Rilassati. Calmati.«
«Non posso rilassarmi qui. Non riesco a calmarmi

sapendo che qualcuno potrebbe notarmi.«


«Dove dobbiamo andare, allora?,,
«Ci sono delle cabine, per riposarsi. So dove sono. Ho

lavorato qui.~


La Sorella affrettò il passo, e Seldon la segul. Su una

breve rampa, che Seldon non avrebbe visto in quella

semioscurità se non ci fosse stata lei, c'era una fila di

porte, ben distanziate.


«Quella in fondo« mormorò Gocciadipioggia. «E li-

bera.).
Infatti era libera. Un piccolo rettangolo luminoso di-

ceva NON OCCUPATA, e la porta era socchiusa.
La ra~azza si ~uardò intorno velocemente, fece cen-

no a Seldon di entrare, entrò a sua volta, e quando

chiuse la porta ~na luce sul soffitto si accese rischia-

rando l'interno.


Seldon chiese: «Sulla porta c'è qualcosa che indichi

che la cabina è occupata~«.


4Il segnale di occupato è apparso automaticamente

quando si è chiusa la porta e si è accesa la luce« ri-

spose lei.
Seldon senti l'aria che circolava producendo una spe-

cie di sospiro sommesso, ma del resto su Trantor quel

rumore e quella sensazione erano presenti ovunque.
La stanza non era molto spaziosa, perb era dotata di

un lettino con un materasso duro al punto giusto e len-

zuola pulite. C'erano una sedia e un tavolo, un piccolo

frigorifero, e qualcosa che assomig]iava a una piastra

termica chiusa, probabilmente un apparecchio per

scaldare il cibo.


La ragazza si sedette sulla sedia, assumendo una po-

sizione rigida e ben eretta, compiendo uno sforzo visi-

bile per rilassarsi.
Seldon, indeciso, rimase in piedi finché lei con un ge-

sto un po' spazientito non gli indicò il lettino. Seldon si

sedette là.
Sottovoce, quasi stesse parlando tra sé, la Sorella

disse: «Se si verrà a sapere che sono stata qui con un

uomo, anche se è solo un tribale, verrò bandita«.
Seldon scattò in piedi. «Allora non rimaniamo qui.~
«Siediti. Non posso uscire in questo stato. Mi hai

chiesto della religione. Cos'è che cerchi?«


Gocciadipioggia gli sembrava completamente cam-

biata, rifletté Seldon. Non c'era più traccia di passività

e ossequiosità. Non-era più timida e incerta in presen-

za di un maschio. Lo stava fissando torva tenendo le

palpebre socchiuse.
«Te l'ho detto. Cerco la conoscenza. Sono uno stu-

dioso. Mi interessa sapere... è la mia professione. Vo-

glio capire la gente, soprattutto, quindi voglio impa-
r~
~e la storia. Su molti mondi, i documenti storici an

~i, quelli veramente antichi, degenerando si sono

~sformati in miti e leggende, e spesso sono entrati a

~r parte di un complesso di credenze religiose o so-

rannaturalistiche. Ma se Micogeno non ha una reli~

Zlone, allora...«

~ «Ti ho detto che abbiamo la storia.«

b~- «L'hai detto due volte. Storia che risale a quando?~

.~ «A ventimila anni fa.«
.Y «Davvero? Parliamo con franchezza. E storia auten-

tica o è qualcosa che è scaduta a livello di leggenda?«


«Storia autentica, naturalmente.«
Seldon stava per chiederle come faceva a essere cer-

ta della sua autenticità, ma si trattenne. Chissà se la

storia poteva davvero risalire a ventimila anni prima

ed essere autentica? Non era uno storico, lui. Avrebbe

dovuto sentire Dors.
Però gli sembrava molto probabile che la parte più

antica della storia di ogni mondo fosse solo un miscu-

glio artefatto di eroismi e di drammi che servivano co-

me insegnamento morale edificante e non andavano

presi alla lettera. Su Helicon era senza dubbio cosi, ep-

pure praticamente tutti gli Heliconiani erano pronti a

giurare che si trattava di episodi autentici, che quella

era storia. Arrivavano addirittura a sostenere la veridi-

cità della storia completamente assurda della prima

esplorazione di Helicon e degli incontri con dei grandi

rettili volanti pericolosi... anche se sui mondi esplorati

e colonizzati dagli esseri umani non era mai stata tro-

vata traccia di animali del genere.
Seldon chiese: «Come inizia la vostra storia?«.
Negli occhi della Sorella c'era un'espressione rapita,

il suo sguardo era fisso nel vuoto. aCon un mondo... il

nostromondo. Un unico mondo.«
«Un unico mondo?« (Seldon ricordò che Hummin gli

aveva parlato di certe leggende riguardanti un unico

mondo d'origine dell'umanità.)

«Un unico mondo. Ce ne sono stati altri dopo, ma il

nostro è stato il primo. Un unico mondo... con tanto

cielo, aria aperta, spazio per tutti, campi fertili. case

accoglienti, gente cordiale. Per migliaia di anni abbia- ~

mo vissuto là, poi abbiamo dovuto andarcene e na-;

sconderci in un posto o nell'altro finché alcuni di noi

non hanno trovato un angolo di Trantor dove abbiamo

imparato a coltivare il cibo che ci ha dato un po' di li- -

bertà. E qui a Micogeno, adesso abbiamo le nostre

usanze... e i nostri sogni.«
«E la vostra storia parla in modo dettagliato del

mondo originale? Di quell'unico mondo?~.


«Oh, Sì. ]~ tutto in un libro, un libro che abbiamo tut-

ti. Lo portiamo sempre con noi, così possiamo sempre 'l

aprirlo, leggerlo, ricordare chi siamo e chi eravamo, e

convincerci che un giorno riavremo il nostro mondo.«


«Dov'è questo mondo, e da chi è abitato adesso? Lo

sapete?,~


La Sorella esitò, poi scosse la testa rabbiosamente.

«No, ma un giorno lo troveremo.«


«E in questo momento hai con te il libro?«
«Certo.«
«Posso vederlo?«
Sul volto della Sorella sbocciò lentamente un sorri-

so. « Dunque, ecco cosa vuoi . Ho capito che volevi quai-

cosa quando hai chiesto che ti accompagnassi da sola a

visitare le microcolture.« Parve un po' imbarazzata.

«Non immaginavo che fosse il Libro.1-
'«Non voglio altro« disse Seldon, sincero. «Non avevo

in mente nient'altro. Se mi hai portato qui pensando

che...«
Lei non lo lasciò finire. «Ma adesso siamo qui. Lo

vuoi o non lo vuoi il Libro?«


«Me lo lasci vedere?
«A una condizione.«
Seldon esitò. Forse, involontariamente, aveva spez-

zato troppo le inibizioni della Sorella, e in tal caso c'e-

ra la possibilità di guai seri. «Quale?«
F~`'
~Gocciadipioggia Quarantatré sporse leggermente la

l!ngua e si umettò in fretta le labbra. Poi, con voce tre-

~ula, rispose: «Devi toglierti la guaina cranica«.
~Iari Seldon fissò interdetto Gocciadipioggia. Per un

`attimo non capì di cosa stesse parlando. Aveva dimen-

ticato che portava una guaina.
Poi accostò una mano alla testa e, per la prima volta,

consapevolmente, tastò la guaina. Era liscia, ma Sel-


~ don sentì la lieve elasticità dei capelli nascosti sotto.
F Non molta. In fin dei conti, i suoi capelli erano sottili e

non formavano una gran massa.


Sempre tastando, chiese: «Perché?«.
F «Perché voglio che tu lo faccia. Perché se vuoi vedere
~` il Libro la condizione è questa.,-
L~ «Be', se proprio ci tieni...« Seldon cercò il bordo del-

la guaina per sfilarla.


i~ «No, lascia. Faccio io.« La ragazza lo stava guardan-

do con un'espressione bramosa.


Seldon abbassò la mano. «Forza, allora.«
Lei si alzò e gli si sedette accanto sul lettino. Lenta-

mente, attentamente, staccò la guaina dalla testa ini-


~: ziando vicino a un orecchio, e umettandosi ancora le
' Iabbra continuò ad allentarla lungo tutta la fronte e a

sollevarla. Poi la guaina venne via, e i capelli di Seldon

sembrarono agitarsi quasi felici di essere liberi.
Prebccupato, Seldon disse: «Probabilmente, la guai-

na mi ha fatto sudare. Avrò i capelli piuttosto umidi«.


Alzò la mano, quasi intendesse accertarsene, ma lei

lo bloccò. «Voglio farlo io. Fa parte della condizione.«


Esitante, con un gesto lento, gli toccò i capelli, poi ri-

trasse le dita. Li toccò di nuovo e, delicatamente, li ac-

carezzò.
«Sono asciuttiP disse. a~... una sensazione piace-

vole.«


~«Solo capelli di bambini, qualche volta. Questi . so-

no diversi.« La Sorella li stava accarezzando di nuovo.


~In che senso?« Seldon, malgrado l'imbarazzo, riu-

sciva a essere curioso.


~Dopo un po', Seldon chiese: «Allora, soddisfatta~ Hai

finito?«. · !


~< No. Non farmi premura. Puoi farli stare come

vuoi?«
«Be', non proprio. Hanno una loro piega naturale, e

avrei bisogno di un pettine per sistemarli.«
<~Un pettine?«
«Un oggetto con dei denti... ehm, come una forchet-

ta... solo che i denti sono più numerosi e meno rigidi.«


«Non puoi usare le dita?« chiese lei, passandogli le

dita tra i capelli.


«Volendo. Come sistema, non è granché.«
«Dietro sono ruvidi.«
«Perché sono più corti.«
La Sorella sembrò ricordare qualcosa. «Le sopracci-

glia« disse. «Non si chiamano così?« Staccò le strisce

coprenti e fece scorrere le dita lungo l'arco di peli, con-

tropelo. «Bello.« Ed eruppe in una risata acuta che as-

somigliava al ridacchiare della sorella minore. «Sono

belle.«
Un po' spazientito, Seldon fece: «Comprende qualco-

s'altro la condizione?«.
Nella luce fievole della cabina, Gocciadipioggia Qua-

rantatré parve prendere in considerazione una risposta

affermativa, ma non disse nulla. Invece, ritrasse di col-

po le mani e le accostò al naso. Seldon si chiese cosa

stesse fiutando.
«Che strano« disse lei. «Posso... posso farlo un'altra

volta?«
Inquieto, Seldon rispose: «Be', forse... se mi lasce-

rai tenere il Libro abbastanza a lungo da poterlo stu-

diare«.
'i La Sorella infilò la mano in una fenditura della toga

~che Seldon notava solo allora, e da qualche tasca inter-

~na estrasse un libro rilegato con un materiale duro e

~flessibile.
~; Seldon lo prese, sforzandosi di frenare la propria ec-

citazione.


Quando Seldon tornò a infilarsi la guaina sui capelli,

Gocciadipioggia portò di nuovo le mani al naso, poi,

delicatamente, in fretta, si leccò un dito.
47
«Ti ha tastato i capelli?« Dors Venabili guardò i capelli

di Seldon quasi fosse tentata di tastarli lei stessa.


Seldon si scostò leggermente. «No, per favore. Fatto

da quella donna, sembrava chissà quale perversione.~.


«Immagino che lo fosse... dal suo punto di vista. Tu

non hai provato nemmeno un po' di piacere?«


«Piacere? Mi è venuta la pelle d'oca. Quando final-

mente ha smesso, ho tirato un sospiro di sollievo. Con-

tinuavo a pensare: "Quali altre condizioni porrà ades-

so?".«
Dors rise.


~ «Avevi paura che ti costringesse a qualche pratica

E~ sessuale? O lo speravi?"


«Ti assicuro che non avevo il coraggio di pensare.

Volevo solo il Libro.«


Erano nel loro alloggio, e Dors attivò il campo di di-

storsione per fare in modo che nessuno pòtesse spiarli.


La notte micogeniana stava per iniziare. Seldon si

era tolto guaina e toga e aveva fatto il bagno, dedican-

do un'attenzione meticolosa ai capelli, che aveva insa-

ponato e risciacquato due volte. Ora sedeva sul letto,

indossando una camicia da notte leggera presa dall'ar-

madio.


L'espressione vivace e divertita, Dors chiese: «Lo sa-

peva che hai dei peli sul petto?«.


<~Ho sperato ardentemente che non ci pensasse.«
«Povero Hari. E stato tutto perfettamente naturale,

sai? Probabilmente avrei avuto un problema identico

se fossi stata sola con un Fratello. Anzi, sarebbe andata


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