La vita e I miracoli



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Il 25 marzo 1957 alcuni ufficiali della Tributaria, al comando del tenente colonnello Carlo Formosa, effettuarono una perquisizione nella casa del banchiere Gian Batti­sta Giuffrè a Imola, sequestrando una gran quantità di materiale compromettente. "Giuffrè inquisito" titolarono i giornali a caratteri cubitali. «Giuffrè nel mirino della giustizia." - Era inevitabile, prima o poi il caso doveva scoppiare - com­mentarono gli esperti. - Adesso ci sarà una strage di piccoli, ingenui risparmiatori. Qualche mese dopo Pio XII, valutate le informazioni che gli erano giunte sul "caso", emanò un’istruzione con cui si diffida­vano tutti i vescovi, tutti i Superiori delle Congregazioni e degli Ordini religiosi dall'intrattenere rapporti con Giuffrè stesso e, do­ve rapporti fossero in corso, si imponeva di troncarli all'istante. Il "banchiere di Dio" accusò immediatamente il colpo. Gli ec­clesiastici erano le colonne portanti della sua organizzazione, e senza il flusso di entrate che gli garantivano, indispensabili per pa­gare elevati interessi, Giuffrè fu costretto a dichiarare fallimento. La Chiesa si trovò impegolata in uno scandalo senza precedenti. Sessantadue vescovi e centinaia di religiosi e religiose erano coin­volti nel fallimento Giuffrè; non con soldi propri, ma raccolti dai laici. E i laici ora reclamavano il denaro, minacciando di ricorrere ai tribunali. Il Papa impose agli ecclesiastici coinvolti di restituire fino all'ultimo centesimo. La Banca del Vaticano avrebbe anticipa­to le somme necessarie, ma i vescovi e i religiosi colpevoli in seguito avrebbero dovuto risarcirla. Pio XII istituì anche una commissione cardinalizia affinché seguisse la vicenda. I Frati Cappuccini furono costretti a sborsare una somma che, secondo una relazione riservata del Superiore generale, "portò l'Ordine sull'orlo della bancarotta". I responsabili di quel disa­stro, sollecitati a darsi da fare per cercare di tamponare la rovina, guardavano con speranza a Padre Pio. - A lui arrivano miliardi, ci darà una mano - si dissero fiduciosi. Una delegazione composta da tre religiosi raggiunse San Giovan­ni Rotondo. Era guidata da Padre Gianantonio, che già in altre oc­casioni aveva contattato Padre Pio per ottenere del denaro da con­segnare a Giuffrè. - Abbiamo bisogno del vostro aiuto, Padre. - Come mai? - Siamo coinvolti nel fallimento Giuffrè e dobbiamo pagare. - Ve lo avevo detto che era una trappola. - Avevate ragione, e noi non vi abbiamo ascoltato. Però abbia­mo sbagliato in buona fede: volevamo ricostruire i nostri conventi danneggiati dalla guerra. - E adesso? - Il Vaticano ha pagato per noi, ma ora dobbiamo restituire la somma che ha anticipato. - Quanto? - Una cifra spaventosa... - Purtroppo, io non posso fare niente per voi. Come ti ho già spiegato in altre occasioni, Padre Gianantonio, i soldi che mi arri­vano non sono miei. Se li destinassi a scopi diversi da quelli indi­cati dai benefattori, diventerei un ladro. - Ma voi, Padre, siete un figlio di quest'Ordine, di questa Pro­vincia religiosa. Avete il coraggio di abbandonarci in queste gra­vissime difficoltà? - Mi piange il cuore, ma non posso offendere Dio commetten­do azioni illecite. - Tradite quindi i confratelli? - Con la disperazione nell'animo. La disperazione di Padre Pio era autentica. Egli sentiva fortissi­mo il legame con l'Ordine Cappuccino, cui aveva consacrato la propria esistenza, e soffriva vedendo i confratelli nei pasticci. Il suo dolore era così grande da spingerlo addirittura a commettere qualche peccatuccio, per aiutare almeno i confratelli della Provin­cia di Foggia. Dopo lunghi tentennamenti e dubbi di coscienza, chiamò l'amministratore della "Casa Sollievo della Sofferenza", il commendator Angelo Battisti, e con le lacrime agli occhi gli chiese di dar loro una mano. - Vedi se puoi, in coscienza, offrire qualche piccolo contribu­to - gli disse. Battisti si fece in quattro. Spostò pagamenti, dilazionò impegni e trovò il modo di trasferire una somma consistente, pari a oltre 100 milioni di allora, alla Curia provinciale. Altri milioni furono prestati a interessi zero. Tuttavia era poca cosa di fronte alle necessità. C'erano poi i bisogni dell'Ordine. Anche il Generale guar­dava a Padre Pio come a un'ancora di salvezza. - È veramente assurdo che una grande famiglia come la nostra affoghi nei debiti quando un suo componente naviga nell'oro! -esclamò indignato Padre Gianantonio, il quale, dopo l'incontro con Padre Pio, era andato a lamentarsi dal Generale dell'Ordine Cappuccino. - Oltre tutto - aggiunse lasciandosi prendere dalla foga - noi non chiediamo a Padre Pio di regalarci i soldi, ma soltanto di pre­starceli per un certo periodo di tempo. - Gli amministratori della "Casa Sollievo della Sofferenza", con i quali ho parlato anch'io - disse il Generale - sostengono di non essere in grado di venirci in aiuto, anche perché sono impe­gnati nel lavori di ampliamento della clinica. - Ecco un altro aspetto assurdo di questa vicenda - si acca­lorò Padre Gianantonio. - Noi dobbiamo trattare con dei laici, dei borghesi, come se la clinica fosse stata realizzata da loro e non da un nostro confratello. - Be', per la verità, da un punto di vista giuridico i responsabi­li sono loro, i laici - osservò il Generale. – L’Ordine ha rifiutato, fin dall'inizio, di prendersi la responsabilità di quest'opera. - Ma è pur sempre stata ideata da un frate - replicò Padre Gianantonio. - Ed è stata costruita con le offerte indirizzate a un frate cappuccino. Ai laici la gente non avrebbe inviato offerte. Io dico che è giunta l'ora di rimettere le cose a posto. Padre Pio è un frate, vincolato ai voti di povertà e obbedienza: bisogna costrin­gerlo a osservarli. - Pio XII lo ha dispensato dal voto di povertà proprio perché possa amministrare la sua opera. - Adesso però bisogna cambiare - insistette Padre Gianantonio. - L'Ordine ora vuole prendersi cura, com’è giusto, della clinica. Perciò si caccino via i laici e subentri l'Ordine Cappuccino. Padre Pio è un frate, le sue opere devono essere dell'Ordine cui appartiene. - Sì, dovrebbe essere così - ammise il Generale. - Se me lo permette, Reverendissimo Padre, vorrei lavorare per capovolgere la situazione. - Magari ci riuscisse. Padre Gianantonio era stato uno dei più fedeli collaboratori di Giuffrè. A nome della Provincia di Foggia e dell'Ordine Cappucci­no aveva consegnato miliardi al "banchiere di Dio". Adesso s'im­pegnava a trovare il denaro necessario per tamponare i debiti e considerava la clinica di Padre Pio la sua ancora di salvezza. - Bisogna liberare la "Casa Sollievo della Sofferenza" dalle grinfie dei borghesi - ripeteva ovunque - L'Ordine Cappuccino deve riprendersi ciò che gli appartiene. La mattina del 9 ottobre 1958 i notiziari radio diffusero la noti­zia della morte di Pio XII. Il decesso era avvenuto alle prime luci dell'alba nella residenza papale estiva di Castelgandolfo. Pio XII aveva ottantadue anni. Appresa la notizia, Padre Pio andò in chiesa a pregare e vi rima­se a lungo. Il suo dolore era grandissimo. Tuttavia, quando uscì dalla chiesa verso mezzogiorno, il suo viso era sereno. Confidò a Padre Agostino, il suo confessore: - Il Papa ora è nella gloria del paradiso. Il Signore me lo ha fatto vedere. - Poi, diventando improvvisamente triste aggiunse: - È finita, Padre spirituale. Adesso Satana si scatena. Che intendi dire, figliolo? - Lo saprete presto, Padre. - Padre Pio non ha più un protettore. Adesso possiamo regola­re i conti con lui - affermò gioioso Padre Gianantonio a com­mento della morte di Pio XII. Aveva già ideato un piano per togliere la "Casa Sollievo della Sofferenza" al Padre. Inoltre aveva costituito un gruppo di confra­telli fidati che lo avrebbero aiutato nell'impresa. La scomparsa del Papa che aveva sempre difeso Padre Pio facilitava il suo compito. Al Sant'Uffizio cominciarono subito ad arrivare lettere di prote­sta contro la comunità religiosa del convento di Santa Maria delle Grazie, contro la "Casa Sollievo della Sofferenza" e soprattutto contro Padre Pio. Arrivavano con una frequenza e una costanza che ricordavano gli anni Venti. Diverse erano lettere anonime, ma la maggior parte erano fir­mate, corredate di lunghe relazioni frutto di inchieste private, con tanto di testimonianze giurate. I nemici di Padre Pio adesso agiva­no senza nascondersi, a viso scoperto. Si sentivano protetti, spal­leggiati. Si capiva che c'era un disegno preciso dietro quanto stava accadendo: tutto era organizzato per raggiungere un obiettivo molto evidente. La campagna denigratoria spaziava a largo rag­gio. Le lettere accusatorie erano inviate al Sant'Uffizio, ma an­che ad altre Congregazioni competenti e perfino al Pontefice. Sul trono di San Pietro, dopo la morte di Pio XII, era stato eletto il cardinale Angelo Roncalli, che aveva preso il nome di Giovanni XXIII. Era un bergamasco già anziano, che aveva sempre svolto il suo ministero lontano da Roma e quindi non era esperto dello "sti­le curiale". Non conosceva i meandri segreti dove erano prese le decisioni e dove si annidavano raggiri, ricatti, vendette, il tipico sottobosco delle corti che non era assente neppure in Vaticano. Saggio, prudente, pacifico, tollerante, Giovanni XXIII poteva esse­re definito imperturbabile. Tuttavia, leggendo quanto arrivava sul suo tavolo riguardo a Padre Pio, si era spaventato. Conosceva la vicenda del religioso di Pietrelcina. Pur non aven­do mai avuto contatti diretti con lui, aveva seguito sui giornali le varie polemiche in cui era stato coinvolto fin dagli anni Venti, e alla fine si era convinto che fosse veramente un sant'uomo. Ora quelle accuse, così dettagliate e documentate, lo sconvolgevano. Le denunce, infatti, erano gravissime: Padre Pio era accusato di trasgredire sistematicamente i voti di povertà, obbedienza e ca­stità. Nelle lettere si sosteneva che il Padre si serviva delle offerte destinate alla clinica per favorire amici e parenti, e in particolare alcune donne, sue predilette, che si erano costruite case nuove nei pressi del convento con i soldi avuti da lui. Era accusato inoltre di non tenere in alcun conto le disposizioni emesse dai Superiori, e di criticare vescovi, cardinali e lo stesso Papa. Gli addebiti più gravi, comunque, riguardavano la sua mora­lità. Si affermava che da anni avesse rapporti sessuali con alcune sue "figlie spirituali", proprio quelle cui avrebbe regalato del de­naro affinché si costruissero la casa vicino al convento. Le avreb­be ricevute in convento anche di notte e sarebbe andato di nasco­sto a visitarle nelle loro abitazioni. Giovanni XXIII era terrorizzato. "Se queste notizie finiscono sui giornali" diceva fra sé "la Chie­sa ne avrà un danno enorme." Ne parlava concitatamente con i propri collaboratori, in partico­lare con il segretario del Sant'Uffizio, il cardinale Alfredo Ottaviani. - Eminenza, ma che succede? Il cardinale Ottaviani, uomo di grande esperienza curiale, non si era allarmato più di tanto. Tuttavia era preoccupato per il nuovo atteggiamento degli accusatori. Quel loro agire spavaldamente a viso scoperto, firmando le accuse, denotava una sicurezza sospetta. - Questi sono pazzi scatenati - commentava leggendo le ac­cuse. - Fino a qualche mese fa a San Giovanni Rotondo era tutto tranquillo, e adesso si scopre che sarebbe un covo di vipere. Il cardinale Ottaviani si sentiva, in un certo senso, coinvolto in quell'ondata di accuse. Capiva che i delatori miravano a colpire pure lui. Era stato lui, infatti, a prendere per primo, in qualità di esponente del Sant'Uffizio e in modo quasi ufficiale, le difese di Padre Pio. Lo aveva fatto nel 1951, quando era assessore del Sant'Uffizio. In un articolo pubblicato dall'Osservatore Romano" aveva elencato i luoghi di pellegrinaggio che giudicava "covi di superstizione", perché basati su manifestazioni spirituali fasul­le. E in quell'elenco non aveva incluso San Giovanni Rotondo, che era così entrato automaticamente nell'elenco dei luoghi di culto ammessi. Significava che, dopo trent'anni di condanne, comminate proprio dal Sant'Uffizio, Padre Pio, che era all'origine, con i fenomeni cari­smatici che lo riguardavano, dei pellegrinaggi a San Giovanni Ro­tondo, aveva ricevuto un riconoscimento d’altissimo valore. I ne­mici giurati del Padre si erano ribellati, ma erano i tempi di Pio XII, grande protettore del religioso di Pietrelcina. E il Papa in persona era intervenuto per difendere la presa di posizione di Ottaviani. Adesso che Pio XII non c'era più, i nemici del Padre si erano scatenati di nuovo con furia raddoppiata. Ed evidentemente vole­vano colpire anche lui, Alfredo Ottaviani, che nel frattempo era diventato cardinale e segretario della Suprema Congregazione per la difesa della Dottrina e della Fede. "Devo reagire" disse fra sé il cardinale Ottaviani. "Devo difen­dere quanto scrissi nel 1951. E per poterlo fare in modo adeguato, è necessario che io sappia con assoluta certezza che cosa sta real­mente accadendo a San Giovanni Rotondo." Aveva bisogno di una relazione precisa e oggettiva; gli serviva inoltre un abile investigatore, perché sentiva che l'ambiente era al­quanto ostile. Passò in rassegna mentalmente i nomi di diversi col­laboratori segreti e si soffermò su uno: Monsignor Amedeo. Ricordandolo, sorrise. Insieme a lui aveva risolto casi assai con­torti. "Non lo sento da parecchio" pensò con rammarico. "Ormai deve essere anziano, ma è stato il migliore." Lo fece cercare. - È appena uscito dall'ospedale dove è stato operato alla prostata - gli riferirono i segretari. - Fatelo venire subito da me - ordinò il cardinale. Monsignor Amedeo era sulla sessantina, acciaccato nel fisico ma con la mente sempre lucidissima. Il cardinale lo abbracciò con affetto. - Ho bisogno di te - gli confidò. - Sono infermo. - Mi servi infermo - disse il cardinale. Monsignor Amedeo sorrise, si sedette e accese una sigaretta. - Sempre quel tuo maledetto vizio del fumo - lo rimproverò il cardinale. - Ti fa male, soprattutto adesso che sei appena uscito dall'ospedale. - Lo so. Pazienza - rispose Monsignor Amedeo. - Hai ancora dei parenti a San Giovanni Rotondo? - gli do­mandò Ottaviani. - Un fratello e due sorelle. Tutti e tre sposati, con famiglie nu­merose. - Dovresti andare a San Giovanni a trascorrere la convalescenza. Il cardinale raccontò in modo dettagliato all'amico quanto sta­va succedendo intorno a Padre Pio e concluse: - Ho bisogno di sapere come stanno davvero le cose. Io l'ho di­feso, anche ufficialmente, il Padre, e non credo di essermi sbagliato. Adesso però i suoi nemici attaccano anche me. Ho l'impressione che si stia preparando una battaglia tremenda e non voglio essere preso alla sprovvista. Devo avere una visione precisa della situazio­ne. Tu sei il più adatto a fornirmela, e le tue condizioni di salute ti favoriscono: nessuno potrebbe sospettare che sei a San Giovanni Rotondo per ficcare il naso. Devi farmi questo favore. - Sto male, comunque ci vado - rispose Monsignor Amedeo. - Quel povero disgraziato ne ha subite tante che andrei anche al­l'inferno per dargli una mano. - Lo conosci? - Un pò. Quando ero ragazzo gli ho servito Messa, ma non credo si ricordi di me. - Che ne pensi? - Non ho mai visto nessuno dire la Messa come lui. È uno che ci crede sul serio. Ho sempre pensato che sia un vero santo. - Anch'io. Ecco perché dobbiamo aiutarlo a tutti i costi. Monsignor Amedeo rimase tre settimane a San Giovanni Roton­do in casa di parenti, ufficialmente in vacanza per ricuperare le for­ze dopo un delicato intervento chirurgico. Quasi nessuno in paese si accorse della sua presenza. Eppure, grazie alla sua abilità, alle co­noscenze, alle astuzie del mestiere in cui era sempre stato un genio, riuscì a svolgere una mole di lavoro immensa. Tornato a Roma, andò a riferire al cardinale Ottaviani. - La lotta contro Padre Pio è spietata - esordì. - Credo che questa volta difficilmente riuscirà a restare in piedi. - Mi spaventi - rispose il cardinale. - Ma che sta succedendo? - Il movente principale sono i soldi, e tu sai che quando ci so­no di mezzo quelli può succedere di tutto. Padre Pio riceve offerte da tutto il mondo, e la "Casa Sollievo della Sofferenza "incassa somme da capogiro. Così, alcuni gruppi di potere vogliono quella gallina dalle uova d'oro. - Chi sono? - Diciamo che sulla piazza agiscono tre gruppi. L'Ordine Cap­puccino, che si è pentito di aver rifiutato la Casa quando il Padre gliela offrì all'inizio e vorrebbe arrivare a una nuova sistemazione giuridica. Poi ci sono gli attuali amministratori, che dopo tanti sa­crifici si sentono minacciati nei loro giusti diritti e non vorrebbero cedere la clinica a chi prima l'aveva rifiutata. Almeno, non inten­dono cederla finché la soluzione non sarà ben accetta al Padre. - E il terzo gruppo? - Si tratta dei frati da sempre sostenitori di Padre Pio, gli amici fidati che non hanno mai dubitato di lui e che per lui sono stati spesso puniti. Esasperati da tante incomprensioni e persecuzioni, stanno lavorando a un'idea rivoluzionaria e sorprendente: creare una comunità indipendente intorno al Padre. Mediterebbero cioè una scissione in seno all'Ordine stesso, per andarsene a vivere nel­la "Casa Sollievo della Sofferenza". Padre Pio, già fondatore della clinica, diventerebbe così il fondatore di una nuova comunità reli­giosa, che si prefiggerebbe di realizzare anche gli ideali spirituali contenuti nello statuto della clinica. Una mossa a sorpresa che sta suscitando molti timori. - Interessante. E secondo te, chi avrà il sopravvento in questa corsa? - Difficile saperlo. Gli amici di Padre Pio vorrebbero raggiun­gere i loro scopi legalmente, con un'iniziativa alla luce del sole. L'Ordine Cappuccino invece non agisce in prima persona: si fa rappresentare da una combriccola di congiurati poco raccoman­dabile. C'è di mezzo un parroco romano che tu conosci, un frate coinvolto nel fallimento Giuffrè per miliardi, e un altro frate psi­copatico che appartiene alla comunità di San Giovanni Rotondo. Una compagnia di svitati che si danno comunque un gran daffare pescando nel torbido, e io temo che saranno loro ad avere il so­pravvento. - Sarebbe triste. - Stanno facendo cose atroci. Vogliono screditare Padre Pio in modo che sia condannato dalla Chiesa e automaticamente al­lontanato dalla gestione della clinica. - Sono loro, quindi, che inviano tutte queste lettere di accuse contro il Padre... - Il loro piano punta soprattutto a scalfire la moralità del Pa­dre. Intendono dimostrare che è un vizioso e un libertino, che se la spassa con le "figlie spirituali". - Cosa mi dici di queste benedette "figlie spirituali" che salta­no sempre fuori in tutte le accuse contro Padre Pio? - La storia è questa. Le "figlie spirituali", o "pie donne", o "fedelissime" come sono chiamate, sono tutte donne ormai anziane. Padre Pio le conobbe negli anni Venti. Allora erano gio­vani, alcune forse anche belle, e qualcuna molto ricca. Un'ame­ricana, Maria Pyle, era un'ereditiera, figlia di un magnate del pe­trolio: ha lasciato tutto per vivere vicino al Padre. Un'altra, Luisa Vario, era una delle donne più belle d'Europa, animatrice dei sa­lotti più esclusivi, e anche lei ha abbandonato tutto per Padre Pio. Sono persone che meritano un grandissimo rispetto. Oggi, data l'età e gli acciacchi, sono donne al di sopra di ogni tentazione. E ridicolo pensare che il Padre possa perdere la testa per loro. E am­messo, per assurdo, che l'avesse perduta da giovane, adesso do­vrebbe aver tranquillamente raggiunto la pace dei sensi... "Queste donne hanno sacrificato la vita per lui. Non si sono sposate, hanno accettato un'esistenza di penitenza e preghiera. Si tratta di persone eccezionali, ammirevoli. Naturalmente sono en­tusiaste di questo religioso di cui conoscono meglio di qualunque altro i carismi, la bontà, le sofferenze, lo zelo, il mistero. Lo ado­rano. Quando lo vedono gioiscono come bambine, gli mandano baci; cose normalissime, sane, sante. Padre Carmelo, un religioso equilibrato, aveva permesso che una volta la settimana potessero incontrare tutte insieme Padre Pio, in foresteria, per restare un pò con lui. Un regalo straordinario. Da giovani stavano molto vicine al Padre, ma con l'afflusso dei pellegrini questo non era più pos­sibile. Gli incontri settimanali, perciò, erano una festa. Accoglie­vano il Padre con grida di gioia, di evviva.”Padre caro, Padre bel­lo... Padre dolcissimo...', e i baci schioccavano da ogni angolo della foresteria. Il Padre, che è un uomo di un equilibrio straordi­nario, rideva, scherzava, gioiva con loro. Ma quei fanatici dei con­giurati hanno registrato questi incontri e li spacciano come festini immorali e orge. "Quei maniaci, allo scopo di procurarsi prove di immoralità del Padre, hanno installato microfoni non solo in foresteria ma anche nella sua cella, in sacrestia e perfino nel confessionale." - Questo è orribile. - Hanno fatto di peggio. Con un cinismo veramente diabolico hanno assoldato alcune ex "figlie spirituali", "ex" nel senso che lungo il corso degli anni si sono dissociate allontanandosi da Pa­dre Pio. Sono persone a modo, distinte, stimate. Le hanno istruite e le mandano in giro a confessarsi da sacerdoti e autorità ecclesia­stiche importanti, di quelle che hanno un peso sui destini del Pa­dre. Sono venute anche qui a Roma per confessarsi a membri del Sant'Uffizio. In confessione, umilmente, con imbarazzo, queste donne raccontano di aver subito molestie sessuali da parte di Pa­dre Pio. Insinuano, piangendo, che il Padre le induceva in peccato, e di non aver avuto il coraggio di sottrarsi alle sue profferte. Capi­sci l'astuzia infernale di questo stratagemma? Non accusano il Pa­dre direttamente, ma confessano un peccato commesso con lui; in questo modo instillano nella mente della persona che dovrà giudi­care il Padre un'informazione tremenda. Oltre tutto, un'informa­zione che, coperta dal segreto sacramentale, non può neppure es­sere verificata. "Questi cospiratori senza scrupoli stanno provocando danni mo­rali spaventosi, che difficilmente, credo, potranno essere riparati." -E il Padre? - Soffre. Sa tutto e sopporta. Un giorno gli hanno annunciato che sarebbe arrivato da Roma quel parroco che sta con i cospiratori, e lui ha mormorato: "Arriva il traditore". "Che cosa avete det­to?" gli ha domandato il confratello, e lui: "Niente, niente, parlo da solo, come i vecchi rimbambiti". "Intorno a lui i cospiratori stanno facendo il vuoto. Tentano di isolarlo. Lui parla per enigmi, sembra che intenda lanciare dei messaggi, ma, come sempre, non vuole offendere nessuno, e per­ciò preferisce tacere e soffrire. Mentre ero lì io, sono arrivati al­cuni suoi amici che per lui sono come dei fratelli. Si sono fermati alcuni giorni senza riuscire ad avvicinarlo. Lo hanno visto soltan­to di sfuggita prima di andarsene.”Possiamo tornare per Natale?”gli hanno domandato.”Tempo permettendo... Di questi tempi...”ha risposto vago e preoccupato.”Padre, vogliamo stare un pò in­sieme”hanno insistito.”Non è giunta ancora l'ora... Bisogna pri­ma passare per la prova del sangue.'“Allora, Padre, arrivederci.'“Figlioli, dove, come e quando Dio vuole. Anche in paradiso.”"Usa un linguaggio criptico, in modo che possa intendere chi è in grado di farlo. Ma è evidente che lui sa tutto." - Gli hai parlato? - No. L’ho visto, e mi ha salutato. Lo conosco da anni. "Prega per me" gli ho detto. "Ne ho più bisogno io" mi ha risposto. E fis­sandomi negli occhi ha aggiunto: "E tu lo sai bene", facendomi capire che sapeva perché ero lì. - Che situazione complicata! - commentò il cardinale, che era diventato pensieroso. - Ora capisco tante cose... Si è vera­mente scatenato Satana. Ti ringrazio, come sempre mi sei stato preziosissimo. Adesso vai a riposarti sul serio, che te lo meriti. Il 14 aprile 1960 il Generale dei Cappuccini inviò una lettera al Papa implorando una visita apostolica a San Giovanni Rotondo. Alcuni giorni dopo Giovanni XXIII ricevette in udienza privata il Generale con i suoi più stretti collaboratori. Parlarono di Padre Pio e dell'ambiente di San Giovanni Rotondo. Si dissero molto preoccupati e invocarono ancora la visita apostolica. Il Papa assicurò che avrebbe preso seriamente in esame la loro richiesta. Giovanni XXIII era sempre più spaventato. Il dossier contenen­te le accuse contro Padre Pio che teneva sul tavolo era diventato un volume massiccio. La richiesta di una "visita apostolica" da parte degli stessi Superiori del Padre lo aveva meravigliato. - Allora la situazione è davvero grave - commentò. Decise di parlare con il vescovo di Manfredonia, Monsignor Andrea Cesarano, responsabile giuridico di San Giovanni Roton­do e quindi anche della comunità religiosa del convento di Santa Maria delle Grazie. Giovanni XXIII conosceva bene Cesarano: lo aveva avuto tra i suoi collaboratori quando era giovane. Lo convocò d'urgenza con un telegramma e lo ricevette in udienza privata alle 9 di sera.- Eccellenza, che mi dice di Padre Pio? - gli domandò subito a bruciapelo. - Santità, che devo dire? - rispose un pò sorpreso il vescovo. - Dico che è un religioso esemplare, un santo. - Ne è proprio sicuro? Questa è la mia convinzione. C'era una strana atmosfera. Quelle domande inattese intimidi­vano e infastidivano Monsignor Cesarano. - Se lo ricorda? - disse il Papa. - È stato proprio lei a farmi conoscere Padre Pio. O meglio, a parlarmene. Mi trovavo a Pari­gi, nel 1947, in veste di Nunzio Apostolico. Mi servivano infor­mazioni sicure su quel religioso e mi rivolsi a lei, che era suo ve­scovo fin dal 1932, se non sbaglio. Lei mi rispose con una lunga lettera che mi impressionò molto. Tra le altre cose mi scrisse: "Da tutti è ritenuto un santo, e il bene spirituale che fa è immenso." E anche: "Posso attestare, mettendo da parte ogni carisma sopran­naturale, che è un uomo di eccezionali virtù, e che il suo nascosto apostolato è una vera sorgente di feconda vita spirituale per le anime . Non si spaventi: non ho una memoria da elefante. Sono andato a rileggermi quella lettera che conservo. E ora le domando se quelle sue affermazioni sono ancora attuali, oppure se negli ul­timi tempi lei ha cambiato idea. - La mia stima per Padre Pio è aumentata, Santità - rispose Cesarano. - Ora lo conosco meglio, e confermo quanto allora le scrissi. - Molti non la pensano come lei. - Prese dalla scrivania il volu­minoso dossier e cominciò a sfogliarlo commentando con il vescovo le varie accuse. Citando i brani di alcune lettere, il Papa appariva vi­sibilmente imbarazzato; e anche Monsignor Cesarano lo era. - Queste accuse - osservò Giovanni XXIII- sono così detta­gliate, documentate, con menzione di persone, fatti, circostanze, che è impossibile non prenderle in considerazione. Deve tener pre­sente che questo dossier non proviene da privati: mi è stato invia­to ufficialmente da persone al di sopra di ogni sospetto. - Capisco, Santità, ma sono convinto che si tratti di calunnie. C'è in atto una guerra a San Giovanni Rotondo. Alla clinica di Pa­dre Pio arrivano molti soldi, e tutti li vogliono. Si è scatenato l'in­ferno contro il Padre e la sua opera. - E se per caso queste accuse avessero un fondamento? Se fi­nissero sui giornali? Sa che danno ne verrebbe per la Chiesa? - Santità, Padre Pio è innocente - ripeté Monsignor Cesarano con le lacrime agli occhi. - Sarei pronto a dare la vita per lui. Papa Giovanni congedò il vescovo, che non gli era stato di grande aiuto. Nei giorni successivi si consigliò con altri collabora­tori. Alcuni difendevano Padre Pio, ma la maggior parte lo accu­sava, manifestando dubbi e sospetti. "È dal 1918 che dà fastidio alla Chiesa" affermò un anziano porporato. Il Papa non volle prendere decisioni. Come pastore della Chiesa, responsabile del bene delle anime, preferì indagare. E non potendo farlo di persona, decise di ricorrere a uno strumento previsto dal codice di diritto canonico, indicato come "visita apostolica". Deci­se di mandare un suo inviato con il compito di osservare, interroga­re, farsi un'opinione e riferire. Ne parlò con il cardinale Ottaviani e il 22 luglio affidò l'incari­co di compiere la "visita apostolica" a San Giovanni Rotondo a Monsignor Carlo Maccari, che era allora segretario del Vicariato di Roma.

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