Interventi ed esercitazione sul lavoro di rete tre “premesse” e due “come”



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Interventi ed esercitazione sul lavoro di rete

TRE “PREMESSE” E DUE “COME”


    • UNA ICONA DI RIFERIMENTO: PIETRO, IL PESCATORE

    • LA MISSIONE ECCLESIALE

    • AGIRE PER LO SVILUPPO LOCALE

    • IL LAVORO DI RETE

    • LA PROGETTAZIONE PARTECIPATA

    • COOPERARE O COMPETERE
  1. UNA ICONA DI RIFERIMENTO: PIETRO IL PESCATORE

Maestro, abbiamo lavorato tutta la notte e non abbiamo preso niente: tuttavia, sulla tua parola, getterò le reti” E, avendole gettate, presero una grande quantità di pesci…

(…) Allora Gesù disse a Simone: “Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini!”.
Due suggestioni:


  1. il lavoro di rete può suscitare profonde delusioni: si lavora tanto e non si raccoglie niente, ma ‘sulla tua parola..’, occorre credere in qualcosa di superiore per fare rete, non è solo un problema di tecniche, altrimenti non si raccoglie niente, bisogna essere animati da un ideale forte, attorno a cui aggregare altri.

  2. non si tratta più di catturare pesci per ucciderli (l’aspetto mortifero della rete), ma di aggregare uomini per salvarli.

  1. LA MISSIONE ECCLESIALE




  1. AGIRE PER LO SVILUPPO LOCALE (alcune suggestioni)


2.1. NESSUNA COMUNITA’ E’ UN “DESERTO”


Avere un atteggiamento di ascolto e di ricerca rispetto alla cultura di una comunità, nella convinzione che ogni comunità ha qualcosa da dire, da insegnare e da mettere in campo in merito ai problemi che la attraversano.

Occorre lasciarsi mettere in discussione dalle culture di prevenzione, integrazione, solidarietà, sicurezza sociale ecc. ecc ... che ogni comunità ha elaborato e che ne permettono la sopravvivenza come comunità... anche se non ci piacciono.

Occorre contaminare e lasciarsi contaminare.
2.2. FAVORIRE LA PARTECIPAZIONE A PARTIRE DAL COINVOLGIMENTO
Così come non possiamo approcciare una comunità ritenendola un “deserto” non dobbiamo neanche illuderci che essa rappresenti un “soggetto collettivo competente” da subito.

Nel proporre azioni ed interventi dobbiamo valutare se esista o meno ed in che misura la comunità come soggetto. Altrimenti le nostre azioni sono prive di destinatario e si sprecano inutilmente risorse.

Da...

“facciamo qualcosa per attirare le persone in modo che si sensibilizzino e partecipino”



a ...

“ a quali condizioni quelle persone, quei gruppi, quei negozianti...possono e vogliono partecipare ?”

Il coinvolgimento diventa allora condizione propedeutica e necessaria per promuovere la partecipazione.

Il coinvolgimento “... può assumere il significato di un processo che fornisce l’opportunità ai diversi soggetti del territorio di riconoscersi e di essere legittimati nei loro problemi e nelle loro potenzialità.”

Coinvolgere e lasciarsi coinvolgere.

Nella convinzione che il potere di convolgimento non può che essere un potere diffuso a tutti i soggetti coinvolgibili pena l’assunzione da parte di alcuni di potere di indirizzo, direzione, decisione con conseguente rischio di “perdere per strada” risorse importanti.


2.3. FAR SPERIMENTARE I “VANTAGGI” – COGLIERE LE OPPORTUNITA’ - AGIRE IN UN’OTTICA DI “SCAMBIO”
Ogni processo di sensibilizzazione e di coinvolgimento, perchè non sia fondato su pietismo o puro assistenzialismo (rendendo molto precarie e temporanee le poche azioni di solidarietà) deve prevedere uno “scambio”.

Il coinvolgimento deve avere ben individuato e reso chiaro il “valore aggiunto” che si genera anche per chi si rende disponibile al coinvolgimento.

Cosa ci guadagna una comunità dal lasciarsi coinvolgere in un progetto di mensa per i poveri, di centro di ascolto, di... ?

Il lavoro di comunità, soprattutto la metodologia del lavoro di rete, devono far sperimentare a tutti i soggetti conivolti il “successo”, il “vantaggio” del cooperare, del collaborare.


2.4. NON SOLO I POVERI.... NON SOLO I “MIEI” POVERI...
Processi di sensibilizzazione ed animazione di comunità non sono analoghi a processi di marketing del mio “prodotto”.

Nel caso poi del “prodotto sociale” consideriamo prioritario sviluppare “infrastrutture di comunità” che, in buona sostanza, nel nostro caso, si traducono in “relazioni fiduciarie” (consapevoli, scelte, vantaggiose, ecc.).

Se aumento le “relazioni fiduciarie” in una comunità aumento la densità della rete, la rendo più solida, capace.

Senza questa attenzione rischio si di raccimolare qualche risorsa per le mie esigenze, ma anche di impoverir/esaurire la comunità contribuendo a frammentarla su problemi (spesso più mio che loro) specifici: psichiatria e territorio, carcere e territorio, handicap e territorio ... tutti a cercare volontari, inserimenti lavorativi, gruppi del tempo libero, ecc.

Altro rischio è di “raschiare il barile”, trovando disponibilità di collaborazione solo in “risorse” che sono più portatrici di bisogni che di energie: bisogno di rilanciare il proprio gruppo un po’ asfittico, di dare un senso alla propria vita, di “distrarsi” dalle proprie nevrosi quotidiane, di affermare una leadership, ecc. ... meno male che arriva il ... (matto, handicappato, minore, tossico...) .. che da un senso a me, alla mia vita, alla mia coppia, al mio gruppo.

Va bene il concetto di handicap/matto/ecc. anche come risorsa ... ma non esageriamo !


2.5. ANDANDO “OLTRE” I SEGNI E I SERVIZI...UN NUOVO RUOLO SOCIALE, POLITICO, ECONOMICO DEL TERZO SETTORE.
Nella interpretazione più attuale del ruolo del terzo settore nel welfare - i soggetti di terzo settore sono chiamati:

  • Da un lato essere soggetti che sviluppano comunità: se c’è qualcosa che il terzo settore ha immaginato, previsto, pronosticato, progettato, sperimentato e costruito è “lo sviluppo di comunità” e quindi una idea di welfare non come fine ma come mezzo per promuovere sviluppo di comunità (espressione di diritti, assunzione di responsabilità, localismo e globalità, ….) ancora prima che la sussidiarietà diventasse una parola di moda e comparisse nella normativa nazionale o regionale.

  • Dall’altro essere mediatori sociali: un ruolo di coordinamento nel senso impegnativo che questo termina ha in campo organizzativo, una funzione di “tenere insieme, seppure a fatica, i diversi cocci della composizione sociale e le diverse anime del welfare” (Bonomi) e questa mediazione richiede l’assunzione di una operativa responsabilità di rifornire di senso questi avvicinamenti, questi incollamenti, questi coordinamenti: “non si possono non approfondire, qualificare, attualizzare e quindi comunicare e riflettere (su altri e con altri) temi come la giustizia, la libertà, la verità, il bene …. cosa ci insegnano le nostre esperienze di prossimità, le vite che incontriamo ? cosa cerchiamo insieme ? con quale etica approcciamo altre culture ed altri popoli ? offire proposte prima ancora che risposte…” (Dotti J.)

  • dall’altro essere soggetti istituzionali: se c’è qualcosa che il terzo settore ha saputo fare è stato quello di essere “istituzione” ovvero un luogo/tempo di accompagnamento del cittadino, di ogni cittadino, ad assumersi i propri doveri di partecipazione responsabile, a cogliere il senso della “polis”, ad esprimere la propria libertà e la propria carica innovativa assumendo consapevolmente e responsabilmente la storia e la cultura di quella comunità…in una dimensione al contempo individuale e sociale.

  • dall’altro essere soggetti politici: volontariato, associazionismo, cooperazione stanno occupando spazi “naturali” (di democrazia, di cittadinanza, di socialità) un tempo di altri e così facendo vanno ad assumere sempre più uno spazio inevitabilmente politico: un disegno politico più ampio e profondo, per costruire e gestire “potere”, perché i paradigmi politici del nostro tempo (welfare per lo sviluppo di diritti di cittadinanza, la sussidiarietà…) accanto ad altri più tradizionali non rimangono sterili esercizi di teoria socio-politica (sussidiarietà, mutualità, solidarietà, responsabilità sociale di impresa)

  • dall’altro essere soggetti di economia civile: “dalla poca società non nasce una buona società” - la logica compassionevole e filantropica o del “dovere fiscale” del dono benevolo la lasciamo al ‘900. La lotta alla povertà e le logiche di sviluppo non sono più solo un problema di redistribuzione del reddito, occorre lavorare sul patrimonio: la famiglia povera è quella che non riesce a costruire quel patrimonio, quel capitale che le permettono di progettare il giorno dopo – La logica della produzione di beni comuni deve sostituire quella della produzione di beni totali (liberista-capitalista-individualista) o colettivi (marxista-classista con la scomparsa dell’individuo) – La logica della reciprocità che porta nello scambio la logica del dono (non mi aspetto lo scambio), della rete (può produrre benefici per altri), della solidarietà nel paese (che rilancia la sussidiarietà al posto del federalismo)

La reciprocità...nella cultura, nei valori e nelle prassi necessita di curiosità vitale, rispettosa e esigente per l’”altro da se’”…i “valori che stanno dimostrando una durata nel tempo” vengono così descritti nel dossier conclusivo della esperienza di Tangram 2 da Flavio Valli:

“Tangram, in particolare per gli operatori di sviluppo ma anche per la cooperazione sociale, ha messo e tuttora mette in prova tre attitudini per niente “naturali”: la prima è l’attitudine verso il dono, verso, nel senso che non è un rapporto ragionieristico di scambio ma bensì una relazione, un movimento (appunto verso), che tende a non rendere chiaro chi ci guadagna di più nella relazione; la seconda attitudine è la riconoscenza che non corrisponde alla quantità del dono ricevuto da un terzo, spesso amico, che non si misura sulla base del ricevuto, ma stupisce perché sa dialogare con il tempo e con gli uomini in libertà (più che riconoscere azioni/aiuti, riconosce persone e le riconosce, nel rispetto della loro originalità, come “altro da se’”). La terza attitudine è appunto la libertà che nell’esercizio dei rapporti di reciprocità e scambio significa aspettarsi molto dagli altri senza pregiudicare la loro libertà. E’ una libertà che “slega” dal potere e lo mette su un piano armonico anche se costa molto arrivarci.”

2.6. PRODURRE CAPITALE SOCIALE: COSTRUIRE RELAZIONI FIDUCIARIE – COSTRUIRE NUOVE APPARTENENZE
La logica della economia di mercato liberista e capitalista è quella dello “scambio di equivalenti”: è una logica razionale sottesa ad un mercato, inteso come incontro tra egoismi: la mia sopravvivenza (il mio pranzo) dipende dall’egoismo del birraio e del macellaio e non dalla sua benevolenza, dal suo amore

Ma il “mercato”, nella piazza, era soprattutto luogo di incontro, di relazioni e, tramite esse, di costruzioni di virtù civiche, senza le quali c’è solo onore in privato e guerra in pubblico (il minor male possibile), si allentano i legami già deboli di una società, si perde la felicità: in uno scambio basato sulla competizione, nel “villaggio globale” sarai sempre “secondo” perchè da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che è prima di te.

Per ottenere il maggior bene possibile devo agire comportamenti irrazionali, basati sulla fiducia.

La fiducia aumenta la possibilità di scambio di relazioni, oltre che di equivalenti, questo crea incontri positivi anche tra “chi non si ama” , questo sviluppa capitale sociale e liberando energie (frammentazione in mille scambi di opportunità individulai) sviluppa anche il mercato e quindi sviluppa economia

RECIPROCITA’ E FIDUCIA sono due tasselli mancanti nella progettazione delle istituzioni.

La fiducia è un bene che cresce con l’uso e noi ne siamo i principali utilizzatori.

L’appartenenza è una logica di cui si parla spesso, parlando di sud Italia ed è un fondamento dell’agire sociale senza il quale si determina il caos e l’ingestibilità sociale [Fantozzi, 1995]

Occorre dare una mentalità e oggetti nuovi a questa “appartenenza”:



  • dalla prevalenza della motivazione “espressiva” (stare con gli altri – membership) alla prevalenza di una motivazione “strumentale” (fare qualcosa con e per gli altri – groupship/gruppo di lavoro) per una alternativa, per un progetto di cambiamento

  • da una appartenenza familistica, ascrittiva (pur necessaria per vivere e riprodursi) degenerata nel clientelismo e nelle pratiche criminali...ad una appartenenza associativa, scelta, ecclesiale (ekklesìa/assemblea)

  • una appartenenza a beni/luoghi/tempi comuni “koinonìa”–cooperativa-vigilanza-samaritano piuttosto che a luoghi/tempi specialistici... collegati tra loro da “strade a veloce scorrimento”

  1. LA COSTRUZIONE DI UNA RETE




IL LAVORO SOCIALE DI RETE: ALCUNE PREMESSE

Il TERRITORIO può essere letto come un CORPO SOCIALE in grado di guarirsi con le proprie risorse.

La sfida è andare a cercare queste risorse.

Concetto di AUTOPOIESI analogo alla metafora del corpo umano che sa attivare i propri anticorpi per guarire da sé scompensi derivanti da agenti esterni.

Con la crisi dello stato sociale degli anni 60 , che aveva promesso il superamento del disagio attraverso una più capillare presenza degli specialisti , ci si è resi conto che il lavoro va fatto su tutto e con tutto il territorio e non solo nei confronti di chi esprime disagio.
Lo star bene della persona è legato alla socialità , alla capacità di sviluppare e mantenere relazioni e legami sociali.
Alcuni bisogni fondamentali dell’uomo:


  • ricevere e offrire amore ,

  • accogliere e scambiare affetto,

  • sviluppare intimità,

  • soddisfare i bisogni di dipendenza e di generatività

  • creare collegamento con altri

  • al fine di mantenere una buona immagine di sé.

La lettura del disagio come problema relazionale.


E’ proprio con gli anni 70 che si comincia a parlare del Lavoro Di Rete.
Nasce così la Comunity Care, ovvero la comunità che si prende cura: si sviluppano i primi gruppi di auto-aiuto e di incontro.

Vedi le esperienze sorte intorno al problema dell’alcool-dipendenza, tossicodipendenza , malattie diffuse.


In tempi più recenti sono nati i gruppi di genitori affidatari, adottivi, le reti genitoriali o gruppi di genitori che lavorano intorno al tema della genitorialità diffusa .
Il rischio è quello di credere esaustivi queste tipologie d’intervento.
Lo sviluppo di questo modello sta oggi comportando alcuni problemi , per mancanza di risorse , quali il rischio di una crescente soppressione di servizi che svolgono un ruolo fondamentale ed integrativo nei compiti di cura.

Il lavoro sociale di rete enfatizza il ruolo della solidarietà naturale della comunità ed un migliore utilizzo delle competenze presenti ( principio della sussidiarietà ).




ALCUNE DEFINIZIONI

IL LAVORO DI RETE



  • è un processo

  • finalizzato

  • tendente a legare tra loro 2 o 3 persone o agenzie,

  • tramite connessioni significative di relazioni interpersonali , attraverso modalità di collaborazione e coordinamento

  • per una realizzazione comune.

L’organizzazione a rete è un modello stabile di transazioni cooperative tra attori individuali o collettivi che costituisce un nuovo attore collettivo


(Pichierri, 1999)

Insieme di relazioni relativamente stabili, di natura non gerarchica e interdipendente, fra una serie di attori collettivi, ovvero di organizzazioni di carattere pubblico e privato che hanno in comune interessi e/o norme rispetto ad una politica e che si impegnano in processi di scambio per perseguire tali interessi comuni riconoscendo che la cooperazione costituisce il miglior modo per realizzare i loro obiettivi


(Boerzel, 1998)

NELL’AMBITO DEL LAVORO SOCIALE LA RETE indica una pluralità di soggetti che concorrono in maniera integrata a realizzare obiettivi condivisi, all’interno di ambiti e problemi riconosciuti in quanto comuni e reciprocamente coinvolgenti.




  • E’ UNA MODALITA’ (processo, modello, insieme)

  • DI UNA PLURALITA’ DI SOGGETTI (individuali-collettivi; pubblici-privati)

  • IN RELAZIONE STABILE

  • CON LEGAMI NON GERARCHICI MA SIGNIFICATIVI (ma...interpersonali, coordinati, cooperanti)

  • ACCUMUNATI DA FATTORI DI SENSO (interessi, norme, obiettivi, ambiti, problemi riconosciuti comuni, condivisi, reciprocamente coinvolgenti)

  • CHE ACCETTANO DI ESSERE INTEGRATI-INTERDIPENDENTI (costituisce un nuovo attore collettivo)

  • PER CONSEGUIRE RISULTATI IMPORTANTI E NON CONSEGUIBILI DA SOLI


ALCUNE MOTIVAZIONI
si attiva in genere per:
UN BISOGNO A) un problema da individuare meglio e risolvere (efficacia)
B) prendere coscienza dei bisogni/risorse per risolvere me-

glio o con minori conflitti problemi già conosciuti ( efficienza)


Il lavoro di rete deve essere una esperienza

di EFFICACIA (rispetto al problema)

di EFFICIENZA (rispetto alle energie richieste)

di SUCCESSO (rispetto alla promozione umana e

di comunità)
Il lavoro di rete ha per lo più lo scopo di:


  • individuare/affrontare/risolvere un problema nuovo e comune (coinvolgendo le risorse dei vari punti-rete verso progetti di risoluzione comune e quindi di dimensione sovra-individuale, non specialistica)




  • aumentare la consapevolezza nei membri di una rete delle potenzialità/risorse e dei problemi/ bisogni




  • rinforzare i singoli punti rete (sviluppo di fiducia, sostegno di identità)




  • collegare i singoli punti rete (coordinamento, consolidamento, informazioni, servizi comuni, diffusione di conoscenze e riflessioni,...)




  • passaggio dall’ etero-aiuto (dipendenza) a promuovere processi di auto-aiuto

  • da disagio conclamato/devianza a comunità ricca di “normalità”




  • attrarre” bisogni (il disagio “sussurrato”) e risorse (l’apparente disinteresse)



LA RETE: AMBIGUITÀ DELL’IMMAGINE.
Rete telefonica – rete telematica : comunicazione, condivisione

Rete di sicurezza : sostegno, protezione

Rete per catturare: inganno, intralcio (restare impigliati nella rete)
la rete come ragnatela?
La rete è ingannevole proprio perché è una struttura leggera, quasi trasparente: il pesce (come la mosca) si illude di attraversarla e invece vi rimane impigliato, e più si agita e più la rete lo paralizza.

Anche le rete telefonica-telematica può evocare il pericolo di essere catturati: pensate al bambino che naviga in internet e viene adescato da un sito pedofilo, o anche solo al rischio economico che corriamo quando mettiamo in rete i nostri dati, il codice della nostra carta di credito, o al timore suscitato dai virus, che possono infettare il nostro PC attraverso la posta elettronica, ecc.


Dunque mettersi in rete significa esporsi, al rischio di essere manipolati, invasi, derubati, catturati…
LE RESISTENZE

Radunare attorno ad un unico tavolo forze diverse per appartenenza, cultura, matrici ideologiche, storia, ecc., è un'impresa ben più difficile di quanto abitualmente si pensi: non può essere risolta semplicisticamente attraverso strumenti di tipo burocratico-amministrativo (inviti ufficiali, lettere di convocazione, ecc.), nè si può pretendere di trasformare tale aggregazione formale, da subito, in équipe operativa.


È necessario, in prima istanza, interrogarsi sui vissuti che animano i potenziali componenti di un’ assemblea così costituita.

Ci potremmo domandare da cosa nasce la fragilità e la precarietà di tante commissioni e consulte, pure nate dalle migliori intenzioni. Ci sembra di poter affermare che questa difficoltà chiama in causa problemi di appartenenza e di identità.


Infatti coordinarsi comporta, per il singolo rappresentante di un ente o servizio, la scomoda assunzione di una doppia appartenenza: al proprio (1) ente di origine e al (2) nuovo organismo interistituzionale
I due termini di questa dicotomia non hanno, ovviamente, lo stesso peso:
(1) al primo egli è legato per storia, relazioni affettive o di colleganza, dipendenza amministrativa o affinità ideologica,

(2) mentre il secondo costituisce una incognita, una faticosa ipotesi ancora da dimostrare, un obbligo di rappresentanza a cui sottostare...


In tale condizione di squilibrio è molto facile che ciascun membro, alle prime avvisaglie di difficoltà, abbandoni l'impresa per tornare nell'alveo più rassicurante e gratificante del proprio ente, anziché continuare ad investire energie, tempo e creatività in un organismo dal funzionamento faticoso, dalle incerte finalità e dalla dubbia utilità.

Troppo spesso si pretende di coordinarsi sul fare, sul progetto o sul caso, trascurando l'aspetto delle relazioni e dei legami.
Coordinarsi significa risvegliare le (a) ansie depressive e (b) persecutorie che - com'è noto - riguardano la funzione difensiva delle organizzazioni.1
Chi si coordina é esposto al duplice timore di

(a) non essere riconosciuto, apprezzato, valutato per quel che lui e la sua organizzazione hanno fatto,

(b) e/o di essere invaso, manipolato, strumentalizzato dentro ad un disegno estraneo agli interessi della propria organizzazione.
Per costruire e mantenere in vita una rete-comunità occorre dunque che si dia spazio alla elaborazione dei rapporti tra i diversi soggetti sociali, alle ansie, ai conflitti, al confronto tra le diverse culture, ecc.
Il vero e proprio coordinamento operativo può essere solo il punto di arrivo di un percorso medio-lungo, durante il quale ciascun interlocutore sia stato rassicurato circa il rispetto della propria autonomia, e gratificato dall'acquisizione di elementi utili al proprio lavoro.
Chi conduce un gruppo di lavoro interistituzionale, però, deve anche tenere sotto controllo una seconda variabile: l’impazienza, il senso di inutilità.
Abituato alla efficienza e alla maggiore agilità decisionale e operativa del proprio ente di appartenenza, l’operatore (specie se emissario di una realtà privata) rischia di spazientirsi di fronte alle inerzie, alle lungaggini, all’apparente dispersività di un ambito che, partendo da matrici eterogenee, deve faticosamente costruirsi un linguaggio e una metodologia comune.


Paura di essere abbandonati, svalutati, traditi

Ansia depressiva

Paura di non essere capiti e di non capire

Ansia depressiva

Paura di perdere tempo, risorse, opportunità



Ansia da prestazione

Un primo efficace antidoto rispetto a tali crisi di stanchezza può essere costituito dall’impegno di registrare e documentare sistematicamente (attraverso verbali, relazioni, diari..) il lavoro svolto dal Gruppo, le conoscenze acquisite, le problematiche aperte.


In secondo luogo, é molto importante seguire con attenzione l’evolversi del “ciclo vitale” di un Gruppo siffatto, sapendo graduare tempi e scadenze di lavoro, lasciando lo spazio necessario alla espressione di tutti e alla costruzione dei rapporti, ma stando attenti a cogliere in anticipo i primi segnali di logoramento, di demotivazione, che possono preludere ad un precoce abbandono dell’esperienza in atto.

C’é un tempo per conoscersi, un tempo per elaborare, un tempo per produrre. Il raggiungimento di un prodotto del Gruppo (una iniziativa, una ricerca, una pubblicazione, un convegno...) costituisce, ad una certa tappa del suo ciclo di vita, un necessario fattore di conferma, di gratificazione, di consolidamento del percorso (Regoliosi L., 1998b).


Un fattore chiave è l’identità forte (personale e di gruppo), punto di partenza indispensabile per aprirsi al confronto e allo scambio senza perdersi, senza complessi di inferiorità, ma anche senza rigidità e paura del diverso. Nascondersi, mimetizzarsi, pretendere di andare d’accordo con tutti, non prendere mai posizione, rinunciare alle proprie specificità può solo servire a costruire false alleanze, unioni temporanee, reti formali.. E non ci ripara da tutte quelle paure.
Un secondo fattore è il tempo. Non si costruisce una vera rete se non ci si dà tempo. Non si può fare rete solo sulle emergenze, sulle cose da fare. Occorre dare tempo alla conoscenza reciproca, alla frequentazione, alla convivialità. Occorre accettare di ‘perdere’ un po’ di tempo per stare insieme.

Conoscendosi,e riconoscendosi, si superano anche le due paure (di segno opposto) di essere svalutati o di essere manipolati.


Il passaggio successivo sta nella chiarezza del contratto e nella chiarezza dei ruoli.

GLI ELEMENTI COSTITUTIVI
Il primo e più critico elemento costitutivo è IL PATTO che deve DISEGNARE I CONFINI:

La rete sociale è anzitutto un patto, un contratto tra più soggetti che si accordano, decidono di fare qualcosa in comune.


Il patto (cfr. il protocollo d’intesa) deve stabilire:

  • le finalità di questo accordo

  • chi ne fa parte (gli attori)

  • gli impegni reciproci (compiti della rete e ruoli di ciascun attore)

  • i contenuti (le azioni previste)

  • la durata dell’accordo.

Elementi costitutivi ORGANIZZATIVI sono




  • I NODI

  • LE CONNESSIONI

  • LE STRUTTURE

  • LE PROPRIETA’ OPERATIVE


I NODI
I nodi o sistemi sono le parti costitutive di una rete organizzativa: sono entità grandi o piccole orientate ai risultati, relativamente autoregolate, capaci di cooperare con gli altri e di “interpretare” gli eventi esterni.

LE CONNESSIONI
Tali connessioni sono diverse, di varia natura, sono coesistenti, e in molti casi sinergiche più che opposte.
Esempi di connessioni sono:

• Le connessioni burocratiche

• Le regole e le pratiche della cooperazione lavorativa

• Le transazioni economiche

• Le informazioni formalizzate

• Le comunicazioni scritte, verbali e non verbali



LE STRUTTURE
La configurazione dei nodi e delle connessioni dà luogo a strutture tipiche. Nella rete convivono strutture diverse ed eterogenee. La rete è un “pacco” di strutture dissimili ma compatibili.
È caratteristica della rete la convivenza di strutture “dure” e strutture “morbide”

Esempi di strutture conviventi nel sistema sono:


• una struttura gerarchica
•Una struttura operativa
•Una struttura informativa
•Un mercato
•Un sistema politico

LE PROPRIETA’ OPERATIVE
Una rete per funzionare ha bisogno di cultura e di sistemi operativi e di sistemi di gestione ossia “REGOLE”.
Esempi di proprietà operative sono:


  • Il linguaggio

  • I valori

  • Le procedure di progettazione pianificazione e controllo

  • la collocazione di ciascun attore nell’organigramma

  • i diversi livelli di responsabilità e i diversi ruoli

  • i luoghi, i tempi e le modalità d’incontro

  • gli strumenti di comunicazione interna

  • le procedure da seguire nella presa di decisione e nella esecuzione dei compiti

  • La creazione e manutenzione dei servizi


(F. Butera)


    • gli strumenti di controllo e di verifica,


Il lavoro di rete funziona meglio se...:


  • è definita per confini e per prodotto/interessi in gioco




  • i nodi sono “sistemi vitali autoregolati




  • si accettano fatiche e dubbi (è in gioco, tra l’altro, il rapporto tra IDENTITA’ ed INTERDIPENDENZA)




  • ha una sua riconosciuta (sia da parte dei suoi “nodi” che partecipano con rappresentati adeguatamente delegati, che da parte dell’ambiente “rilevante” che ne riconosce l’identità) legittimità come sistema




  • il potere è diffuso e paritetico




  • ha potere di rappresentanza su oggetti definiti (si collabora meglio laddove c’è un progetto definito e comune)




  • esiste una funzione di controllo (es. controllo dell’accesso alla rete: chi sta dentro e chi fuori)




  • vi è cura, simmetria e trasparenza nelle comunicazioni e vi è una proprietà diffusa della conoscenza




  • vi sono significati condivisi




  • tutti vi scorgono una utilità (se su un primo e magari urgente bisogno si sperimentano situazioni di successo è probabile che questo “confermi” la rete a sperimentarsi su progetti contenenti valori più alti o bisogni più globali della comunità)




  • opera per piccoli passi successivi (un interessante ciclo potrebbe essere: 1° vivere buone relazioni; 2° sviluppare motivazioni; 3° esplicitare/condividere interessi; 4° agire con volontà;....)




  • rispetta i vincoli di ognuno




  • valorizza le potenzialità di ogni nodo ... ma i nodi più “ricchi” devono investire (spesso “a perdere”) nell’avviamento


  1. LA PROGETTAZIONE PARTECIPATA

  1. COOPERARE O COMPETERE


APPUNTI 1 – IL RUOLO POLITICO ISTITUZIONALE


Tutte le organizzazioni di Terzo Settore nascono e si identificano per svolgere una “funzione pubblica” anche attraverso la progettazione e attuazione di “servizi/segni”.

Gli stessi servizi alla persona/segni/gesti concreti sono produzione di beni pubblici di tipo relazionale, che combinano benessere individuale e benessere sociale, ovvero benessere di tutti i soggetti coinvolti nel processi di vita di una comunità.



La funzione pubblica si sostanzia nello sviluppo di comunità e nel partecipare alla costruzione del quadro istituzionale

Se c’è qualcosa che il terzo settore ha immaginato, previsto, pronosticato, progettato, sperimentato e costruito è “lo sviluppo di comunità” e quindi una idea di welfare non come fine ma come mezzo per promuovere sviluppo di comunità (espressione di diritti, assunzione di responsabilità, localismo e globalità, ….) ancora prima che la sussidiarietà diventasse una parola di moda e comparisse nella normativa nazionale o regionale.


Se c’è qualcosa che il terzo settore ha saputo fare è stato quello di essere “istituzione” ovvero un luogo/tempo di accompagnamento del cittadino, di ogni cittadino, ad assumersi i propri doveri di partecipazione responsabile, a cogliere il senso della “polis”, ad esprimere la propria libertà e la propria carica innovativa assumendo consapevolmente e responsabilmente la storia e la cultura di quella comunità…in una dimensione al contempo individuale e sociale.
La funzione pubblica del Terzo Settore si è espressa tramite


  • forte radicamento territoriale

  • costituzione di capitale sociale (relazioni basate su scambi fiduciari e reciproci)

  • crescita della cittadinanza attiva (valorizzazione delle diverse risorse umane, anche quelle apparentemente senza valore)

  • agire a partire dalla propria dimensione prepolitica una funzione istituzionale (istituzione sociale, economica, politica, strategica)

  • l’essere una istituzione sociale: impegnata a infrastrutturare realmente la sussidiarietà (affiancamenti di vario genere – investimenti, sostituzioni temporanee, coaching - , formazione, sistemi di K.M. knowledge management a grande diffusione con moltiplicazione degli accessi) e in grado di proporre e gestire partnership, alleanze, processi di rete e di integrazione di servizi, percorsi di co-progettazione con logiche un po’ diverse da quelle di un centralismo statalista fallimentare nelle sue intenzioni di universalità ed equità

  • l’essere una istituzione economica; attenta e partecipe al governo delle risorse pubbliche ed in grado di tracciare con le sue caratteristiche di assenza di lucro, mutualità allargata, gratuità, reciprocità....logiche di scambio, di contratto, di accumulazione un po’ diverse da quelle dell’economia capitalistica e del mercato liberista

  • l’essere una istituzione politica: volontariato, associazionismo, cooperazione stanno occupando spazi “naturali” (di democrazia, di cittadinanza, di socialità) un tempo di altri e così facendo vanno ad assumere sempre più uno spazio inevitabilmente politico

  • l’essere una istituzione strategica: la vicinanza ai bisogni e alle potenziali risorse della comunità, al contempo la diffusione capillare e la messa in rete sovra-locale, la capacità e la propensione alla innovazione, la flessibilità, la partecipazione, la costruzione e la diffusione della conoscenza…fanno sì che le organizzazioni di Terso Settore possano proporsi come soggetti autorevoli per la pianificazione e l’attuazione delle politiche, economiche e sociali in prima istanza, del nostro paese

Allora alla fine il TS produce



  • risposte ai bisogni

  • in un contesto che contribuisce a migliorare in termini di Dignità - Libertà – Responsabilità – Senso (significati + direzione) – reticolarità sociale

APPUNTI 2 – IL RUOLO DI MEDIATORI SOCIALI
C’è bisogno di “grandi mediatori sociali... [che]... vanno cercati e li si può trovare in quella sfera pre-politica che la crisi dello Stato non ha del tutto esaurito. Sono quei soggetti [terzo settore, imprenditoria sociale] che agendo nel sociale tengono insieme, seppur a fatica, i diversi cocci della composizione sociale e le diverse anime del Welfare”. I diversi cocci della composizione sociale di cui parla Bonomi riguardano le generazioni che si sono succedute nel secolo trascorso ed hanno avuto ed hanno esperienze ed attese estremamente diverse sul welfare e fanno fatica a dialogare tra loro, a trovare interessi comuni, a rinunciare ciascuno a qualcosa: “I lavoratori stabilmente occupati con le loro domande di garanzie, gli anziani pensionati [che hanno barattato la sicurezza con la libertà e oggi non sono ugualmente felici] con le loro esigenze di vedere tutelata la salute [ed una sicurezza psico-socio-fisica in genere], i nuovi lavoratori [e i nuovi lavori...sottoposti direttamente ai rischi del mercato] impegnati nell’opera di autocostruzione di un nuovo mutualismo”

“Al contempo [queste organizzazioni] sono in rapporto con i due modelli di welfare non direttamente connessi all’approccio mercatista dei ceti sociali più abbienti. E quindi in rapporto con il modello di welfare caritatevole con cui il settore non profit si rivolge agli ultimi della scala sociale e con il modello di welfare misto con il quale lo Stato eroga funzioni mettendo assieme risorse pubbliche e prestazioni erogate dal privato sociale...[che fa da ponte con risorse private]”

APPUNTI 3 - imprenditori sociali per nuove politiche socio-economiche
Il sistema di welfare italiano rimane ancora basato su un logica redistributiva e costruito sulla progressiva stratificazione di interventi che gli impediscono di agire un ruolo rilevante nelle politiche di sviluppo. La logica redistributiva e filantropica di questo sistema produce un modello assistenzialistico.

Due tendenze in atto: la filantropia di impresa e la filantropia di stato....solo brevi accenni.

Qualcuno ritiene che sia sufficiente la “filantropia di impresa”: destinazione di una parte del margine a scopi sociali. In un primo tempo fanno reddito e poi distribuiscono una percentuale di questo utile...come...si sono inventate più recentemente la fondazione.

La logica filantropica è stata rispolverata oggi dalla campagna elettorale di Bush (filantropia compassionevole)...continua pure a fare profitto secondo le logiche del profitto e senza guardare in faccia nessuno per estrarre il sovrappiù...ma poi ricordati di essere compassionevole.... e così l’america diventa la nazione più ricca di associazioni caritative.

Viene anche teorizzato nel “Il vangelo della ricchezza” (Carnegy, che ha poi dato tutti i ricavi in donazioni e solo il 10% ai figli, così come Rockfeller che ha fatto profitti con tutte le logiche più bieche, ma non le ha usate per lui che lavorava dal mattino alla sera)...se tutti gli imprenditori fossero così, al di là di un po’ di sofferenza, non ci sarebbe bisogno degli imprenditori sociali ?
Da noi queste riflessioni non vengono fatte perché al posto della filantropia dell’imprenditore (mette la mano sul cuore e distribuisce il surplus) è nata la filantropia di stato (raccoglie parte del reddito e la ridistribuisce)...la logica è la stessa...è la logica dei due tempi: prima si fanno profitti e poi si distribuiscono.
Neocapitalisti e liberisti e neostatalisti, conseguentemente, non accettano l’idea di imprenditore sociale e faranno ancora blocco.

Il problema non sono le risorse...tutte balle...ma quello di delegittimazione perché l’imprenditore sociale ripropone una diversa forma di solidarietà in forma imprenditoriale che non passa dal capitale e questa forma imprenditoriale ambisce alla sfera pubblica per pari dignità (imprenditore) e non per concessione/appalto


La crisi economica da un lato, gestita secondo questa logica dei “due tempi” (raccolta di parte del reddito/profitto e poi redistribuzione a chi ne ha bisogno) tende a:

  • spostare investimenti su chi deve generare profitto e quindi i trasferimenti alla realizzazione di adeguati sistemi di welfare diminuiscono o comunque rallentano significativamente il loro trend di incremento annuo.

  • spostare investimenti sull’utente/elettore mediano (anziani..)

  • non produrre capitale di relazioni fiduziarie: il modello assistenzialistico mantiene assimetrie, distanze, povertà (i poveri necessitano non di ridistribuzione ma di “patrimonializzazione”)

APPUNTI 4 - Caratteristiche dei processi di reciprocità

Manca un chiaro e lucido pensiero riflessivo sulle azioni finora svolte, così come mancano compiuti tentativi di modellizzazione ed una seria azione di verifica dei risultati.

Procederò quindi per alcune macro-aree, per alcuni elementi/ingredienti con la possibilità che in parte si sovrappongano, in parte, tra poco si ridiranno meglio in altri termini, più sintetici, più interculturali.
1) E’ un processo che si concretizza non tanto nel semplice apporto di risorse economiche, pure necessarie per promuovere e sostenere lo sviluppo di contesti economicamente e per lo più culturalmente arretrati dal punto di vista imprenditoriale, quanto piuttosto il tentativo della costruzione di stabili rapporti di scambio, nei quali risulta essere prevalente e fondamentale la mobilitazione delle risorse umane.

E’ possibile in tal modo più facilmente immaginare la ricchezza della reciproca integrazione di disponibilità e di entusiasmo, ma anche di competenze e professionalità.


2) E’ un processo che ha fortemente a che fare con lo sviluppo locale e quindi usa anche del bench-marking imprenditoriale sui servizi e i prodotti di welfare per realizzare sviluppo economico e sociale di una comunità. La reciprocità da questo punto di vista non si ferma ai soggetti dello scambio ma deve ricadere sul territorio in termini di maggiore socialità, maggiore mercato, maggiore legalità, maggiore libertà, maggiore patrimonializzazione, maggiore senso della politica,…
3) E’ un processo che ha a che fare con la formazione di donne e uomini reciprocatori: non reciproca l’individuo ma la persona (ovvero un individuo con un progetto giocato in relazione con altri), non reciproca un assistito/assistente ma un imprenditore, non reciproca chi non si sente di rispondere ad una “vocazione”, reciproca male chi non sa fare i conti con il “potere”, con il “dirigere”…
4) E’ un processo di delocalizzazione/internazionalizzazione delle imprese sociali e delle loro reti, mosso da logiche economiche che non sono connesse all’immediato, massimo guadagno per se, ma sanno cogliere una visione sistemica del loro sviluppo, cercano una soluzione alla “implosione-congelamento di risorse” (se troppo localistici), improntando comunque la loro azione a localizzare/radicare lo sviluppo di un area, di una comunità
5) E’ un processo che richiede un passaggio da logiche individuali ad esperienze di sistema…possibile solamente tramite processi di conoscenza reciproca e condivisione della attività e delle esperienze
6) E’ un processo che richiede necessariamente di produrre pensiero, dotarsi di una struttura che permetta un reale confronto, promuovere progettazione comune, traduzione in azioni e politiche attive e condivise.
7) E’ quindi un processo che non si basa su logiche di dono/redistribuzione ma su logiche di patrimonializzazione (relazioni, fiducia, attivo circolante, risorse “libere”, know-how,…) degli attori coinvolti, dei loro territori, delle reti imprenditoriali e sindacali di riferimento.

8) E’ un processo che infittisce la rete (di connessioni, di conoscenze, di contenuti operativi)

9) E’ un processo che implemente imprenditorialità diffusa e consapevole delle logiche di mercato, dei possibili sviluppi, delle possibilità di consolidamento, della opportunità delle reti, della importanza dello sviluppo di infrastrutturazione delle economia sociale di un determinato territorio
10) E’ un progetto sociale e politico: un progetto pro-attivo che ha la volontà di ridisegnare il contesto sociale, l’economia in ambiti locale-nazionale-inernazionale, il ruolo degli attori compresi i promotori stessi e quindi richiede forte regia di sistema e forte produzione di nuovo e più ampio sistema.

3. Elementi da progettare e governare nell’ambito di strategie di sviluppo imprenditoriale-sociale


Idee di riferimento della reciprocità civile:



  • l’amicizia che ha un ruolo importante nella dinamica degli scambi

  • senso di appartenenza ad una comunità, ad una identità

  • non è sostanzialmente condizionale…richiede gratuità

  • ha bisogno della risposta

  • non può pretenderla/contrattarla: condizionalità incondizionale

  • è aperta

  • è transitiva

  • ha bisogno di cultura:

- attribuzione di una ricompensa (valore) intrinseca al comportamento prima del risultato

- non si evita il paradosso della vulnerabilità (nel senso della dipendenza dagli altri) ma non si muore se

si rimane attaccati alla cultura

(note da intervento Bruni – Roma 13.01.05)


  1. La reciprocità non è un processo spontaneo occorre un gruppo (centrale-nazionale-verticale) “dirigente”, dotato di “potere”, che progetti, attivi, orienti il processo a partire da una iniziale e reale messa in gioco di tutte le parti, di tutti gli interessi, perché ne risulti uno scambio reale e non ci si fermi nei fatti a uno scambio che solo inizialmente può avere caratteristiche di maggiore unidirezionalità, perché sia coerente con se stesso e non si chiuda nel nuovo “clan” dei reciprocanti, mettendo un “bollino” di qualità ma si impegni fin dall’inizio a sollecitare e promuovere l’ingresso di altri nel progetti, perché siano curate le relazioni istituzionali




  1. Individuare i bisogni, le sfide e i macro-obiettivi di sviluppo di ciascuno: caratteristica essenziale nei progetti Tangram è che vi sia un operatore di sviluppo per ciascuna delle due realtà coinvolte




  1. Costruire una visione condivisa e comuni indicazioni di metodo/elementi di successo, ad es.

Visione sulle conseguenze a livello imprenditoriale



  • il coordinamento e l’integrazione in rete sul territorio secondo una logica molto simile a quella dei distretti industriali del centro nord;

  • lo sviluppo attraverso la moltiplicazione e la specializzazione delle iniziative (spin-off);

  • la creazione di strutture di integrazione strategica e servizi (i consorzi);

  • il costante sviluppo delle risorse umane (formazione e accompagnamento

  • Facendo meglio, facendo fare meglio impresa sociale (finanza – risorse umane qualificate – progettualità – intenzionalità – mestiere -) e promuovendo prospettive positive (promuovere la speranza)

  • Promuovendo i giovani del mezzogiorno

Visione sui processi



  • Promuovendo un rapporto binario e biunivoco tra due soggetti lontani e diversi

  • Attivando tutta l’esperienza disponibile (includendo strumenti, mezzi, risorse, ecc.) per favorire percorsi di empowerment (diretto e a distanza) e di benchmarking (confronto fra esperienze diverse)

  • Promuovendo reti corte (cooperativa-cooperativa-cittadino) e reti lunghe (consorzi-consorzi-cooperativa)

  • Scambiando cose reali, concrete e a più mani e lavorando su obiettivi di medio/lungo periodo ma agendo su processi corti

  • Coinvolgendo il più possibile i diversi partner (pubblici/privati) o le diverse filiere a cui si appartiene (Consorzi – Federsolidarietà - Forum); pianificando e programmando tutte le possibili sinergie tra i vari progetti/attori

  • Sostenendo l’indipendenza cooperativa da qualsiasi fenomeno di ingerenza o di controllo sia esso pubblico che privato

  • Operando in una regia generale tra i livelli di cui sopra e vagliati non solo per la loro efficienza ma anche per le coerenze dei contenuti e dei valori che professiamo (dono/mercato – cooperativa territoriale/rete nazionale – soggetti deboli/impresa - )

  1. Individuazione dei beneficiari


Diretti:

  • gli uomini e le donne che lavorano in cooperativa. Sono sia le cooperative della Campania sia della Lombardia: il gioco di questa relazione è orizzontale e biunivoco

  • i dirigenti che lavorano nelle reti consortili


Indiretti:

  • i soggetti deboli delle cooperative campane (non lombarde). I gesti concreti si sviluppano e si implementano principalmente nei rapporti orizzontali – cooperatore-cooperatore e solo in seconda battuta si ottiene la ricaduta sui vari portatori di interesse. Ci sono però progetti che riescono a rafforzare sia la reciprocità cooperativa sia quella comunitaria (Es. progetto cittadinanza attiva e sviluppo locale Cariplo)

  • gli enti pubblici, le fondazioni, le organizzazioni formative, sindacali, ovvero le istituzioni pubbliche/private del territorio

  • i cittadini in generale




  1. Attivare le prime reali e immediate azioni di scambio (stage e tirocini, partecipazioni societarie, progettazione e partecipazione congiunta inATS,…)




  1. Ingaggiare le reti

La reciprocità tra le Regioni Campania, Basilicata e Lombardia, si è sviluppata grazie a tre differenti apporti:

  • il primo più di tipo verticale (top-down) e cioè attraverso il lavoro di INECOOP e delle filiere della reciprocità nazionali che hanno curato e monitorato le finalità, i contenuti e le relazioni istituzionali;

  • il secondo più dalla base (bottom-up) e cioè attraverso il coinvolgimento degli operatori di sviluppo e degli animatori di comunità che hanno ”movimentato” e “diffuso” relazioni e conoscenze tra i vari sistemi cooperativi e consortili e tra questi e le comunità locali. Gli operatori di sviluppo incaricati erano 5 di cui 1 in Lombardia 3 in Campania e 2 in Basilicata. In questa seconda edizione di Tangram gli operatori di sviluppo sono 3, uno per ciascuna regione;

  • il terzo più di tipo “orizzontale” caratterizzato da un lavoro di rete a più livelli per far sì che le finalità di Tangram andassero via via ad integrarsi alle finalità delle reti imprenditoriali sviluppatesi in questi ultimi 3/5 anni. Attualmente le connessioni in rete sono articolate, con una governance moderna e complessa sia della orizzontalità che dell’incrocio verticale/nazionale e orizzontale/locale. Tre i livelli:

  • livello locale territoriale: il consorzio da un lato e le pastorali diocesane dall’altro

  • livello regionale: il coordinamento regionale dei consorzi aderenti CGM, l’aggregazione sindacale Confcooperative/Federsolidarietà regionale, il coordinamento regionale di Policoro, il “gruppo di pilotaggio” che sovrappone e mette in sinergia le diverse reti della stessa regione e tra le regioni coinvolte;

  • il livello nazionale: il consorzio nazionale CGM, Confcooperative/Inecoop, segreteria nazionale Policoro.




  1. costruire una cabina di regia per poter tirare prospettive/proposte di medio-lungo periodo accanto all’inevitabile azione su progetti/oggetti immediati




  1. sviluppare una forte attenzione allo sviluppo del gruppo dirigente




  • che può essere considerata una risorsa scarsa,

  • che orienta la sua azione per il rafforzamento imprenditoriale della cooperazione.

Tre sono i percorsi seguiti per l’empowerment di questa risorsa:

  1. il primo, più innovativo, consiste in forme di management sostitutivo, dove dirigenti cooperativi e consortili, provenienti da altre zone del Paese, si trasferiscono e affiancano per un periodo di tempo, in un’ottica di accompagnamento, i manager locali;

  2. il secondo, più tradizionale, vede nella formazione un importante strumento per allargare il numero di dirigenti e per qualificare il loro intervento;

  3. il terzo, più relazionale, ha visto l’attivazione di stage ed azioni che oggi definiremmo di bench-marking tra imprenditori ed imprese




  1. Individuare forme di finanziamento per lo start-up




  1. Attivare piani di azione concreti: azioni/zone pilota, prioritarie, fattibili




  1. Curare la comunicazione e la visibilità del progetto: reportistica, comunicati, eventi e convegni…cura delle alleanze




  1. Mantenere una quota di risorse per la ricerca (elaborazione di ciò che è successo e produzione di un pensiero sintetico e di una mappa di connessioni sviluppate nonché dei risultati) e per la valutazione e la diffusione dell’esperienza




  1. Sviluppare infrastrutturazione, innovazione, mercato, legalità, equità, partecipazione, occupazione,…..


4. Alcuni dati a distanza di 4 anni di lavoro

Non sono in grado di tirare sintesi oggettive delle esperienze che ho incrociato ma dopo oltre 4 anni di lavoro penso che sia necessario fissare alcuni possibili definizioni del “valore aggiunto” creato da relazioni di reciprocità tra cooperative.




  • Essersi rispecchiati e aver ampliato la massa critica ha portato da un lato a una conferma e dall’altro a un rilancio delle proprie strategie imprenditoriali

  • Maggiore possibilità di intercettare o mettere a disposizione risorse economiche spesso “libere” da vincoli di bando o finanziamento pubblico

  • Ingresso/consolidamento nel mercato del welfare grazie a concrete sinergie imprenditoriali con ricadute su tutti

  • Professionalizzazione, specializzazione, valorizzazione dei dirigenti

  • Ampliamento della rete, intessuta anche con attori diversi e delle alleanze

  • Implementazione del know-how consortile

  • Crescita della classe dirigente diffusa, dei professionisti sui processi di consulenza, sulla visione della propria organizzazione, sulla motivazione

  • Promozione e valorizzazione delle progettualità e delle attività delle singole cooperative

  • Accessi diffusi al patrimonio di conoscenza e di opportunità della rete (maggiore accessibilità per i cittadini)

  • Marketing associativo

  • Riposizionamento nel contesto ecclesiale

  • Testimonianza di un diverso sviluppo (economico, occupazionale, legalità, ecc.) locale possibile e acquisizione di strumenti ed esperienza di analisi e di lettura delle dinamiche economico-sociali e di sviluppo delle comunità…

Le esperienze svolte hanno evindenziato sia dati di successo che di fragilità che qui di seguito sintetizzo dai vari documenti individuati, mettendo al termine uno stralcio della relazione suln progetto Tangram


Dati di successo

La crescita delle cooperative e dei consorzi

L’incremento delle attività e dell’occupazione

La varietà e la quantità dei progetti che legano Lombardia e Campania

Il movimento (un certo pendolarismo) dei cooperatori lombardi verso le cooperative campane

L’incremento delle adesioni a Federsolidarietà

La crescita dei luoghi di scambio (cooperativo – intercoperativo – consortile)
Dati di fragilità

Su molti fronti i tempi sono eccessivamente lunghi (privato/privato – pubblico/privato)

Visione localistica dei dirigenti cooperativi

Diversità di approccio (culturale ed esperienzale) all’impresa e allo sviluppo

Poca disponibilità di risorse ma soprattutto una certa arretratezza nell’utilizzo di queste risorse (utilizzate male)

Poca propensione a “muoversi”: si registra una certa difficoltà a viaggiare

Movimento cooperativo giovane

Poca spesa impegnata in azioni di empowerment (si spende principalmente per attivare servizi (ente pubblico) e per gestire servizi (cooperative)




il bene totale è la sommatoria dei beni individuali (b1+b2+b3) Il bene totale è un concetto introdotto dall’utilitarismo); il bene collettivo (concetto marxiano) è il bene dell’intera classe: non si tiene conto della singola persona; il bene comune (concetto francescano) è una produttiva (b1xb2xb3). Nella relazione sommatoria se un addendo va a 0, la somma può essere comunque alta; nella relazione produttiva se un elemento si annulla si annulla tutto il prodotto anche se gli altri fattori sono molto elevati” (Zamagni, intervento conferenza presidenti Federsolidarietà nazionale del 15/9/05)

1 Cfr. Jaques E. (1971) “Sistemi sociali come difesa contro l'angoscia persecutoria e depressiva” in Klein M. et al. (a cura di) “Nuove vie della psicoanalisi” Il Saggiatore, Milano.

Aldo Bonomi (a cura di) –“Il passaparola dell’invisibile”

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