Immigrazione


TORINO - Senza casa, lavoro, servizi igienici: a Torino scendono in piazza i rifugiati



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TORINO - Senza casa, lavoro, servizi igienici: a Torino scendono in piazza i rifugiati


I bianchi da una parte, i neri dall’altra. Nonostante tutto. Nonostante i banchi siano venuti a protestare per loro, i rifugiati stanno in gruppo, in disparte. Ne arriva uno in bicicletta, fa acrobazie e ride. Ma è l’unico: tutti gli altri sono seri. Sono passati mesi da quando l’ex clinica di corso Peschiera è stata occupata, ma niente è cambiato e ora è arrivato anche il freddo. Ancora manca l’acqua, e ai suoi occupanti non è data la possibilità di farsi una doccia o di un pasto caldo. I rifugiati dell’ex clinica San Paolo sono tornati sulle pagine dei giornali per i tafferugli con le forze dell’ordine dei giorni scorsi, per i disordini davanti al municipio, per le proteste dei centri sociali, ma il problema di fondo è enorme.

L’ultimo presidio sabato, davanti alla Prefettura, nella piazza principale di Torino. Uno striscione: “Lampedusa, Massa, Torino, diritti per i migranti”. Dall’altra parte della strada le forze dell’ordine in assetto anti sommossa, pronti a intervenire. La manifestazione invece è stata pacifica. Pacifica quanto inutile, ma almeno è servita a far incuriosire i passanti, i tranquilli abitanti di Torino che non sanno che nella stessa loro città ci sono persone con il diritto di rimanere legalmente in Italia, ma al momento senza casa e senza lavoro, in uno stabile illegalmente occupato.

Belete è etiope, ha 25 anni. È in Italia da due e ha ottenuto lo status di rifugiato. Ha frequentato un corso da saldatore e ha lavorato per alcuni mesi in una fabbrica. Dopo l’estate non l’hanno richiamato: vittima della crisi, anche lui. Vive nell’ex clinica e si stupisce che tanti italiani si diano da fare e protestino per la sua gente. Vuole una moglie, ma senza lavoro non può neanche pensarci. È arrivato qua sbarcando in Sicilia e sogna quello che ogni giovane vorrebbe: una casa, un lavoro e una famiglia. Altri rifugiati raccontano di avere attraversato diversi paesi, essersi imbarcati in Libia per Lampedusa ed essere ora a Torino a lottare. Usciti dal centro di Crotone si sono messi su un treno e hanno chiesto quale fosse la città dove si poteva lavorare. Così eccoli al freddo, sotto la Mole, con un cartello in mano per la gioia dei fotografi.

Tra i manifestanti girano dei volantini siglati “Rifugiati e Rifugiate di corso Peschiera e via Bologna, Comitato di solidarietà con rifugiate/i emigranti”. Viene spiegato il perché dei tafferugli dei giorni passati e della protesta. Protestiamo, si dice in sintesi, contro il governo e le istituzioni cittadine, colpevoli di non avere dimostrato la volontà politica di garantire diritti ai rifugiati. Protestiamo contro l’imminente approvazione del pacchetto sicurezza, contro gli impegni piuttosto vaghi del comune, contro la prefettura perché non sgomberi lo stabile di corso Peschiera. “Ma siamo in questa piazza, affermano anche, per annodare il filo rosso che lega quello che da alcuni giorni sta succedendo in giro per l’Italia. Lampedusa e la protesta degli scorsi giorni dei richiedenti asilo presenti a Marina di Massa disegnano un quadro sicuramente più complesso, in cui quella di Torino appare come un segnale forte ricercato e voluto dal Ministero dell’Interno per imporre il silenzio su una situazione generale esplosiva”.


(2 febbraio 2009)
TRATTA
ROMA - Ddl Carfagna, le regioni rinviano l'approvazione del documento

Le regioni rinviano l'approvazione del documento relativo al disegno di legge sulla prostituzione del ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna. Il documento – che sollevava una serie di critiche alle misure previste dal ddl e ne metteva in dubbio la capacità di aiutare effettivamente le vittime di tratta e schiavitù –  è stato illustrato questa mattina dal presidente Vasco Errani alla Conferenza delle regioni e delle province autonome, la quale ha deciso di rinviarlo per un"ulteriore analisi alla Commissione affari istituzionali. Solo dopo questo ulteriore esame il documento tornerà all’esame della Conferenza.


(26 febbraio 2009)
ROMALa ricetta delle regioni per sconfiggere lo sfruttamento e la tratta

Maggiore coinvolgimento delle regioni e creazione di un luogo di confronto tra le diverse istituzioni che si occupano di prostituzione, tratta e sfruttamento sessuale. Queste le principali delle molte proposte avanzate nel documento sul disegno di legge Carfagna che verrà approvato domani, giovedì 26 febbraio, durante la Conferenza delle regioni e province autonome. Proposte alternative al divieto di prostituzione su strada previsto dal disegno di legge del ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, che le regioni identificano come uno strumento inefficace e in qualche caso perfino controproducente. Dopo aver espresso una serie di critiche al ddl (vedi lancio precedente) il documento presenta una lista di proposte, a cominciare dalla creazione di un luogo di confronto interistituzionale tra i vari ministeri competenti, la Direzione nazionale antimafia, le regioni e gli altri enti coinvolti nella lotta alla tratta. Vi è poi la richiesta di valorizzare il ruolo delle regioni per coniugare la dimensione locale di contrasto al fenomeno con quella nazionale e sopranazionale. In particolare le regioni potrebbero assumere funzioni di coordinamento e programmazione degli interventi attuati dagli enti locali e territoriali, fare da interfaccia nei confronti del dipartimento per le Pari opportunità e del Comitato delle azioni di governo contro la tratta e fare da raccordo a livello regionale tra le diverse realtà che si occupano del contrasto alla tratta e allo sfruttamento (Direzione distrettuale antimafia, questure, prefetture, organizzazioni sindacali, Uffici provinciali del lavoro, Asl, ecc.).

Tra le altre proposte, poi, vi è la promozione del modello di intervento italiano a favore delle vittime di tratta nel panorama europeo, forme più stabili di cooperazione tra polizie, magistratura e servizi sociali degli Stati di provenienza e di transito delle vittime delle organizzazioni criminali e potenziamento del lavoro di informazione e sensibilizzazione preventiva nei Paesi di origine. Ma il documento elaborato dalle regioni propone anche il coinvolgimento delle ambasciate in Italia dei Paesi interessati dal traffico degli esseri umani e dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni e l’incremento delle risorse del Fondo nazionale Lotta alla tratta per finanziare gli interventi di protezione sociale. Vi è poi la proposta di creare percorsi di formazione congiunta tra magistratura, forze dell’ordine, operatori sociali, dirigenti e amministratori. Infine, il documento delle regioni mette in luce la necessità di un maggiore monitoraggio del fenomeno, la promozione di campagne nazionali di informazione, il potenziamento del lavoro di mediazione dei conflitti con la cittadinanza, e l’intensificazione delle attività volte alla tutela dei diritti e della salute delle persone che si prostituiscono in forma sia coatta che volontaria.
(25 febbraio 2009)
ROMA 4,6 milioni per aiutare le vittime della tratta

Ogni giorno donne e uomini stranieri sfuggono a trafficanti e sfruttatori e provano a rifarsi una vita in Italia grazie a progetti di assistenza e integrazione promossi da associazioni ed enti locali. Per finanziare interventi di questo tipo, il dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio ha messo in palio 4.600.000 euro. Il bando è stato pubblicato venerdì scorso in Gazzetta ufficiale e definisce i requisiti minimi dei progetti, che dovranno durare un anno. Dopo una prima fase di contatto, alle vittime della tratta andrà garantita l’accoglienza abitativa e il supporto necessario ad ottenere il permesso di soggiorno previsto dall’articolo 18 del Testo Unico sull’immigrazione. Si passerà quindi all’inserimento socio-lavorativo, anche grazie a corsi di formazione  e quindi a borse lavoro e tirocini. I destinatari dei progetti devono essere cittadini extracomunitari o di stati membri dell’Ue, mentre tra i promotori possono esserci Regioni, Enti locali o privati convenzionati. Il dipartimento pari opportunità coprirà il 70% delle spese, il 30% sarà a carico degli enti locali, ma sono previsti dei massimali per i finanziamento che variano a seconda della copertura territoriale dei progetti. Le domande vanno presentate entro il 6 aprile al Dipartimento per i Diritti e Pari Opportunità, Segreteria tecnica della Commissione interministeriale, Largo Chigi 19, 00187 Roma. Cliccando sui link qui sotto potete scaricare l’avviso e tutti i moduli da utilizzare.


(23 febbraio 2009)
INTEGRAZIONE
ROMA - Nasce l’organismo unitario che rappresenta i musulmani in Italia.

Sabato, presso la Grande Moschea di Roma, i rappresentanti delle organizzazioni islamiche italiane hanno sottoscritto all’unanimità la relazione di Abdallah Redouane. I musulmani d’Italia avranno un unico organismo interlocutore con le istituzioni. Si è svolto sabato 28 febbraio presso la Grande Moschea di Roma l’Assemblea che riunisce i rappresentanti del mondo islamico in Italia. L'assemblea generale riunita a Roma ha sancito la costituzione di una rappresentanza forte e unitaria dell' Islam italiano” ha dichiarato in una nota Ahmad Gianpiero Vincenzo, Presidente dell'Associazione Intellettuali Musulmani Italiani, consulente per l'immigrazione e i ghetti urbani della Commissione Affari Costituzionali del Senato e membro dell'Assemblea generale della Grande Moschea. È la seconda volta - si legge - che si riunisce l'organismo che raccoglie i più autorevoli esponenti italiani del mondo islamico, ma per la prima volta vi è da parte di tutti la volontà di far confluire nella Grande Moschea tutte le anime dell'Islam italiano”. Un progetto, è spiegato nel comunicato, al quale i moderati musulmani stavano lavorando da diversi anni e che ora “si può finalmente riconoscere d'esserci riusciti, anche grazie alle ferma posizione di moderazione, conforme all'Islam autentico, che abbiamo sempre mantenuto". All’organismo unitario si è giunti per l’adesione unanime alla relazione del Segretario generale della Moschea, Abdallah Redouane. “Adesso - conclude Vincenzo - anche il nostro Governo potrà contare su di un interlocutore rappresentativo, capace di incidere sugli sviluppi futuri dell'Islam nel nostro Paese”.


(28 febbraio 2009)
ROMA - Troppi stranieri, e i genitori italiani non mandano piu' i figli alla scuola elementare

Alunni italiani in fuga dalla scuola elementare di Roma 'Carlo Pisacane', per 'i troppi stranieri iscritti'. Secondo i dati trapelati sulle iscrizioni per il nuovo anno scolastico, la prima elementare della scuola nel quartiere periferico di Torpignattara, rischia di vedere iscritto un solo alunno italiano. Gli altri, 15, sono tutti stranieri. Nello stesso istituto, per i nuovi ingressi alle materne nell'anno 2009/10, su 35 nuovi bambini iscritti solo 8 sono italiani. E ora il comitato di mamme per l'integrazione della scuola Pisacane, che aveva gia' sollevato il problema nelle scorse settimane, invoca le quote. 'Mi riservo di valutare decisioni solo quando avro' i dati ufficiali delle iscrizioni alla scuola elementare Pisacane, che si chiudono domani', ha commentato l'assessore comunale alla Scuola Laura Marsilio, che aveva gia' analizzato la situazione per tentare di riequilibrare la proporzione tra alunni italiani e stranieri. Questi ultimi infatti gia' toccavano in alcune classi quota 80%. Ora la percentuale, visto che le iscrizioni si chiudono domani, e' destinata ad aumentare. Per scongiurare la creazione di una 'scuola monoetnica', era stato raggiunto, lo scorso 5 febbraio, un accordo di rete tra le scuole della zona, promosso dal Campidoglio, per una piu' equa distribuzione degli alunni stranieri nelle scuole elementari, ma ora si avvicina la possibilita' dell'introduzione di quote massime sulla presenza di alunni stranieri in classe a partire dalle prime elementari del prossimo anno, un provvedimento ipotizzato nell'accordo solo se l'obiettivo prefisso non dovesse essere raggiunto diversamente. 'Serve un investimento di fiducia da parte delle famiglie del quartiere, alle quali chiediamo di iscrivere i propri figli alla scuola Pisacane per dar corpo a quell'accordo cosi' importante', ha detto il presidente del VI Municipio Giammarco Palmieri. Ma l'appello, visti i dati, finora non e' stato accolto dal comitato mamme. 'L'invito del presidente del VI Municipio Gianmarco Palmieri e' tardivo: non iscriveremo i nostri figli alla Pisacane fin tanto che non verra' dato corso all'accordo di rete e allo stabilire delle quote massime di presenza dei bambini stranieri', ha detto Flora Arcangeli, presidente del comitato, la quale adesso si augura un incontro 'con il ministro Gelmini la prossima settimane per discutere l'introduzione di quote massime per l'iscrizione di alunni stranieri intorno al 30% per ogni classe'.


(28 febbraio 2009)
ROMARistoranti etnici: troppi controlli della polizia, i clienti scappano

Phone center che si trasformano in negozi di frutta e verdura e ristoranti etnici che perdono clienti e si avviano lentamente verso il fallimento: è caro il prezzo che alcuni imprenditori stranieri devono pagare alla “stretta” in tema di sicurezza e alla eccessiva “premura” che le forze dell’ordine riservano alle loro attività commerciali. Storie poco conosciute ma che incidono pesantemente sulla realtà di famiglie e intere comunità straniere presenti nel nostro paese. A parlarne, a margine della presentazione del dossier “ImmigratImprenditori” curato da Fondazione Ethnoland e Dossier Statistico Immigrazione della Caritas, è Romulo Sabio Salvador, imprenditore filippino gestore di una società che si occupa di spedizioni in tutto il mondo. Salvador, che è anche consigliere comunale aggiunto del Comune di Roma, ha raccolto gli umori di numerosi suoi colleghi imprenditori e rende conto delle decisioni – drastiche – assunte da molti di loro: chiudere bottega e cambiare attività.

“In un recente incontro con le comunità immigrate – racconta Salvador - alcuni amici imprenditori peruviani che gestiscono ristoranti tipici hanno manifestato l’intenzione di chiudere le loro attività per il continuo intervento della polizia”. In questi ristoranti, secondo il racconto degli stranieri, le forze dell’ordine effettuano fra i clienti ai tavoli costanti controlli sul possesso del permesso di soggiorno e della documentazione che attesta una regolare presenza sul nostro territorio nazionale. La conseguenza è una sola: il calo dei clienti e dunque dei ricavi. A mancare all’appello non sono quei clienti consapevoli di non essere in regola con la legislazione, ma anche – se non soprattutto – quelli che un regolare permesso di soggiorno lo hanno, e con esso anche quel tenore di vita che consente loro di frequentare regolarmente i ristoranti tipici gestiti da loro connazionali.

“I clienti – spiega ancora Salvador - prima di decidere di andare in ristorante ci pensano due volte, dal momento che preferiscono mangiare a casa piuttosto che essere disturbati continuamente con un controllo del permesso di soggiorno”. Sempre più persone – riferisce il consigliere aggiunto del comune di Roma – si lamentano in questi termini: “Ho un regolare permesso di soggiorno e sono tranquillamente seduto al ristorante per mangiare il mio piatto tipico preferito: perché mai – si chiedono – mi devi fermare in continuazione per chiedermi i documenti? Perché non posso passare una serata serena senza dover per forza ritrovarmi come un sospetto delinquente o peggio un fiancheggiatore del terrorismo?”.

Non si tratta, peraltro, di una novità. Già in passato, subito dopo il crollo delle Torri Gemelle, l’allarme terrorismo ha portato ad una stretta ai regolamenti dei phone center, gestiti a Roma prevalentemente dalla comunità bengalese, e in alcuni casi ad una vera e propria chiusura delle attività. E’ vero che ancora oggi – e il rapporto lo sottolinea – i bengalesi rimangono leader del settore, ma le continue vicissitudini burocratiche (prima la direttiva antiterrorismo del 2001, poi un regolamento con i requisiti igienico sanitari accompagnato da numerose polemiche e dubbi di legalità) hanno convinto molti imprenditori a chiudere e a spostarsi su settori assai meno “sotto l’occhio del ciclone”. Ed ecco che al posto dei phone center sono nati moltissimi negozi di frutta, verdura e spezie, evidentemente avvertiti come molto meno pericolosi. “La capacità di mutare rapidamente attività è del resto – precisa Salvador - una delle caratteristiche più evidenti dell’imprenditorialità straniera: si tratta di individuare dove tira il vento, di essere duttili rispetto alle possibilità di successo, allontanandosi quanto più possibile dalle complicazioni”.

Per l’imprenditore filippino il malumore dei ristoratori oggi, come dei gestori dei phone center negli anni passati, è solamente la punta dell’iceberg di una realtà che vede una serie di gesti che non fanno notizia ai danni degli stranieri, come “il silicone che la mattina troviamo nelle serrature delle nostre attività: atti che mirano ad infastidirci” ma che “non ci spaventano affatto perché chi fra di noi fa l’imprenditore ha una marcia in più per superare questi piccoli ostacoli


(24 febbraio 2009)
ROMALatte e pannolini solo agli italiani

Non bastava la “social card” riservata agli italiani. Anche un altro contributo destinato dal governo alle famiglie più povere lascerà a bocca asciutta gli immigrati (e i loro bambini).

Il decreto anticrisi, convertito nella legge 2/2009, all’articolo 19 prevede una sorta di bonus bebè. Vengono stanziati per l’anno in corso 2 milioni di euro  per rimborsare ai più bisognosi “le spese occorrenti per l'acquisto di latte artificiale e pannolini per i neonati di età fino a tre mesi”, secondo modalità che verranno definite da un decreto dei ministeri del Welfare e dell’Economia.

Qualunque cosa decidano Sacconi e Tremonti, quei rimborsi comunque non andranno a neogenitori stranieri. È infatti sempre l’articolo 19 a dire che i beneficiari saranno gli stessi del “Fondo per i cittadini meno abbienti” istituito dalla manovra d’estate (legge 133/2008), che è appunto riservato agli italiani.

A denunciare la discriminazione è l’ Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione (Asgi), che ritiene illegittima l’esclusione degli stranieri. Questa violerebbe una lunga sfilza di convenzioni internazionali, da quella dell’Oil sulla parità di trattamento tra lavoratori migranti e nazionali a quella europea sui diritti dell’uomo, passando per la carta di New York dedicata ai diritti del fanciullo e per la convezione di Ginevra sui diritti dei rifugiati.

Inoltre, il bonus bebè per soli italiani manderebbe all’aria la parità di trattamento riservato dal diritto comunitario ai cittadini Ue e ai soggiornanti di lungo periodo extracomunitari.  Ce n’è abbastanza per chiedere l’intervento di Bruxelles: l’ASGI, annuncia che “invierà alla Commissione Europea una nota di richiamo (complaint) per  sollecitarla ad accertare la violazione del diritto europeo da parte del nostro Paese e avviare una procedura d’infrazione”.

Brescia ri-bocciata. Intanto, oggi il Comune di Brescia ha rimediato una nuova bocciatura per aver riservato un  bonus-bebè da 1000 euro alle famiglie con almeno un genitore italiano.

In primo grado, il giudice aveva ritenuto discriminatoria la delibera della Giunta, ordinando all’amministrazione di aprire anche alle domande di mamme e papà immigrati. Il Comune aveva quindi presentato reclamo, ma il tribunale non l’ha ritenuto infondato, ha confermato che c’è stata una discriminazione e ha ordinato al Comune di pagare il bonus anche agli stranieri.

Fatto sta che, intanto, il comune di Brescia ha annullato del tutto la deliberà sul bonus bebè, togliendolo anche agli italiani. “A questo punto il groviglio creato dal Comune è inestricabile, perchè c'è una ordinanza  definitiva che ordina di pagare agli stranieri, ma non c'è più il bonus per gli italiani”, commenta l’avvocato Alberto Guariso, che sta curando la battaglia legale contro la discriminaziione
(24 febbraio 2009)
ROMA - Elezioni europee: i sindaci scrivono ai comunitari

“Cara elettrice, caro Elettore, in occasione delle prossime elezioni Europee lei potrà esercitare il suo diritto di voto in questo Comune, per eleggere i membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia…”.

È l’incipit della lettera che il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha fatto arrivare nelle case di romeni, polacchi e altri cittadini Ue che risiedono nella Capitale per informarli che possono votare alle Europee. Nella busta, c’è anche il modulo per iscriversi entro il 9 marzo alla liste elettorale aggiunta, passaggio indispensabile per andare alle urne.

Lettere simili sono state inviate ai potenziali elettori dai sindaci di Milano e di altre città d’Italia e per le strade sono stati affissi manifesti in più lingue. Non sembra insomma caduto nel vuoto, stavolta, l’invito ai Comuni di dare la massima pubblicità al diritto di voto dei cittadini comunitari, oltre un milione di potenziali elettori che rischiano di non votare solo per disinformazione.

Intanto, il tempo stringe: rimangono meno di due settimane per iscriversi alla lista aggiunta.

Chi si è già iscritto negli anni passati, anche in un Comune diverso da quello in cui ora ha la residenza,  non deve farlo  di nuovo. Gli altri devono compilare una domanda  indirizzata al sindaco e presentarla, anche per raccomandata, all'ufficio elettorale. Una volta inseriti nella lista, riceveranno la tessera elettorale con l’indicazione del seggio.



Qui trovate moduli e istruzioni
(24 febbraio 2009)
MILANO - L'Italia è sempre più cosmopolita. Nel 2050 i figli degli stranieri saranno la maggioranza

Gli immigrati regolari nel nostro Paese sono circa il 6% della popolazione, le imprese gestite da stranieri crescono di oltre il 10% annuo, gli alunni con cittadinanza non italiana presenti nel sistema scolastico nazionale rappresentano il 6,4 per cento del totale degli alunni, corrispondenti a 574.133 unità, un bambino su 10 è figlio di immigrati e si stima che nel 2050 gli extracomunitari potrebbero rappresentare dal 17 al 20% della popolazione residente in Italia e se l'aumento percentuale dovesse restare costante, le nascite di bambini stranieri potrebbero addirittura superare quelle made in Italy. I dati che disegnano questo scenario sono del Centro Artes, specializzato nella diagnosi e nel trattamento della sterilità di coppia, che ha elaborato i dati ufficiali di Istat, Oms (Organizzazione Mondiale della Sanita') e le stime 2007 C.I.A. Una crescita, quella degli stranieri regolari in Italia, che incuriosisce anche la stampa estera. Secondo il quotidiano spagnolo ''El Periodico'', ''Gli immigrati sono la chiave dell'economia italiana. Senza gli immigrati l'Italia si bloccherebbe. I regolari rappresentano una forza fiscale di 2,3 milioni di euro all'anno; il 10% di loro lavora nelle costruzioni e senza di loro il settore crollerebbe''. Anche il tedesco Der Standard pone l'accento sul tema, analizzando la situazione scolastica italiana: ''Piu' di mezzo milione di bambini stranieri frequentano le scuole italiane. Il numero degli stranieri nelle aule italiane negli ultimi 5 anni e' raddoppiato. In tutta Italia gli stranieri rappresentano il 6% degli alunni totali''. A riportare l'attenzione sul tema il caso di Roma, dove nella scuola elementare e materna ''Carlo Pisacane'', l'istituto nel popolare quartiere romano di Tor Pignattara, su 180 alunni 170 sono immigrati. I bambini stranieri iscritti nelle scuole italiane: solo a Milano, dei 5.495 bambini che quest'anno si sono iscritti alle scuole medie, il 66.42% e' composto da stranieri. Nelle scuole primarie (elementari), dei 9.832 che si sono iscritti quest'anno, gli immigrati invece sono ''solo'' il 40.28%. In Alto Adige, anche per la vicinanza con il confine tedesco, i bambini stranieri sono decuplicati nell'ultimo anno. Gli italiani, inoltre, fanno sempre meno figli. Le piu' recenti statistiche collocano il nostro Paese agli ultimi posti tra i paesi per tasso di fertilita', con un valore per il 2007 pari a 1,29 figli per donna. Il Bilancio demografico nazionale, pero', e' in positivo, un dato reso possibile dall'alto tasso di natalita' dei cittadini stranieri. E' figlio di immigrati un bambino su 10 (10%), mentre, paradossalmente, gli stranieri rappresentano il 5% della popolazione italiana. Il fenomeno del declino della fertilità è comune a quasi tutti i paesi industrializzati, ma in nessuno di essi ha avuto un'evoluzione così marcata come in Italia. Il tasso di fertilità nei 15 paesi dell'Unione Europea fra il 1960 e il 2007 è sceso da 2,59 a 1,50 figli per donna, mentre in Italia si è quasi dimezzato (dal 2,41 all'1,29). L'aumento demografico, invece, cresce grazie ai cittadini stranieri. Dato riscontrato anche dal portale giornalistico tedesco ''Suite101'': ''Le donne italiane fanno nascere sempre meno bambini, il tasso di natalita' resta comunque in aumento per la presenza di madri straniere, dato che se per dieci neonati italiani uno soltanto e' figlio di immigrati, questi ultimi rappresentano il 6% della popolazione''. ''Il calo delle nascite in Italia è un dato evidente - ha spiegato Alessandro Di Gregorio, Direttore del Centro Artes di Torino - Complice anche un'evoluzione della società che ha spostato in avanti, circa 35 anni, l'età media delle donne che scelgono di diventare madri. Le difficoltà a rimanere incinta, quindi, aumentano e l'introduzione della Legge 40 non ha migliorato la situazione. In soli 4 anni, dall'entrata in vigore della Legge, le nascite sono diminuite del 2,78%''. I cittadini stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2008 sono 3.432.651; rispetto al 1° gennaio 2007 sono aumentati di 493.729 unita' (+16,8%). Si tratta dell'incremento più elevato mai registrato nel corso della storia dell'immigrazione nel nostro Paese. La popolazione italiana, a gennaio del 2008 è pari a 59.619.290 persone (Dati Istat). Gli immigrati regolari in Italia sono quindi quasi il 6% della popolazione. Secondo i dati di Unioncamere, inoltre, negli ultimi cinque anni le imprese individuali gestite e controllate da immigrati sono piu' che raddoppiate, passando da circa 100mila nel 2001 a quasi 230mila nel 2006, con un tasso di crescita sempre superiore al 10% e che ha toccato il 24% nel 2001 e il 13% nel 2006. Le imprese italiane sono crescite nel corso del 2008 di solo 36mila unita', un incremento di appena lo 0,6% rispetto all'anno precedente e dovuto soprattutto agli imprenditori immigrati, cresciuti lo scorso anno di 15mila unità. Inoltre, il ritmo di crescita medio annuale degli stranieri, secondo le stime dei ricercatori della Caritas-Migrantes, e' pari a circa 325 mila unità, il che porta ad ipotizzare più che un raddoppio della popolazione immigrata da qui a 10 anni. Tenuto conto che la velocità di crescita della popolazione straniera non sembra tendere a diminuire, la Caritas-Migrantes stima che nel 2050 gli extracomunitari rappresenteranno dal 17 al 20% della popolazione residente in Italia. Dati ancora più rilevanti se si pensa che l'incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale della popolazione italiana è passata da poco più di 9mila nel 1995 a più di 57mila del 2007, in termini percentuali, dall'1,7% al 11,4%. E', insomma, figlio di immigrati 1 bebè su 10. ''Il calo della fertilità italiana è un dato preoccupante - continua il dott. Di Gregorio - per questo motivo, insieme a molti altri ginecologi che condividono il mio pensiero, chiedo al nuovo Governo di intervenire in maniera chiara e decisiva una volta per tutte sulla Legge 40, che blocca di fatto lo sviluppo della medicina ed impedisce alle coppie che trovano difficoltà nel concepimento di sognare, di sperare ancora. Una legge che ci riporta al Medioevo''.
(23 febbraio 2009)
ROMA - Fini: "Da integrazione benefici per il Paese

Un processo che favorisca la piena integrazione degli immigrati in Italia può portare grandi benefici per la società del nostro paese, soprattutto in un momento di crisi economica come quella che l'Italia sta attraversando. A spiegarlo è stato ieri il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha sottolineato come gli immigrati in Italia "non si sentano stabilmente italiani, ma emigranti in attesa di tornare in patria". Un dato evidenziato dal fatto che, a fronte dei nove punti percentuali di Pil prodotti dagli immigrati, "è di 30 miliardi di euro la quota delle rimesse", ovvero di quanto gli immigrati che lavorano in Italia inviano nei paesi di origine. Fini ha poi ricordato che, come italiani, "siamo figli di una storia che ci poneva dalla parte degli emigranti. Ci sono state fasi in cui l'economia nazionale aveva dai nostri emigranti risorse cospicue che oggi potrebbero essere costituite dal lavoro degli immigrati. Credo che sia il modo migliore per onorare la nostra storia nazionale perchè parlare di storia e di identità nazionale significa guardare tutte le fotografie di questa identità, comprese quelle che ritraevano gli italiani appena sbarcati ad Ellis Island". Per fare questo "occorre soprattutto fuggire da quell'atteggiamento che punta a congelare lo straniero nella propria identità. Il pericolo – ha concluso Fini - è quello di produrre un 'melting pot' fatto di enclaves etniche chiuse ed autoreferenziali"


(21 febbraio 2009)
ROMAIntegrazione, Emilia Romagna in testa

L'inserimento però avviene meglio in contesti medio-piccoli e al Sud “L’integrazione deve considerarsi l’anima della politica migratoria, nell’interesse dei nuovi cittadini e degli stessi italiani; e, a fronte della diffusione di certi comportamenti preoccupanti, bisogna esser maggiormente consapevoli di questa esigenza”. Così il Cnel, che oggi presenta il sesto Rapporto sugli “Indici di integrazione degli immigrati in Italia”.

Accanto ad una “graduatoria assoluta”, basata sui dati della sola popolazione immigrata in ciascun contesto territoriale, nel Rapporto è stata per la prima volta introdotta anche una “graduatoria comparativa” o differenziale, basata sullo scarto tra la situazione degli immigrati e quella degli italiani all’interno dello stesso territorio, che mostra come le condizioni degli immigrati siano più o meno distanti dagli standard di vita degli autoctoni in riferimento agli indicatori considerati.

Graduatoria assoluta. In termini assoluti, per la prima volta l’Emilia Romagna si rivela essere la regione italiana a più alto potenziale di integrazione socio-occupazionale degli immigrati in Italia, scavalcando il Trentino Alto Adige (ora 5°) e il Veneto (7°) che avevano primeggiato rispettivamente nel 2003 e nel 2004. Il primato di questa regione è confermato anche dall’indice di attrattività, che, tanto nel 2005 quanto nel 2006, la vede in testa alle regioni italiane per capacità di attirare e trattenere al proprio interno quanta più popolazione immigrata presente a livello nazionale.

All’interno di una graduatoria delle province italiane in cui primeggia Trieste (provincia, quindi, a più alto potenziale assoluto di integrazione in Italia) sono nell’ordine le province di Reggio Emilia (2°), Piacenza (7°) e Parma (8°) in fascia massima, a cui seguono Modena (12°) e Forlì-Cesena (14°) in fascia alta, a spingere maggiormente il dato emiliano-romagnolo al vertice della graduatoria per regioni: si tratta di ben 5 delle 9 province di questa regione a collocarsi tra le prime 14 in tutta Italia.

A livello di grandi aree, è il Nord Ovest torna a collocarsi al vertice, togliendo il primato detenuto con continuità dal Nord Est negli anni precedenti. Questo “sorpasso” dell’Italia nord-occidentale è da attribuirsi esclusivamente al ruolo giocato dalle due grandi regioni dell’area, il Piemonte e la Lombardia, collocate rispettivamente in 3a e 4a posizione, a ridosso delle prime regioni di testa (Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia) e prima di Trentino Alto Adige (5°) e Veneto (7°), spaccando così a metà il fronte delle regioni nord-orientali. Gli altri due piccoli contesti del Nord Ovest si posizionano, infatti, nelle parti inferiori della graduatoria: la Valle d’Aosta è 16a e la Liguria 18a, a ridosso dell’ultima fascia, rappresentata in fondo alla graduatoria rispettivamente da Campania (19°) e Basilicata (20°).

Il primato dell’Emilia Romagna nell’indice finale “assoluto” è dovuto a un piazzamento costantemente elevato tanto nell’indice di inserimento occupazionale quanto in quello di inserimento sociale.

Graduatoria comparativa. In termini differenziali (cioè osservando le graduatorie costruite sullo scarto tra le condizioni degli immigrati e quelle degli autoctoni negli stessi contesti territoriali), la regione a più alto potenziale di integrazione socio-occupazionale degli immigrati rispetto agli standard di vita della popolazione locale è la Sardegna, che dunque è quella che riserva ai propri immigrati un inserimento più egualitario in rapporto a quello degli italiani che vivono nello stesso territorio. Nella graduatoria complessiva il contesto sardo precede un gruppo di regioni di dimensioni medio-piccole: si tratta nell’ordine di Marche, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Umbria.

“La circostanza non è priva di significatività – afferma il Cnel -, giacché conferma la tesi per cui in Italia i processi di integrazione (in questo caso considerata in termini di parità di condizioni di vita e di inserimento) riescono maggiormente ‘nel piccolo’, cioè in contesti territorialmente e amministrativamente ristretti in cui le relazioni umane, il rapporto con servizi, enti e strutture, i processi di inserimento in generale sono più immediati e soffrono in misura molto più ridotta del senso di anonimato, della distanza istituzionale e delle barriere burocratiche tipici della complessità dei grandi agglomerati urbani e delle grandi articolazioni amministrative”.

A conferma di questo rilievo si deve osservare che le grandi regioni del Centro-Nord qui occupano invece posizioni di media o bassa classifica: il Veneto è al 13° posto, l’Emilia Romagna al 14°, la Toscana al 16°, la Lombardia al 18° e il Lazio è addirittura ultimo.

La stessa situazione si ripresenta a livello di province: a fronte di piccoli capoluoghi che abbracciano un po’ tutte le aree italiane e che si concentrano nella parte alta della graduatoria (Cagliari, Belluno, Biella, Macerata, Catanzaro, Vicenza, Pistoia, Massa-Carrara, Arezzo e Cremona, solo per citare le prime 10), le più importanti città metropolitane iniziano ad affacciarsi solo a metà graduatoria (Bari 44°, Palermo 45°) ma, soprattutto quelle del Centro-Nord, si concentrano tutte negli ultimi posti: Bologna 98°, Firenze 100°, Genova 101°, Milano 102° e Roma ultima al 103°.

Come nel caso dell’Emilia Romagna, in rapporto al potenziale di integrazione “assoluto”, anche il primato della Sardegna nell’indice del potenziale di integrazione “relativo” è il frutto di una costante posizione di alta classifica in entrambi gli indici parziali (inserimento occupazionale e inserimento sociale).

“Questa ‘geografia rovesciata’ tra le due graduatorie (assoluta e differenziale) sia dell’indice complessivo sia, in parte, degli indici parziali – sottolinea ancora il Cnel - mostra come il ‘poco’ che il Meridione, in generale, è capace di assicurare agli immigrati può essere molto rispetto alle proprie possibilità strutturali (rispecchiate negli standard di vita riguardanti la popolazione autoctona); mentre il ‘più’ offerto agli immigrati dalle regioni strutturalmente meglio attrezzate del Centro-Nord può essere comunque poco rispetto a ciò che esse sarebbero potenzialmente in grado di dare, se si considerano gli standard di vita medi della popolazione nativa locale”.
(20 febbraio 2009)
VENEZIA - Veneto, 7 stranieri su 10 promossi all’esame di italiano

Promossi 1.060 su 1.400 cittadini stranieri iscritti al test di italiano obbligatorio da quest’anno in Veneto per accedere ai corsi per (Oss). Questo titolo è necessario per lavorare in enti pubblici come le Unità locali socio sanitarie e le Aziende ospedaliere o le strutture private autorizzate e accreditate, come i Centri di servizio per gli anziani. Secondo la Regione, il fabbisogno di operatori in tutte le strutture venete è di 5 mila unità. «Abbiamo reso obbligatoria la conoscenza minima della lingua perché oggi sono tanti gli stranieri che si presentano», ha spiegato l’assessore alla Formazione Elena Donazzan, aggiungendo: «Faremo azioni mirate perché in futuro siano soprattutto gli italiani e i veneti in cerca di lavoro ad aderire a questa opportunità professionale». I cittadini non italiani qualificati nell’ambito dell’ultimo ciclo di formazione sono stati il 37% del totale. Il provvedimento che introduce la prova di italiano, secondo la Giunta, servirà a garantire che l’utenza finale sarà seguita da personale in possesso di adeguate competenze linguistiche. Il livello richiesto è l’A2 del Common European Framework. «Gli stessi stranieri riconoscono la necessità di conoscere l’italiano per chi opera nell’ambito della cura della persona. D’altra parte, anche per il riconoscimento di un titolo infermieristico straniero è necessario fare una prova di italiano», afferma Andrea Citron, vicepresidente delle Acli di Treviso. È in questa provincia che si è registrato il numero maggiore di iscritti, 312 persone, di cui 233 hanno superato il test scritto e l’orale. Secondo Cavallin, dell’associazione “Cittadini del Mondo”, di Treviso: «La gran parte degli stranieri intenzionati a diventare operatori socio sanitari in realtà ha già frequentato i corsi regionali».La prova scritta era divisa in quattro parti. La prima, di comprensione, richiedeva di rispondere a 8 domande con risposte “vero” o “falso” riguardo al fac simile di un foglio illustrativo di un medicinale. Nella seconda prova c’erano 6 domande “vero” o “falso” sulla comprensione di un dialogo tra cliente e farmacista. Le altre due parti erano prove di grammatica. È stato proposto un brano con parti del testo da completare con articoli, preposizioni e verbi. Nel caso dei verbi, la casella da riempire, al presente indicativo, era preceduta dall’infinito del verbo (ad esempio: Marco (mangiare)_________ la mela). Nell’ultima parte erano proposte dieci frasi precedute da un elenco con altrettanti aggettivi. Doveva essere individuato l’aggettivo più adatto alla specifica situazione. In seguito era previsto un orale. Il 92,2% dei candidati dell’Est Europa ha superato brillantemente la prova. I più numerosi erano romeni, 287, di cui 269 promossi. Le donne sono state il 93%, tutte ammesse. Per chi non ha superato le prove, l’appuntamento è fissato per la prossima sessione d’esame, in estate.


(19 febbraio 2009
MILANO - In Italia 1,4 milioni di famiglie immigrate

Sono tre milioni e mezzo gli stranieri iscritti all'anagrafe all’1 gennaio 2008, mentre le famiglie degli stranieri residenti in Italia sono 1,3-1,4 milioni di unità. Lo ricorda Giancarlo Blangiardo, professore di Demografia all’Università Milano Bicocca e tra gli autori del libro “La migrazione come evento familiare”, presentato all’Università Cattolica. Nella sua indagine si evidenzia, tra l’altro, un sempre maggior coinvolgimento dei coniugati, ma anche dei già coniugati (vedovi e separati/divorziati, soprattutto donne) nel processo migratorio. L’esame per stato civile dei presenti ultraquattordicenni, tra le cittadinanze più rappresentative, segnala il maggior numero di coniugati tra i filippini, valido per entrambi i generi, e tra le donne marocchine. Queste ultime sembrano anche risultare, dalla lettura dei dati lombardi, le uniche per le quali la variazione della percentuale di coniugate nel biennio 2005-2007 è positiva.

I flussi dell’ultimo biennio hanno accentuato il peso relativo delle donne nubili tra le peruviane e le romene. È proprio tra le romene e le peruviane , e più in generale tra le est-europee e le latino-americane, che vi è la quota più consistente di “già coniugate”. Vi è infatti una donna ultraquattordicenne in tale status ogni sei romene o peruviane presenti, una ogni quindici tra le marocchine, le albanesi e le filippine e meno di una ogni trenta per le cinesi.

Per i celibi immigrati sono gli amici, con punte di poco più di cinque casi su dieci in Italia e quattro su dieci in Lombardia, a rappresentare la più importante modalità di convivenza. La coabitazione con parenti svolge un ruolo altrettanto rilevante per le donne, soprattutto entro i 25 anni di età. A livello nazionale, per i celibi si rileva una maggiore presenza con parenti per filippini e peruviani, mentre sono i romeni a distinguersi per l’alta incidenza di convivenza con amici e i cinesi per l’analogo primato di single (circa un quarto dei celibi). Tra le nubili, il primato della convivenza con parenti spetta alle cinesi e alle filippine. Il valore minimo si riscontra tra le romene, che spiccano sia per i casi di convivenza con amici, sia per le posizioni da single. Le single sono altrettanto frequenti tra le donne nubili albanesi, mentre risultano pressoché inesistenti tra le filippine


(13 febbraio 2009)
ROMANapolitano: "Fermare le xenofobia"

Dopo l’aggressione di sabato notte contro un cittadino indiano, il Capo dello Stato chiede un impegno forte contro il razzismo. Giorgio Napolitano chiede di fermare una tendenza ormai preoccupante.

"Siamo dinanzi a episodi raccapriccianti che vanno ormai considerati non come fatti isolati ma come sintomi allarmanti di tendenze diffuse che sono purtroppo venute crescendo” si legge in un messaggio diffuso stamattina dal Quirinale.

“Rivolgo perciò un forte appello – dice il presidente della Repubblica -  a quanti hanno responsabilità istituzionali, culturali, educative perché si impegnino fino in fondo per fermare qualsiasi manifestazione e rischio di xenofobia, di razzismo, di violenza".


(2 febbraio 2009)
ROMA - Razzismo. Picchiano e bruciano immigrato indiano

Un immigrato indiano di 35 anni è stato picchiato e poi bruciato nella stazione ferroviaria di Nettuno (in provincia di Roma) verso le 4 di questa mattina. La vittima, le cui condizioni sono gravissime, è un senza fissa dimora. Secondo la ricostruzione, un gruppo di persone si è introdotto all'interno della stazione e ha percosso l'immigrato; poi, dopo averlo cosparso di liquido infiammabile, gli ha dato fuoco. I carabinieri stanno interrogando 5 ragazzi per fare luce sul caso. Non ancora chiari i motivi dell'aggressione. Al momento, secondo quanto riferito dai militari dell'Arma, non è ancora stato effettuato alcun fermo. Immediato l'intervento del 112, coordinato dall'autorità giudiziaria di Velletri: i carabinieri hanno soccorso la vittima, accompagnata dal 118 al pronto soccorso dell'ospedale di Anzio e poi trasferita subito dopo al Centro grandi ustionati dell'ospedale di Roma Sant'Eugenio. Qui i militari stanno ascoltando il 35ennne indiano per avere qualche informazione utile sugli aggressori. Intanto il vicepresidente della Giunta regionale del Lazio, Esterino Montino, fa sapere che ''il cittadino indiano aggredito davanti alla stazione di Nettuno è in prognosi riservata, ha subito ustioni sul 40% del corpo, in particolare sulle gambe, sulle braccia e sul collo ed è cosciente. E' quanto mi ha detto il professore Palombo, direttore sanitario del Sant'Eugenio''. Di ''atto estraneo alla cultura della città; confidiamo nell'opera delle forze dell'ordine'' ha parlato il sindaco di Nettuno, Alessio Chiavetta. ''I colpevoli dell'aggressione dovranno essere individuati e puniti, qualunque siano i motivi che li hanno mossi - ha continuato - confido nell'opera delle forze dell'ordine''. E per il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ''se qualcuno pensa che i recenti fatti di violenza, che hanno visto come presunti colpevoli delle persone immigrate, possano essere un alibi per ritorsioni xenofobe, si sbaglia di grosso - continua - a nessuno è consentito farsi giustizia con le proprie mani e tanto meno strumentalizzare politicamente il dolore delle donne che sono state violentate nei giorni scorsi''. Per il presidente del Senato, Renato Schifani, ''il gravissimo episodio razzista avvenuto a Nettuno e' un atto incivile che getta una grave ombra sui consolidati principi della tolleranza e ospitalità del nostro Paese''. Mentre per il segretario del Pd, Walter Veltroni, ''episodi di intolleranza criminale come questo sono il frutto di predicazioni xenofobe, di un clima creato ad arte di odio e di paura''.


(1 febbraio 2009)
VICENZA - In ogni classe non più del 30% di alunni stranieri

Un limite massimo di alunni stranieri per ogni classe pari al 30-35%: lo ha stabilito il Comune di Vicenza nell'ambito del nuovo 'Piano territoriale scolastico'. Secondo quanto previsto nelle linee programmatiche della nuova amministrazione, anche la scuola diventa uno strumento per rivitalizzare i quartieri, favorire l'integrazione sociale e promuovere la sostenibilità e la qualità della vita nel contesto urbano. "A partire dal prossimo anno scolastico - spiega l'assessore all'istruzione Alessandra Moretti - sarà un piano dell'offerta formativa condiviso a fare da guida ai piani formativi dei singoli istituti. Tra i vari punti anche un limite massimo di alunni stranieri per ogni classe pari al 30-35%". L'assessorato all'istruzione ha già provveduto a raggruppare gli studenti per aree di residenza, in modo da prevedere quante classi prime formare in ognuna delle 26 scuole primarie cittadine. Secondo le previsioni, in nessuna classe si supererà il tetto del 35% di stranieri, con una presenza media nelle future prime elementari pari al 21%. Sulla percentuale degli stranieri, l'accordo prevede che il tetto del 30-35% diventi riferimento non solo per le prime, ma progressivamente per tutte le classi, dalla scuola dell'infanzia fino alla secondaria di primo grado. Per l'assessore regionale all'istruzione Elena Donazzan, le quote di studenti extracomunitari nelle classi "sono il modo migliore per poter iniziare a parlare d'integrazione". "Non sono stupita - aggiunge Donazzan - che a volte a prevalere sia la pregiudiziale ideologica, come sta succedendo contro la scelta della scuola vicentina, se si deve realmente affrontare questo problema". "All'inizio di quest'anno scolastico - prosegue - avevo proposto alcune ipotesi per dare il contributo necessario ad affrontare il tema dell'integrazione degli studenti extracomunitari che, proprio qui in Veneto, date le presenze e le concentrazioni, rischiano di diventare un problema di difficile gestione e di forte impatto sulla popolazione italiana, ma anche su quella che cerca veramente di integrarsi". "Spiace - conclude l'assessore - non essere stata ascoltata". (ANSA)


(1 febbraio 2009)
INFORMAZIONI GIURIDICHE


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