Margaret atwood



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meno lo sapeva la gente al Betty's Luncheonette, perché è là che lavorava

tre giorni alla settimana. Non dicemmo a Richard e a Winifred dove sa-

remmo andate, perché che senso aveva aumentare l'atmosfera pesante at-

torno al tavolo della colazione? Non avrebbero potuto assolutamente proi-

bircelo, ma ci saremmo attirate senza dubbio una fastidiosa dose di soffo-

cato disprezzo.

Prendemmo l'orsacchiotto che avevo comprato per la bambina di Reenie

ai grandi magazzini Simpsons, a Toronto. Non era un orsacchiotto molto

adatto alle coccole - era austero e molto imbottito e rigido. Sembrava un

impiegato statale di basso rango, o almeno un impiegato di quei tempi.

Non so che aspetto abbiano adesso. È più che probabile che indossino je-

ans.

Reenie e suo marito abitavano in una di quelle casette a schiera di calca-



re costruite originariamente per gli operai della fabbrica - due piani, tetto a

punta, latrina sul retro dello stretto giardino - non molto lontano da dove

vivo adesso. Non avevano telefono, perciò non potemmo avvertirla della

nostra venuta. Quando aprì la porta e ci vide là fuori, fece un largo sorriso

e poi si mise a piangere. Dopo un attimo Laura fece lo stesso. Io stavo là

con l'orsacchiotto in mano, sentendomi tagliata fuori perché non piangevo

anch'io.

«Dio vi benedica» disse Reenie a tutte e due. «Entrate a vedere la bam-

bina».

Percorremmo il corridoio dal pavimento di linoleum che conduceva alla



cucina. Reenie l'aveva dipinta di bianco e aveva aggiunto tendine gialle,

della stessa sfumatura di giallo di quelle di Avilion. Notai una serie di ba-

rattoli di metallo, anch'essi bianchi, con su stampigliato in giallo: Farina,

Zucchero, Caffè, tè. Non c'era bisogno che mi venisse detto che Reenie

aveva fatto quelle decorazioni da sola. Quelle, e le tendine, e qualunque al-

tra cosa su cui potesse mettere le mani. Stava facendo del suo meglio.

La bambina - sei tu, Myra, ora hai fatto il tuo ingresso nella storia - era

stesa in un cesto della biancheria di vimini, e girava lo sguardo su di noi

senza sbattere gli occhi, che erano perfino più blu di quelli che di solito

hanno i bambini piccoli. Devo dire che sembrava un budino di sugna, ma

del resto succede a molti bambini.

Reenie insistette a farci una tazza di tè. Ormai eravamo signorine, disse;

potevamo bere vero tè, non solo latte con poco tè dentro, come facevamo

una volta. Aveva preso peso; la parte di sotto delle sue braccia, un tempo

così soda e forte, ballonzolava un po', e mentre camminava verso i fornelli

ondeggiava quasi. Aveva le mani paffute, le nocche che formavano delle

fossette.

«Mangi per due e poi ti dimentichi di smettere» disse. «Vedete il mio

anello nuziale? Non potrei toglierlo a meno che non me lo taglino. Dovrò

farmici seppellire». Lo disse con un sospiro di autocompiacimento. Poi la

bambina cominciò ad agitarsi, e Reenie la prese su e se la mise sulle gi-

nocchia, e ci guardò al di sopra del tavolo con un'aria quasi insolente. Il ta-

volo (semplice, piccolo, con una tovaglia di incerata stampata a tulipani

gialli) era come una grande voragine - da una parte c'eravamo noi due, dal-

l'altra, ormai a una distanza immensa, Reenie con la sua bambina, senza

rimpianti.

Rimpianti per cosa? Per averci abbandonato. O almeno è così che mi

sembrava.

C'era qualcosa di strano nelle maniere di Reenie, non verso la bambina,

ma verso di noi in rapporto a lei - come se l'avessimo colta in fallo. Da al-

lora mi sono chiesta - e dovrai scusarmi se lo dico, Myra, ma in realtà tu

non dovresti leggere queste cose, e chi è causa del suo mal... - da allora mi

sono chiesta se la bambina non fosse per niente di Ron Hincks, ma di no-

stro padre. Immaginati Reenie, l'unica persona di servizio rimasta ad Avi-

lion dopo che io ero partita per la luna di miele, e tutt'intorno alla testa di

mio padre le torri stavano crollando al suolo. Non si sarebbe attaccata a lui

come un impiastro, con lo stesso spirito con cui gli portava una tazza di

minestra calda o la borsa dell'acqua? Conforto contro il freddo e il buio.

In questo caso, Myra, tu saresti mia sorella. O meglio, la mia sorellastra.

Non che potremo mai saperlo, per lo meno io. Suppongo che tu potresti

farmi riesumare, prendere un campione dei miei capelli o delle mie ossa o

di qualsiasi cosa serva, e mandarlo a far analizzare. Ma dubito che andresti

così lontano. L'unica altra prova possibile sarebbe Sabrina - potreste mette-

re insieme e confrontare qualche vostro pezzo. Ma perché questo accada,

Sabrina dovrebbe tornare, e Dio solo sa se lo farà mai. Potrebbe essere o-

vunque. Potrebbe essere morta. Potrebbe essere in fondo al mare.

Mi chiedo se Laura sapesse di Reenie e nostro padre, se davvero c'era

qualcosa da sapere. Mi chiedo se questa fosse tra le tante cose che sapeva

ma di cui non fece mai parola. Nulla di più facile.

I giorni ad Avilion non passarono in fretta. Faceva ancora troppo caldo,

c'era ancora troppa umidità. Il livello dell'acqua nei due fiumi era basso:

perfino le rapide del Louveteau erano pigre, e dal Jogues veniva un odore

sgradevole.

Rimanevo per la maggior parte del tempo in casa, seduta sulla sedia dal-

lo schienale di cuoio nella biblioteca del nonno con le gambe sul bracciolo.

Gli involucri delle mosche morte dell'inverno precedente incrostavano an-

cora i davanzali: la biblioteca non era una priorità assoluta per la signora

Murgatroyd. Il ritratto della nonna Adelia dominava ancora la stanza.

Passavo i pomeriggi con gli album di ricordi, con i loro ritagli sui tè di

beneficenza e i fabiani in visita, e sugli esploratori con i loro spettacoli di

immagini proiettate con la lanterna magica e le loro relazioni sulle pittore-

sche usanze indigene. Non so perché qualcuno trovasse strano il fatto che

decoravano i crani dei loro antenati, pensavo. Lo facciamo anche noi.

Oppure sfogliavo le vecchie riviste mondane, ricordando come un tempo

avevo invidiato la gente di cui parlavano; oppure frugavo nei libri di poe-

sie con le loro pagine di carta velina bordate d'oro. Le poesie che mi man-

davano in estasi ai tempi di Miss Violence ora mi colpivano perché ecces-

sive e svenevoli. Ahimé, fardello, poscia, s'approssima, stracco - il lin-

guaggio arcaico dell'amore non corrisposto. Ero irritata da certe parole, che

rendevano gli amanti infelici - ora me ne rendevo conto - leggermente ridi-

coli, come la povera, malinconica Miss Violence stessa. Con i bordi molli,

indistinti, zuppi, come una focaccia caduta nell'acqua. Nulla che si abbia

voglia di toccare.

La mia infanzia mi sembrava già lontana - un'età remota, indistinta e a-

grodolce, come i fiori essiccati. Ne rimpiangevo la perdita, la rivolevo in-

dietro? Non mi pareva.

Laura non stava in casa. Gironzolava per la città, come facevamo una

volta. Indossava un mio vestito di cotone giallo dell'estate prima, e il cap-

pello abbinato. Vederla da dietro mi procurava una sensazione strana, co-

me se guardassi me stessa.

Winifred non faceva mistero di essere mortalmente annoiata. Andava a

nuotare ogni giorno nella piccola spiaggia privata accanto alla rimessa del-

le barche, sebbene non si spingesse mai dove non toccava: per lo più si ac-

contentava di sguazzare qua e là, indossando un enorme cappello a cono

color magenta. Voleva che Laura e io ci unissimo a lei, ma noi declinava-

mo l'invito. Nessuna delle due nuotava molto bene, e poi sapevamo che

genere di cose potevano essere scaricate nel fiume, e magari lo erano anco-

ra. Quando non nuotava o stava al sole, Winifred girava per la casa pren-

dendo appunti o facendo schizzi ed elenchi di difetti - la carta da parati

nell'ingresso aveva davvero bisogno di essere sostituita, c'era del marciu-

me secco sotto le scale - oppure schiacciava sonnellini nella sua stanza.

Avilion sembrava prosciugare la sua energia. Era confortante sapere che

c'era qualcosa in grado di farlo.

Richard parlava molto al telefono, chiamate interurbane; oppure andava

a Toronto dalla mattina alla sera. Il resto del tempo si trastullava con l'On-

dina, supervisionando le riparazioni. Il suo obiettivo, diceva, era rendere di

nuovo quell'affare in grado di galleggiare prima della partenza.

Gli venivano consegnati i giornali tutte le mattine. «Guerra civile in

Spagna» disse un giorno a pranzo. «Be', era annunciata da tempo».

«È spiacevole» commentò Winifred.

«Non per noi» fece Richard. «Finché ce ne teniamo fuori. Lasciamo che

comunisti e nazisti si uccidano a vicenda - ben presto si getteranno en-

trambi nella mischia».

Laura aveva saltato il pranzo. Era giù al pontile per conto suo, con solo

una tazza di caffè. Ci andava spesso: mi rendeva nervosa. Si stendeva sul

pontile, facendo spenzolare un braccio nell'acqua, fissando il fiume come

se ci avesse fatto cadere qualcosa e lo stesse cercando sul fondo. Ma l'ac-

qua era troppo scura. Non si vedeva granché. Solo un occasionale gruppo

di pesciolini che fluttuavano qua e là come le dita di un borsaiolo.

«Comunque» disse Winifred, «vorrei che non lo facessero. È molto

sgradevole».

«Potremmo trarre vantaggio da una buona guerra» ribatté Richard. «For-

se smuoverà le acque - porrà fine alla Depressione. Conosco qualche tizio

che ci conta. C'è gente che farà un sacco di soldi». Non mi veniva mai det-

to nulla sulla condizione finanziaria di Richard, ma di recente ero giunta a

credere - da vari accenni e allusioni - che non avesse tutto il denaro che

pensavo una volta. O non lo aveva più. Il restauro di Avilion era stato

bloccato - rinviato -, perché Richard non era stato più disposto a spendere

altri soldi. Questo a sentire Reenie.

«Perché farà soldi?» chiesi. Sapevo perfettamente la risposta, ma ero

scivolata nell'abitudine di fare domande ingenue solo per vedere cosa a-

vrebbero detto Richard e Winifred. La scala mobile morale che applicava-

no a quasi ogni settore della vita non aveva ancora cessato di catturare la

mia attenzione.

«Perché è così che stanno le cose» rispose bruscamente Winifred. «A

proposito, la vostra amica è stata arrestata».

«Quale amica?» chiesi, troppo in fretta.

«Quella tale, Callista. La vecchia amante di tuo padre. Quella che si cre-

de un'artista».

Mi risentii per il suo tono, ma non sapevo come controbattere. «È stata

così buona con noi quando eravamo bambine» dissi.

«È naturale che lo fosse, non credi?»

«A me piaceva» feci.

«Non c'è dubbio. Un paio di mesi fa si è messa in contatto con me - ha

cercato di vendermi un orribile quadro o un affresco o qualcosa del genere

- un gruppo di brutte donne in tuta da lavoro. Non certo la prima cosa che

uno vorrebbe mettere in sala da pranzo».

«E perché l'avrebbero arrestata?»

«È stata la Squadra Rossa, una retata a una riunione di sinistroidi. Ha

chiamato qui - era assolutamente fuori di sé. Voleva parlare con te. Non ri-

tenni che avresti dovuto essere coinvolta, così Richard è andato fino in cit-

tà e l'ha tirata fuori dei pasticci».

«Perché l'ha fatto?» chiesi. «La conosce appena».

«Oh, solo perché ha il cuore tenero» disse Winifred, sorridendo dolce-

mente. «E poi ha sempre detto che quella gente combina più guai in pri-

gione che fuori, vero, Richard? Sulla stampa non fanno che urlare come

ossessi. Giustizia di qua, giustizia di là. Forse era per fare un piacere al

primo ministro».

«C'è dell'altro caffè?» domandò Richard.

Questo significava che Winifred avrebbe dovuto abbandonare l'argo-

mento, ma lei continuò. «O forse sentiva di doverlo alla tua famiglia. Sup-

pongo che tu possa considerarla una specie di cimelio di famiglia, come un

vecchio coccio che passa di mano in mano».

«Credo che raggiungerò Laura sul pontile» dissi. «È una giornata così

bella».

Richard aveva letto il giornale durante tutta la mia conversazione con



Winifred, ma ora alzò svelto lo sguardo. «No» disse, «stai qui. La incorag-

gi troppo. Lasciala sola e le passerà».

«Passerà cosa?» chiesi.

«Qualunque cosa la roda» disse Richard. Si era girato per guardarla fuori

della finestra, e notai per la prima volta che dietro la testa aveva una chiaz-

za di capelli più radi, un tondo di pelle rosa che si intravedeva attraverso i

capelli castani. Presto avrebbe avuto la chierica.

«La prossima estate andremo a Muskoka» disse Winifred. «Non posso

dire che questo piccolo esperimento di villeggiatura sia stato un successo

strepitoso».

Verso la fine del nostro soggiorno decisi di fare una visita alla soffitta.

Aspettai che Richard fosse occupato al telefono e Winifred stesa su una

sdraio sulla nostra piccola striscia di sabbia con un asciugamano umido

sugli occhi. Poi aprii la porta che dava sulla scala della soffitta, richiuden-

domela alle spalle, e salii il più piano possibile.

Laura era già lì, seduta su uno dei bauli di cedro. Aveva aperto la fine-

stra, per fortuna: altrimenti il posto sarebbe stato soffocante. C'era un odo-

re muschiato di vecchi vestiti ed escrementi di topo.

Girò la testa, senza fretta. Non l'avevo spaventata. «Ciao» fece. «Ci abi-

tano i pipistrelli, quassù».

«Non mi stupisce» dissi. C'era una grande busta di carta del droghiere

accanto a lei. «Cos'hai là?»

Cominciò a tirare fuori cose - svariate cianfrusaglie, chincaglierie. La

teiera d'argento che era stata di mia nonna, e tre tazze e piattini di porcel-

lana di Dresda dipinta a mano. Qualche cucchiaio con il monogramma. Lo

schiaccianoci a forma di alligatore, un gemello di madreperla spaiato, un

pettine di tartaruga con qualche dente mancante, un accendino d'argento

rotto, un'oliera senza il contenitore per l'aceto.

«Cosa vuoi fare di queste cose?» dissi. «Non puoi portarle a Toronto!»

«Le voglio nascondere. Non possono saccheggiare tutto».

«Chi?»

«Richard e Winifred. Comunque, le getterebbero via; li ho sentiti parlare



di porcheria senza valore. Prima o poi faranno piazza pulita. Così voglio

salvare qualcosa, per noi. Le lascerò quassù in uno dei bauli. In questo

modo saranno al sicuro, e noi sapremo dove sono».

«E se se ne accorgono?» chiesi.

«Non succederà. Non c'è nulla di davvero prezioso. Guarda» disse, «ho

trovato i nostri vecchi quaderni di scuola. Erano ancora qui, nello stesso

posto in cui li avevamo lasciati. Ricordi quando li abbiamo portati quassù?

Per lui?»

Alex Thomas non aveva mai bisogno di un nome, per Laura: era sempre

lui. Per un po' avevo pensato che avesse rinunciato a lui, o almeno all'idea

di lui, ma evidentemente non era così.

«È difficile credere che l'abbiamo fatto» dissi. «Che l'abbiamo nascosto

qui, che non siamo state scoperte».

«Siamo state prudenti» disse Laura. Rimase un attimo soprappensiero,

poi sorrise. «Non mi hai mai creduto veramente sul signor Erskine» ag-

giunse. «Vero?»

Credo che avrei dovuto mentire subito. Invece scesi a un compromesso.

«Non mi piaceva. Era orribile» dissi.

«Reenie mi ha creduto, però. Dove pensi che sia?»

«Il signor Erskine?»

«Sai chi». Rimase in silenzio, si girò di nuovo a guardare fuori della fi-

nestra. «Hai ancora la tua foto?»

«Laura, non credo che dovresti continuare a pensare a lui» dissi. «Non

credo che si farà vivo. Non è molto probabile».

«Perché? Credi che sia morto?»

«Perché dovrebbe essere morto?» chiesi a mia volta. «Non credo che sia

morto. Credo solo che sia da qualche altra parte».

«Comunque non possono averlo preso, altrimenti lo avremmo saputo.

Sarebbe stato sui giornali» disse. Raccolse i vecchi quaderni e li infilò nel-

la busta di carta.

Rimanemmo ad Avilion più di quanto pensassi, e certamente più a lungo

di quanto volessi: mi sentivo in prigione là, rinchiusa, incapace di muo-

vermi.

Il giorno prima di quello previsto per la partenza, scesi a colazione e Ri-



chard non c'era; c'era solo Winifred, che stava mangiando un uovo. «Ti sei

persa il grande varo» disse.

«Quale grande varo?»

Fece un gesto verso il nostro panorama, che era del Louveteau da una

parte e del Jogues dall'altra. Fui sorpresa di vedere Laura sull'Ondina, che

navigava seguendo la corrente. Era in piedi a prua, come una polena. Ci

dava le spalle. Richard era al timone. Indossava un orribile cappello da

marinaio bianco.

«Almeno non sono affondati» disse Winifred, con una punta acida.

«Tu non sei voluta andare?» dissi.

«No, davvero». C'era uno strano tono nella sua voce, che scambiai per

gelosia: a lei piaceva a tal punto partecipare fin dall'inizio a ogni progetto

di Richard.

Fui sollevata: forse Laura ora si sarebbe rilassata un po', forse avrebbe

messo fine alla campagna di congelamento. Forse avrebbe iniziato a tratta-

re Richard come se fosse un essere umano, e non qualcosa strisciato fuori

da sotto un sasso. Questo avrebbe facilitato sicuramente anche la mia vita,

pensai. Avrebbe alleggerito l'atmosfera.

Ma non fu così. Se mai, la tensione aumentò, sebbene in senso opposto:

adesso era Richard che lasciava la stanza ogni volta che vi entrava Laura.

Era come se ne avesse paura.

«Cos'hai detto a Richard?» le chiesi una sera dopo il nostro rientro a To-

ronto.

«Che vuoi dire?»



«Quel giorno che sei andata in barca con lui, sull'Ondina».

«Non gli ho detto nulla» rispose. «Perché avrei dovuto?»

«Non lo so».

«Non gli dico mai niente» disse Laura, «perché non ho niente da dire».

Il castagno

Rileggo ciò che ho scritto e so che è sbagliato, non per via di quanto ho

annotato, ma di quanto ho omesso. Quello che non c'è ha una presenza,

come l'assenza di luce.

Tu vuoi la verità, naturalmente. Vuoi che io faccia due più due. Ma due

più due non dà necessariamente la verità. Due più due è uguale a una voce

fuori della finestra. Due più due è uguale al vento. L'uccello vivo non è le

sue ossa etichettate.

La scorsa notte mi sono svegliata di colpo con il cuore che mi mar-

tellava. Dalla finestra veniva un tintinnio: qualcuno tirava sassolini contro

il vetro. Sono scesa a fatica dal letto e ho brancolato fin là, ho sollevato un

po' di più il pannello scorrevole e mi sono sporta. Non avevo gli occhiali,

ma ci vedevo abbastanza bene. C'era la luna, quasi piena, venata dalla ra-

gnatela delle sue vecchie cicatrici, e sotto di essa l'opaco bagliore arancio-

ne gettato tutt'intorno dai lampioni stradali. Sotto di me c'era il marciapie-

de, chiazzato d'ombra e parzialmente nascosto dal castagno del giardino

sul davanti.

Ero consapevole che non avrebbe dovuto esserci un castagno là: quel-

l'albero doveva trovarsi in un altro luogo, a centocinquanta chilometri di

distanza, fuori della casa dove un tempo avevo vissuto con Richard. Eppu-

re era là, l'albero, i rami aperti come una rete spessa e dura, i fiori bianco

naftalina debolmente risplendenti.

Il tintinnio sul vetro si è ripetuto. C'era una figura piegata laggiù: un

uomo che frugava nei recipienti dell'immondizia, che agitava le bottiglie di

vino nell'inutile speranza che in una di esse potesse esserci qualcosa. Un

ubriaco di strada, spinto dal vuoto e dalla sete. I suoi movimenti erano fur-

tivi, invadenti, come se non stesse cercando, ma spiando - setacciando i

miei rifiuti per raccogliere una prova contro di me.

Poi si è raddrizzato e si è spostato lateralmente in piena luce, e ha alzato

lo sguardo. Ho visto le sopracciglia scure, i fori delle orbite oculari, il sor-

riso come un taglio bianco attraverso lo scuro ovale del viso. Nella V sotto

la sua gola c'era del pallore: una camicia. Ha sollevato la mano, muoven-

dola di lato. Il gesto di chi è appena arrivato, o di chi si sta congedando.

Ora si stava allontanando, e io non potevo gridargli dietro. Lui sapeva

che non potevo. Ormai era sparito.

Ho sentito una pressione soffocante attorno al cuore. No, no, no, no, di-

ceva una voce. Lacrime mi scorrevano lungo il viso.

Ma l'avevo detto forte - troppo forte, perché Richard era sveglio adesso.

Era proprio dietro di me. Stava per mettermi la mano sul collo.

È stato a quel punto che mi sono svegliata davvero. Ero stesa con il viso

bagnato, gli occhi spalancati, a fissare il vuoto grigio del soffitto, in attesa

che il mio cuore rallentasse. Ormai non piango più spesso, quando sono

sveglia; solo qualche lacrima asciutta di tanto in tanto. È stata una sorpresa

scoprire che lo stavo facendo.

Quando sei giovane, pensi che tutto quello che fai sia usa e getta. Ti

muovi da un adesso all'altro, appallottolando il tempo nelle tue mani, but-

tandolo via. Sei tutt'uno con la tua macchina che fila a tutta velocità. Pensi

di poterti liberare delle cose, e anche delle persone - lasciartele alle spalle.

Non sai ancora dell'abitudine che hanno, di ritornare.

Nei sogni il tempo è congelato. Non puoi mai fuggire da dove sei stato.

C'era veramente un tintinnio, vetro contro vetro. Sono scesa a fatica dal

letto - il mio vero letto, singolo - e mi sono avviata verso la finestra. Due

procioni stavano frugando nel cassonetto dei vicini, rovesciando bottiglie e

lattine. Animali saprofagi, di casa tra i rifiuti. Hanno alzato lo sguardo su

di me, vigili, non allarmati, le loro nere mascherine da ladro nella luce del-

la luna.


Buona fortuna a voi, ho pensato. Pigliate quello che potete, finché pote-

te. A chi importa se vi spetta o meno? Soltanto, non fatevi sorprendere.

Sono tornata a letto e sono rimasta stesa nell'oscurità pesante, ascoltando

il suono di un respiro che, lo sapevo, non era là.

X

L'assassino cieco: Gli Uomini Lucertola di Xenor



Per settimane gironzola tra gli scaffali delle riviste. Va nel più vicino

drugstore, compra qualche limetta per le unghie o uno scalzapelli, qualcosa

di poco conto, poi passa davanti alle riviste, senza toccarle e attenta a non

farsi vedere mentre le guarda, ma scorrendone i titoli alla ricerca del suo

nome. Uno dei suoi nomi. Ormai li conosce, o almeno ne conosce la mag-

gior parte: incassava gli assegni.

Storie straordinarie. Racconti del mistero. Avventure incredibili. Le

scorre tutte.

Alla fine individua qualcosa. Deve essere questa: Gli Uomini Lucertola

di Xenor. Il primo emozionante episodio degli annali delle Guerre zycro-


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