La vita e I miracoli



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Jackson noleggiò un'auto con au­tista a Roma e si fece portare a San Giovanni Rotondo. Aveva le ore contate, ma non voleva mancare a quell'impegno. Padre Pio lo ac­colse con un sorriso affettuoso, come se lo avesse conosciuto da sempre. - Sono contento, figliolo, che tu sia venuto - lo salutò. - Barbara mi ha parlato molto di lei, Padre. - Desiderava tanto che le vostre anime fossero unite non solo davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini - disse Padre Pio. - Le voglio molto bene. - Lo merita, figliolo. Sarete felici, pregherò sempre per voi. - Barbara mi ha parlato della vostra clinica. - Abbiamo iniziato i lavori proprio nei giorni scorsi. - So che avete bisogno di fondi, e credo di potervi venire incon­tro. Io sono consigliere delegato dell'UNRRA, un'associazione istitui­ta dal governo americano per la ricostruzione nel dopoguerra. Se voi poteste dare alla clinica il nome di Fiorello La Guardia, penso che potrei farvi avere quei 400 milioni che avete chiesto a Barbara. - Quattrocento milioni? - domandò Padre Pio sorpreso. - Sì, Barbara mi ha detto che avete bisogno di 400 milioni. Accennava a quella cifra con indifferenza, quasi si trattasse di una normale offerta. Il Padre credette di aver capito male: era una cifra enorme. Fece chiamare Don Orlando e ~i presentò il comandante Jackson. - È il fidanzato di Barbara, la signorina che è venuta a trovarci una quindicina di giorni fa. Dice che può farci avere 400 milioni se diamo il nome di Fiorello La Guardia alla clinica. Che ne pensi? Don Orlando guardò Padre Pio per capire quale fosse il suo pensiero, ma sul volto del religioso non si leggeva niente. Rimase qualche attimo in silenzio, come per valutare l'offerta, e poi disse: - Ci deve scusare, comandante Jackson, ma noi viviamo quas­sù, fuori dal mondo, e non siamo molto aggiornati sulle cose del mondo. Potrebbe dirci chi è Fiorello La Guardia? Il comandante sorrise. - Fiorello La Guardia - rispose - è un personaggio molto no­to negli Stati Uniti, soprattutto in questo momento perché è scom­parso pochi mesi fa. È stato un politico di grande valore, fin dagli anni Venti. È stato deputato al Congresso e per molti anni sindaco di New York. Ultimamente era direttore generale dell'UNRRA. Era d’origine italiana, anzi pugliese, la sua famiglia proveniva da que­ste parti, un paese in provincia di Foggia. Dopo la sua scomparsa, in America si continua a parlare di lui, e se io potessi dire che qui in Italia, in Puglia, si sta costruendo una grande clinica in suo onore, sono certo che vi farebbero avere quei soldi. - Non ci sono problemi - rispose subito Don Orlando. - Ci fa piacere ricordare un italiano che si è fatto tanto onore all'estero - aggiunse Padre Pio. - Bene - disse a sua volta il comandante Jackson consultando il proprio orologio da polso. - Il mio tempo purtroppo è tiranno. Vi farò avere notizie appena arrivo a Washington. Baciò la mano del Padre, strinse calorosamente quella di Don Orlando e salì sull'auto. Padre Pio e Don Orlando restarono sotto l'olmo sul sagrato per assistere alle manovre, lente e difficoltose in mezzo a tutti quei sassi, che l'autista dovette fare per girare l'auto su se stessa e prendere la direzione del ritorno. Quando finalmen­te ci riuscì, salutarono sventolando felici i fazzoletti. - Quattrocento milioni! - esclamò Padre Pio, il cui viso era radioso di gioia. - Il Signore è proprio buono con noi. - Sono stato io a chiedere i soldi alla giornalista - si affrettò a dire Don Orlando, anche lui felice di quanto era accaduto. – Mi aveva domandato quanto ci occorreva per la clinica e ho sparato quella cifra. Porca miseria, potevo dire 600! - Non scherzare mai con la Provvidenza - osservò serio Pa­dre Pio. - Hai visto con quale semplicità parlava di quella cifra? Gli americani hanno soldi a palate. Per loro 400 o 800 milioni è la stessa cosa. - La Provvidenza ha stabilito 400, altrimenti il Signore ti avreb­be suggerito di dire alla signorina Barbara un'altra cifra. Padre Pio si portò al limite del sagrato per vedere meglio il cantiere. Guardava gli operai al lavoro. Don Orlando era dietro di lui, pensieroso. Improvvisamente disse: - Ecco, adesso finalmente capisco! - Che cosa? - domandò il Padre. - Perché tu avevi tanta fretta che iniziassi i lavori... Sapevi che sarebbe arrivata quella giornalista... e sapevi anche... Il Padre gli diede un affettuoso manrovescio sul petto. - Vai, vai a lavorare, Peppino, e non fantasticare con quella tua testolina balzana - gli disse sorridendo bonario. Don Orlando si avviò verso il cantiere. Camminava con il capo chino pensando ai soliti interrogativi che sempre gli tornavano al­la mente quando scopriva aspetti assolutamente imprevedibili e misteriosi del comportamento di Padre Pio. "Ma chi è quest'uomo?" borbottava fra sé. «Che cosa passa per il suo cervello? Prevede tutto, sa tutto, conosce anche il futuro. Piuccio, chi sei veramente?" Carlo Campanini era diventato un attore famoso. Dopo Addio giovinezza aveva girato un film dietro l'altro. I colleghi, invidiosi, lo chiamavano "Prezzemolo", perché lo si trovava in tutti i film. Adesso era ricco, aveva una bella casa a Roma, possedeva auto americane fuori serie, vestiva all'ultima moda. - Ti vedo preoccupato - gli disse un giorno Mario Amendola incontrandolo a Cinecittà e notando che aveva il volto rabbuiato. - Sono triste, tremendamente triste - rispose Campanini. - Non ne hai motivo. Le cose per te vanno a meraviglia, tutti ti invidiano. Che vuoi di più dalla vita? - Vorrei morire. - Non dire fesserie! La fortuna ti perseguita. Dopo la nostra visita a Padre Pio non hai smesso un giorno di lavorare e hai gua­dagnato una barca di soldi. Ti ha proprio aiutato, come aveva fat­to con mio cugino. - È vero. Però Padre Pio mi aveva chiesto di cambiare condot­ta, e io non l'ho fatto. Anzi, sono diventato una bestia. - Ma dai! - Mario, ho nausea di me stesso. Ho raggiunto la fama, la ric­chezza, la mia famiglia vive in una bella casa, ho avuto tutto quel­lo che sognavo e che avevo chiesto a Padre Pio. Però non ho cam­biato vita come gli avevo promesso. Sono una fogna. Non vado mai a Messa, non prego, non rispetto la mia famiglia, ho relazioni illecite, vivo immerso nella menzogna. E tutto questo ha creato un vuoto tremendo dentro di me. A volte invidio quelli che hanno il coraggio di togliersi la vita. - Non esagerare. Torna da Padre Pio e vedrai che ti sentirai bene. - Ho paura di lui. Lo penso in continuazione, ma non troverò mai il coraggio dì tornare lassù. Lo farei se riuscissi a cambiare vita, ma so che non cela farò mai. Sono immerso nel fango e nei vizi. - Be', io ti consiglio di tornare da Padre Pio al più presto - gli disse Amendola in tono perentorio. - Lui è buono, ti ha aiutato, ma se non torni da lui, a un certo momento sarà lui a venire in cerca di te, e allora saranno guai. Ascoltami, Carlo, vai a trovarlo al più presto e confidati con lui. Campanini sapeva che Mario Amendola gli era amico sincero. E sapeva anche che quanto gli aveva detto era giusto. Doveva tor­nare da Padre Pio, e doveva farlo al più presto. Si prese due giorni di permesso e partì. Arrivò a San Giovanni Rotondo con la sua auto americana fuo­riserie. Padre Pio lo aspettava sul sagrato della chiesa. Lo guardò scendere dalla macchinona. Campanini gli si avvi­cinò sorridente. - Si ricorda di me, Padre? - domandò baldanzoso e si chinò per baciargli la mano. Il Padre, però, la ritirò rapidamente e diede, sul capo piegato in avanti dell'attore, un pugno formidabile. - Vergognati! - gli disse con voce cattiva. Campanini, che per il colpo in testa aveva perso l'equilibrio e quasi cadeva a terra, si sentì ridicolo. Guardò irato il Padre e si imbatté in quei suoi occhi terribili che lo fulminavano. Un attimo, e il Padre se n'era già andato. C'erano altre persone sul sagrato che avevano assistito alla scena e udito quel poderoso "Vergognati!". L'attore era diventato rosso per la rabbia. Il suo orgoglio feri­to si ribellava. - Ma io me ne frego - disse girandosi di scatto e avviandosi a passi veloci verso la sua vistosa fuoriserie americana parcheggiata sulla strada. "Questo è pazzo" borbottò fra sé. "Io me ne torno a Roma. Non capisco perché perdo tempo a venire quassù." Salì in macchina, accese il motore e partì sgommando, ma fece solo poche decine di metri. Si sentì inondare da una tristezza infi­nita. Fermò l'auto, scese e si avviò a piedi. Era nei pressi del muro che costeggiava l'orto del convento. Si inoltrò nel verde dei campi. Aveva il cuore in tumulto. Si sedette su un sasso e cominciò a piangere a dirotto. Un pianto irrefrenabile. Mai, in tutta la sua vita, aveva pianto in quella maniera. E mentre piangeva, pensava alla propria esi­stenza. Sentiva la voce irata di Padre Pio, vedeva i suoi occhi che lo condannavano e rifletteva sui propri errori. Capiva che il Padre aveva ragione. Come poteva condurre quella vita disordinata, fa­tua, piena di sotterfugi, di bugie, di compromessi, dopo che il Si­gnore gli aveva elargito tanti favori? Improvvisamente sentì una voce, o gli parve di sentire una voce, che lo chiamava per nome: "Carletto". Era una voce dolce, pre­murosa, come quella di sua madre quando lui era bambino, ma aveva il tono e le inflessioni della voce di Padre Pio. "Carletto, figlio mio." C'era tanta tenerezza in quella voce che Campanini si sentì an­cor più sconvolto. L'orgoglio adesso aveva ceduto il passo alla consapevolezza delle proprie colpe. Sono un vigliacco" disse fra sé l'attore. "Devo tornare da lui e chiedergli perdono." Si avviò alla macchina e tornò sul sagrato della chiesa. Padre Pio era là, immobile sulla porta della chiesa, che aspettava. Cam­panini gli si avvicinò timidamente. Il Padre gli andò incontro e lo abbracciò. - Vieni, figliolo, vieni che dobbiamo parlare. - In Italia stanno costruendo una grande clinica in onore di Fio­rello La Guardia - disse il comandante Jackson durante una riunio­ne dei dirigenti dell'UNRRA che si svolgeva nella sede amministrativa dell'organizzazione, a Washington. E illustrò il piano dell'opera. Era un abile parlatore e sapeva convincere la gente. - Hanno bisogno di fondi - disse ancora. – L’ospedale sorge a San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia, in Puglia, la regione d'origine della famiglia di Fiorello La Guardia. È una delle zone più povere dell'Italia del Sud, resa ancor più povera dalla guerra. L'idea è stata di un frate cap­puccino, Padre Pio, che tutti ritengono un santo. Io stesso gli ho par­lato e ho visto con i miei occhi i lavori della clinica gia iniziati. Il comandante aveva preparato una dettagliata relazione scritta che distribuì agli altri dirigenti dell'UNRRA. An4ò poi a trovare la ve­dova di Fiorello La Guardia e parlò a lungo anche con lei. La donna si commosse fino alle lacrime sentendo che l'Italia voleva onorare suo marito. Jackson fece circolare la notizia sui giornali creando un alone di simpatia popolare intorno all'iniziativa e non trovò, quindi, difficoltà a far approvare la proposta dell'aiuto finanziario. Anzi, tutti si sentivano orgogliosi di partecipare a quella nobile impresa, e il consiglio d'amministrazione dell'UNRRA deliberò all'unanimità di assegnare 400 milioni per la costruzione della grande clinica in ono­re di Fiorello La Guardia a San Giovanni Rotondo. - Voglio essere io a dare la notizia al governo italiano - disse la vedova di Fiorello La Guardia. - Mio marito, se fosse vivo, piangerebbe di gioia nel sapere quanto gli vogliono bene i suoi conterranei. - E inviò un telegramma al capo del governo italia­no, l'onorevole Alcide De Gasperi, annunciando un finanziamen­to di 400 milioni per la clinica di Padre Pio. - Che cos'è? - domandò De Gasperi leggendo il telegramma. - Dove si trova questa clinica? - Nessuno ne sapeva niente. De Gasperi inviò il telegramma al prefetto di Foggia chiedendo informazioni. Il prefetto pensò che il capo del governo fosse irritato, per il fatto di non essere al corrente di una vicenda che stava commovendo l'America. Ma lui stesso non ne sapeva nulla. Chiamò il medico provinciale, che cadde dalle nuvole. - Io non ho ricevuto richieste di permessi per costruire nessuna clinica e non ho concesso autorizzazioni - rispose. - Quel frate continua a combinare guai - commentò irritato il prefetto, che ricordava bene quanti grattacapi Padre Pio avesse già dato alle forze dell'ordine alla fine degli anni Venti. - Adesso si met­te a costruire una clinica così importante da far intervenire il gover­no degli Stati Uniti. E lo fa senza aver ricevuto le necessarie autoriz­zazioni sanitarie. È una cosa inconcepibile! Andate un pò a vedere. Da Foggia partirono diverse auto con il medico provinciale, fun­zionari della Sanità, della questura e dei carabinieri. Raggiunsero San Giovanni, salirono verso il convento e si fermarono all'inizio della nuova strada in costruzione, anche perché non era più possi­bile proseguire in macchina. - Chi vi ha dato il permesso di costruire una clinica senza le necessarie autorizzazioni? - cominciò a dire uno dei funzionari agli operai al lavoro.. - Noi non sappiamo niente - risposero. Uno di loro, spaventato dalla presenza di diversi questurini, corse da Don Orlando, che si trovava all'estremità opposta della strada: - Don Peppino, scappate, scappate, sono venuti per arrestarvi. - Perché? - Perché state a fare la clinica senza il loro permesso. - E che ne sanno loro, se noi facciamo una clinica, o un orfa­notrofio, o una chiesa? Fateli venire da me. Poco dopo il gruppo dei funzionari era davanti a Don Peppino. Gli mostrarono il telegramma arrivato dall'America. - Sono stati stanziati 400 milioni per la clinica di Padre Pio, ma noi non ne sappiamo niente. - Io non ho mai ricevuto richiesta d’autorizzazioni per la co­struzione di una clinica - disse il medico provinciale. - Non ci posso credere! - esclamò Don Peppino guardando e riguardando il telegramma della vedova di Fiorello La Guardia. I suoi occhi erano fissi sulla cifra: "400 milioni". - Non sarà mica un brutto scherzo? - domandò fulminando con uno sguardo i funzionari della prefettura. - Non è uno scherzo - disse il medico provinciale. - Però il prefetto è preoccupato. Anzi, è irritato perché non ne sa niente. Don Orlando capì al volo la delicatezza della situazione. Era un abile diplomatico, quando voleva. - Non abbiamo ancora inoltrato le necessarie richieste d’auto­rizzazione perché il progetto è in fase di congettura - disse parlan­do con la massima calma. - Figuratevi se non sarete informati ap­pena avremo deciso. Ora, come vedete, stiamo solamente facendo una strada. Controlliamo il terreno per vedere se sia possibile rea­lizzare una costruzione su queste rocce. Poi vi presenteremo il pro­getto dettagliato con la richiesta delle necessarie autorizzazioni. - E questi soldi? - domandò il medico provinciale indicando il telegramma. - Un funzionario del governo degli Stati Uniti è un devoto "fi­glio spirituale" di Padre Pio rispose Don Orlando. - È venuto qua, si è entusiasmato per il progetto, e di sua iniziativa ha voluto interessare il governo americano, che evidentemente ha trovato molto interessante la nostra idea. - Un funzionario del governo americano è stato qui da voi? - domandarono incantati i questurini. - Sì, viene spesso, è amico del Padre - rispose Don Orlando. Sapeva di far colpo con le sue affermazioni. L'America era il mito era la nazione che aveva vinto la guerra e che portava ricchezza. Essere amici degli americani faceva guadagnare prestigio. - Andiamo da Padre Pio a dargli la buona notizia - propose il sacerdote. Si avviò verso il convento accompagnato dai funzionari. Adesso erano tutti per Padre Pio. Il medico provinciale volle avere l'onore di dare la notizia al Padre. - Potete contare su di me - concluse. - Avrete il mio appoggio. Mandatemi però al più presto il progetto, in modo che lo possa in­viare a Roma per dimostrare che qui procede tutto in modo regolare. - Non ti preoccupare, figliolo, riceverai il progetto al più presto. Appena i funzionari se ne furono andati, il Padre disse a Don Orlando: - Andiamo a ringraziare il buon Dio. La Provvidenza continua ad aiutarci. - Quel Jackson e la sua fidanzata sono stati di parola e velocis­simi! Sono proprio due Angeli del Signore - disse Don Orlando. - E tu sarai il terzo - aggiunse subito Padre Pio. - Domani partirai per Roma veloce come un fulmine, e non sognarti di ritor­nare senza quei soldi! Sorrisero ed entrarono in chiesa. Al mattino presto del giorno successivo Don Peppino andò a sa­lutare Padre Pio. Era pronto per prendere la corriera per Foggia, e di lì il treno per Roma. Portava con sé una povera valigetta. - Dovrò certamente fermarmi alcuni giorni - disse. - Fai capo ai nostri amici romani, il marchese Sacchetti e il conte Patrizi - si raccomandò il Padre. - Loro conoscono le burocrazie ministeriali e ti daranno una mano per risolvere il pro­blema in fretta. - Non ti preoccupare. Sarò di ritorno al più presto. Mai avrebbe potuto immaginare, Don Peppino, che quello sareb­be stato soltanto il primo di una lunga serie di viaggi a Roma, per cercare di incassare i soldi che gli americani avevano mandato in Italia per la clinica di Padre Pio. Il governo italiano era irritato, per il fatto che l'UNRRA avesse stanziato tanti soldi per un privato e fece di tutto per non cedere un centesimo a Padre Pio. I funzionari si rivolsero ai dirigenti dell'UNRRA per sapere se quei soldi erano stati assegnati al gover­no italiano o proprio al Padre. - È un finanziamento per la clinica di Padre Pio in onore di Fiorello La Guardia - risposero. Il governo italiano non n’era convinto. Padre Pio protestava. Don Peppino inveiva. Gli amici del Padre cercavano tutti i modi per sbloccare il denaro. Alla fine il Padre riuscì ad avere 250 milioni. Gli altri 150 milio­ni se li tenne il governo di Roma. - Sono soldi rubati - disse Padre Pio quando lo informarono su come si era finalmente conclusa la vicenda. - Quei 150 milio­ni appartengono alla "Casa Sollievo della Sofferenza", non al go­verno italiano. Non porteranno fortuna a chi li ha sottratti al fine per cui sono stati donati. Era addolorato e anche irritato. - Rassegniamoci - disse un suo confratello. - Noi possiamo anche farlo - rispose il Padre. - Però resta il fatto che quei soldi sono stati rubati. La carità è la più grande del­le virtù cristiane, ma la giustizia è superiore alla carità. Per questo io non posso dimenticare.

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Due volte al giorno, nella tarda mattinata e verso il tramonto, suonava la sirena. - Via, via, al riparo - diceva la gente, e tutti cercavano di mettersi al sicuro. Acuto e insistente, il suono si spandeva lungo i fianchi della montagna e nelle campagne intorno al convento di Santa Maria delle Grazie. - Fa ricordare gli anni di guerra. - Allora le sirene annunciavano i bombardamenti che distrug­gevano le case. - Adesso annunciano lavoro. I contadini o i pellegrini che si trovavano da quelle parti sapevano che, dopo una decina di minuti, sarebbero brillate le mine nel cantiere dove si stava costruendo la clinica di Padre Pio. Le pietre sarebbero volate come proiettili, ma non mettevano paura: quelle esplosioni erano segno di vita, d’attività, di lavoro. Ogni mattina all'alba un piccolo esercito d’uomini e donne lascia­va il centro abitato di San Giovanni Rotondo per raggiungere il can­tiere della clinica. Procedevano a gruppetti, festosi, come se andasse­ro ad una scampagnata. Quattrocento, cinquecento, e in certi periodi anche ottocento persone avevano trovato un'occupazione. Per un paese povero e privo d’iniziative, era un vero miracolo economico. - Padre Pio ci ha salvati dalla povertà - dicevano gli operai percorrendo a piedi i due chilometri che dal paese li conducevano al cantiere. - Grazie a lui, San Giovanni Rotondo è diventato un centro in espansione che tutti invidiano. - Padre Pio ha fatto per noi più di tutti gli onorevoli che vo­gliono governarci. Per le strade, nelle case, in piazza, si respirava aria di festa, soddi­sfazione, entusiasmo. La gente aveva ritrovato la fiducia, aveva vo­glia di vivere, frequentava i negozi e i luoghi pubblici. Le discussioni politiche di quegli anni, che in tutta Italia dividevano comunisti, de­mocristiani, socialisti, fascisti, repubblicani, si sviluppavano anche a San Giovanni Rotondo. Lì, però, la popolazione era unita e anda­va sempre d'accordo quando il discorso cadeva su Padre Pio. Il Padre non si recava quasi mai al cantiere. - Non voglio disturbare il lavoro - diceva a coloro che lo invi­tavano. Tuttavia, aveva una gran voglia di vedere e seguire la sua "creatura". E di tanto in tanto ci si faceva accompagnare in mac­china. Girava intorno alla grande fabbrica, si fermava a parlare con gli operai, ammirava i progressi dei lavori, scambiava qualche pa­rere con Angiolino Lupi, l'impresario, poi tornava in convento. - La clinica è la pupilla dei miei occhi - diceva. Ogni volta che usciva dal coro, dove si era intrattenuto in preghiera, si fermava al finestrone del corridoio per "spiare". Guardava, tendeva l'orecchio per sentire i rumori del cantiere. Di sera, all'ora della chiusura, scen­deva sul sagrato e attendeva il rientro di Don Orlando. - Com'è andata? Che cosa avete fatto? Cos'è accaduto? Voleva sapere tutto, nei minimi dettagli. Don Orlando riferiva, descriveva e Padre Pio si commuoveva. L'edificio cresceva e diventava sempre più bello; 106.000 metri cubi di roccia erano stati spazzati via a colpi di mine, 160.000 me­tri cubi di mattoni e cemento erano apparsi come per incanto su un'area di 35.000 metri quadrati. La costruzione, maestosa nelle sue linee armoniose e classiche, aveva trasformato il paesaggio. La brutta landa di sassi era ormai un ricordo. E tutto intorno i fian­chi della montagna erano stati addolciti con la messa a dimora di oltre 100.000 piante. Lo spirito di Padre Pio aleggiava anche negli angoli più remoti del cantiere. Gli operai si sentivano trattati con gentilezza, corte­sia, amore, e rispondevano con profonda riconoscenza. Anche i non credenti in quel luogo sentivano il desiderio di pregare. Tutti avevano l'impressione di impegnarsi per una costruzione di loro proprietà. E per questo lavoravano molto ed erano felici di farlo. Gli uomini scelti da Padre Pio come dirigenti di quell'impresa, che avevano la responsabilità degli operai, erano tutte persone straordinarie. Don Orlando, Sanguinetti, Sanvico, Kiswarday, non facevano mai pesare la loro autorità. Per quella gente erano degli amici, dei consiglieri. E anche Angiolino Lupi. Progettista, impresario, direttore dei lavori, era il nocchiero di quella imponente nave. Tutti lo temevano; e lo criticavano. - E”un uomo dal carattere impossibile - dicevano. - Quando sei di fronte a lui, devi stare attento a come parli... - Guai a contraddirlo! - Scatta per un niente, s'infiamma, s'infuria e bestemmia. Ma tutti gli volevano bene. Lupi si stava dimostrando un genio. Aveva creato un cantiere che funzionava con la precisione di un orologio. Aveva arruolato una truppa di braccianti che sapevano solo picconare, e in poco tempo li aveva trasformati ili operai specializzati, in tecnici. Aveva dato loro non solo un'occupazione, ma un mestiere. Il suo cantiere era un prodigio di efficienza. Lo aveva organiz­zato come una struttura militare, con squadre, capisquadra, grup­pi di squadre, e riusciva a ottenere risultati stupefacenti. A San Giovanni Rotondo e nei paesi circostanti non c'erano in­dustrie che potessero fornire le materie prime necessarie per un cantiere di quelle dimensioni. E Lupi se le era inventate: intorno al cantiere e nei sotterranei della clinica aveva allestito una miriade di piccole officine che preparavano tutto quello di cui la costru­zione aveva bisogno. Aveva creato una fornace per la calce: la roc­cia scavata per le fondamenta dell'edificio era cotta e trasfor­mata in calce viva; oppure macinata per la creazione del finto marmo, del cemento. C'erano una falegnameria e un'officina dove si forgiavano gli strumenti necessari al lavoro. Aveva inventato una macchina per tritare le pietre. All'inizio mancava l'acqua, che era trasportata al cantiere con carri trainati da buoi e muli, un impresa ciclopica, ma poi Lupi aveva costruito un acquedotto. - Chi è quell'uomo? Dove l'ha trovato Padre Pio? - si doman­davano gli ingegneri, gli architetti, gli impresari che arrivavano a San Giovanni Rotondo per ammirare l'imponente costruzione. - Complimenti, Padre, per la clinica e anche per i suoi collabo­ratori - dicevano a Padre Pio. - Non è facile organizzare e diri­gere una squadra di queste dimensioni. E i suoi uomini sono ecce­zionali. Ma l'ingegnere responsabile di tutto, dove l'ha scovato? - È un mio caro figliolo spirituale - rispondeva il Padre senza aggiungere altro. Nessuno, tra quei visitatori illustri, alcuni dei quali venivano an­che dall'estero, avrebbe mai immaginato che Lupi non aveva alcun titolo accademico: era un autodidatta. Lo giudicavano uno dei mi­gliori professionisti sulla piazza. Il Padre ne era orgoglioso. Gli ave­va dato fiducia, e Lupi aveva risposto impegnandosi con tutto se stesso e dimostrando di possedere capacità fuori dell'ordinario. Era un comandante di quelli che stanno sempre in prima linea. La sua giornata iniziava alle due di notte. Le ore che precedevano l'alba erano ideali per progettare, disegnare, preparare il lavoro per il cantiere. Alla sera non smetteva prima delle 23. Si era rica­vato una tana all'interno del cantiere, una baracca di legno dove teneva le sue carte e i disegni e dove in pratica viveva tutta la setti­mana. A volte non andava a casa neppure la domenica. - Lupi è meraviglioso - riconoscevano tutti. - Nessuno avrebbe potuto fare meglio di lui - ripetevano Don Orlando e il dottor Sanguinetti a Padre Pio. - È proprio l'uomo della Provvidenza - affermava il Padre sod­disfatto. Nei suoi giretti in macchina intorno al Cantiere, osservava da lontano il possente Angiolino che, sull'impalcatura, impartiva ordini, controllava, misurava. Lo salutava con la mano. Raramente lo incontrava. Lupi era un orso, non amava parlare, preferiva dimo­strare quel che sapeva fare. Comunque, quando si incontravano per discutere di qualche dettaglio importante, il Padre ripeteva sempre al suo impresario: - Se non ci fossi stato tu, non avrei questo gioiello. - Lupi abbas­sava la testa, non rispondeva, ma era l'uomo più felice del mondo. Alla domenica la clinica di Padre Pio diventava meta di gitanti e di curiosi. Gruppi di amici, intere famigliole, e anche diversi pro­fessionisti raggiungevano il cantiere a piedi e si fermavano ad am­mirare e a fare commenti. All'inizio dei lavori, molti erano perplessi. - Impossibile che possa sorgere un ospedale in un luogo tanto ostico- commentavano guardando il paesaggio brullo e pietroso - E se anche sorgesse, a che servirebbe? Chi verrebbe mai a farsi curare quassù, lontano dal mondo civile? Mano a mano che si procedeva, però, i giudizi mutavano. Ades­so che i lavori per la clinica erano arrivati al tetto e il paesaggio tutto intorno era stato trasformato, il pessimismo aveva lasciato il posto all'entusiasmo. - Qui è accaduto un miracolo - dicevano i visitatori. - Solo Padre Pio poteva cambiare l'ambiente in questo modo. Quelli che venivano da fuori constatavano le straordinarie tra­sformazioni sociali che si notavano nell'intero paese. - La clinica di Padre Pio ha creato lavoro, occupazione, sviluppo. - Lavorando in quel grande cantiere, centinaia di contadini hanno imparato un mestiere, una specializzazione tecnica, e han­no cominciato a costruire case, ad aprire officine. - Alla periferia di San Giovanni Rotondo stanno sorgendo vil­lette, pensioncine, trattorie, negozietti: un nuovo paese! «Per questa zona povera del Sud" scrisse un giornalista "Padre Pio sta facendo molto di più della Cassa del Mezzogiorno." Il successo, inevitabilmente, suscitò invidie. Un pomeriggio nel cantiere della clinica arrivò un usciere del tribunale di Foggia. - Devo vedere Lupi Angelo - annunciò con aria funesta. Lo accompagnarono nella tana dell'impresario, che fungeva an­che da suo ufficio. - È lei il signor Lupi Angelo? - domandò l'usciere in tono in­quisitorio. - Sì - rispose lui scrutandolo sospettoso. - Firmi qui - disse l'usciere presentandogli delle carte. - Cos'è? - domandò Lupi sempre più sospettoso. - Una citazione. - Che significa? - Un ingegnere di Foggia l'accusa di esercitare abusivamente la professione di architetto. Dovrà difendersi in tribunale. - Io non sono architetto - affermò Lupi. - Esatto. Eppure è responsabile di una costruzione che solo un architetto o un ingegnere sono autorizzati a realizzare. Quindi eser­cita in modo abusivo una professione per la quale non è abilitato. - Non ho fatto del male a nessuno! - protestò Lupi. - Questo lo stabilirà il tribunale. Io sono soltanto un usciere e ho l'incarico di consegnarle questa citazione. Firmi, per favore. Lupi firmò. Tracciando il proprio nome su quel foglio, le sue mani grosse, callose, piene di lividi, tremavano. Una tristezza immane scese sul suo viso rugoso, sulle gote bru­ciate dal sole e incorniciate da un'ispida barba di cinque giorni. L'usciere se ne andò, e Lupi chiuse la porta della baracca. Lo faceva raramente. La sua tana era sempre aperta a tutti: chiunque poteva entrare a chiedere un consiglio, a esporre un'osservazio­ne. Quando Lupi chiudeva la porta, c'era aria di temporale. Angiolino si sentiva distrutto. In quegli anni aveva lavorato co­me un mulo, e adesso la burocrazia veniva a rovinare tutto. Conosceva bene quell'imputazione, gli era stata addebitata altre volte. Era una maledizione che lo perseguitava. Lui, nato in una famiglia povera, non aveva potuto studiare, conseguire un titolo, e gli si impediva di esplicare la sua creatività. Sapeva di possedere delle doti eccezionali. Lavorando in giro per il mondo ed esercitando mille mestieri, aveva acquisito un'esperien­za straordinaria. Sapeva di poter tenere testa a qualunque ingegne­re. Ma la legge non glielo consentiva. Non poteva fare niente di quello che sapeva fare come nessun altro. Solo Padre Pio gli aveva accordato fiducia. Anche dopo aver sa­puto che non era ingegnere, aveva scelto il suo progetto per costrui­re quella clinica e aveva voluto che fosse lui a realizzarlo. Era la pri­ma volta che a Lupi era offerta l'occasione per dimostrare al mondo che cosa era capace di fare. Tutti si erano complimentati per ciò che aveva realizzato: anche ingegneri e architetti famosi si erano congratulati con lui. Ed ecco che ora la legge, sollecitata da un invi­dioso, veniva a distruggere tutto. Lupi rimase tutto il giorno chiuso nella sua tana. Nessuno ebbe il coraggio di andare a parlargli. Quando suonò la sirena che annun­ciava la fine del lavoro, uscì. Si era messo la giacca. Cercò Don Or­lando che si avviava verso il convento e gli disse con voce triste: - Avrei bisogno di parlare con Padre Pio. - Vieni con me - gli rispose il sacerdote, che sapeva già tutto. Era la prima volta che Lupi chiedeva udienza al Padre. Rispettava quel frate, anzi, lo amava moltissimo. Tuttavia gli stava alla larga: era géloso dei propri sentimenti e non si apriva mai con nessuno. Fecero il tragitto che dal cantiere portava al convento in un si­lenzio glaciale. Lupi non parlava mai molto, ma quando aveva qualche preoccupazione era una tomba. - E una serata fresca - disse a un certo punto Don Orlando ten­tando di rompere quel silenzio imbarazzante. Lupi però non rispo­se, e il sacerdote capì che non valeva la pena aggiungere altre parole. Padre Pio, come sempre, attendeva sul sagrato per ascoltare da Don Orlando il resoconto della giornata. Vedendo che con lui c'era anche Angiolino Lupi, andò loro incontro, preoccupato che potesse essere accaduto qualcosa di grave. - Come sono contento che mi hai portato Angiolino - disse al compaesano. E poi, riv6lgendosi all'imprenditore: - Che bella sorpresa mi fai, Angiolino. Dovresti venire più spesso a trovarmi. Lupi rimase muto. Era imbarazzato. Il Padre lo guardò negli occhi e vide la sua desolazione. - Vieni qua, figliolo - gli disse paterno. - Ti vedo stanco, siediti qui vicino a me. Si sedettero sotto il grande olmo. Lupi continuava a restare muto. - Ha un problema - disse Don Orlando. - Dimmi, caro figliolo: di che cosa hai bisogno? - lo incorag­giò Padre Pio. Lupi gli porse la denuncia. Il Padre la lesse attentamente. Non se l'aspettava, e ci rimase male. - Non ti preoccupare - disse, ma era pensieroso, preoccupa­to. Sentiva il dolore di Lupi ed era indignato. Quante volte aveva provato la stessa sofferenza. Essere colpiti alla schiena, solo per invidia! Padre Pio fremeva, ma non voleva lasciarlo vedere e stava lì, con la testa china, in silenzio. - Mi metteranno dentro? - domandò Lupi con un filo di voce. Al Padre vennero le lacrime agli occhi. Quella frase, sussurrata con tanto dolore, gli fece capire che cosa passava nell'animo di quell'omone. E risvegliò in lui tristissimi ricordi. Anche lui, infat­ti, era stato "messo dentro". Non in prigione, ma in convento, per 764 giorni, segregato, senza poter avere nessun contatto con il mondo esterno. Perché? Non aveva fatto niente. E Lupi? Che male aveva fatto? Niente di niente. Non si era nep­pure spacciato per architetto perché aveva dichiarato subito, fin dall'inizio, di essere un autodidatta. - Non temere, figliolo - disse finalmente Padre Pio. - Non te­mere, i giudici avranno buon senso. L'uomo che ti ha denunciato ha ricevuto la sua laurea dagli uomini; tu, invece, l'hai avuta da Dio. - Speriamo bene - sospirò Lupi. - Tu non hai alcuna colpa - continuò il Padre alzando la voce e usando un tono che si era improvvisamente acceso di rabbia e di ribellione. - Nel caso, i giudici dovranno prendersela con me. So­no stato io a sceglierti, a incaricarti di svolgere questo lavoro. E tu lo hai eseguito come nessun ingegnere avrebbe potuto fare. Non temere, verrò io in tribunale a difenderti, a testimoniare. E se è il caso, dovranno arrestare me. Lupi sorrise. Guardando il Padre, vide che i suoi occhi sprizza­vano indignazione e provò un profondo senso di felicità. Questo era il Padre Pio che lui adorava. Adesso non gliene importava più niente del tribunale: questo era il giudizio che desiderava ricevere. Per un attimo aveva temuto che, di fronte alle difficoltà, anche Pa­dre Pio lo avrebbe scaricato. Era quello che gli era sempre accadu­to. Ma Padre Pio era veramente diverso da tutti. Adesso Angioli­no si sarebbe gettato anche nel fuoco per lui. - Va bene, Padre - disse Lupi con voce rinfrancata. - Vi rin­grazio. - E si alzò per andarsene. Padre Pio lo richiamò: - Ma dove vai, figliolo? Vieni qua, che non ti posso mai vede­re, siediti. - E cominciò a rivolgergli domande a proposito del la­voro. Lupi rispondeva felice. Don Orlando ascoltava e sorrideva: non aveva mai visto Angiolino Lupi così raggiante.

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