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3.1.11. Istituto Salesiano "Bernardi Semeria"


Con la costruzione del Santuarietto di Maria Ausiliatrice (1918) un primo gruppo di Salesiani e di aspiranti alla vita salesiana, viveva nei locali adiacenti.

Alla vigilia della beatificazione di don Bosco (2 giugno 1929) don Filippo Rinaldi, terzo successore del Santo, pensò di erigere sul Colle un centro per l'educazione e la formazione professionale dei giovani. A questo scopo, anche in previsione dei futuri pellegrinaggi, acquistò (24 gennaio 1929) la cascina Biglione-Damevino con tutti i terreni, non avendo ottenuto l’appezzamento a nord della della "Casetta", come si sarebbe voluto. In questo luogo, negli anni 1938-1943, per impulso di don Pietro Ricaldone, quarto successore di don Bosco, venne edi­ficato il grande istituto offerto dall'avvocato Pietro Bernardi, zio del padre Semeria, barnabita, celebre scrittore e oratore sacro.

Per decenni accolse ragazzi, molti dei quali orfani o pove­ri, desiderosi di consacrarsi al Signore nella vita salesiana. Dopo aver appreso una professione (nei settori agricolo, mecca­nico, grafico e della falegnameria) da questo centro partirono centinaia di missionari e apostoli dei giovani. È stato anche Centro rinomato di formazione tecnica di Salesiani provenienti da tutto il mondo.

Attualmente nell’Istituto opera la Comunità salesiana del Colle che accoglie pellegrini, turisti e gruppi giovanili e ospita un Centro Professionale specializzato nelle Arti Grafiche.




3.1.12. Il Museo etnologico-missionario


Presso l'Istituto Salesiano ha sede il Museo etnologico-missionario. Il materiale ivi conservato fu raccolto dai missiona­ri salesiani ed esposto originariamente a Roma nel 1925, in oc­casione del cinquantenario della prima spedizione missionaria salesiana. Terminata l'esposizione romana, la maggior parte de­gli oggetti fu utilizzata in mostre parziali effettuate a Torino (1926), Barcellona (1930), Napoli (1934), Bari (1935) e poi Bo­logna, Padova e Milano. Purtroppo in questi spostamenti vari pezzi andarono smarriti.

Nel 1941 il materiale superstite (forse solo una metà di quello esposto a Roma nel 1925) venne trasportato al Colle per una esposizione permanente. Per il centenario della morte di don Bosco i locali del vecchio museo sono stati sostituiti da un e­dificio moderno e più adatto. L’ultimo riordino del materiale è del 2000.



I materiali esposti


I pezzi conservati nel museo sono 6810, ma gli oggetti e­sposti sono circa 2500.

Un primo nucleo di materiali etnografici, provenienti dalla Patagonia, Terra del Fuoco e Paraguay, risale al 1901-1910 e fu donato all'Istituto Salesiano di Valsalice (Torino) dove dal 1887 al 1925 ebbe sede un seminario salesiano per le Missioni E­stere.

Il fondo più consistente fu raccolto tra 1923 e 1924 dalle varie regioni missionarie. Gli oggetti dell'Estremo Oriente ven­nero aggiunti nel 1930.

La successione delle vetrine rispetta lo sviluppo storico delle missioni salesiane, soprattutto nella parte relativa all'America Latina. Si incontrano successivamente nel percorso, strutture espositive dedicate a: Argentina (Patagonia e Terra del Fuoco, con le etnie degli Onas, Alakaluffi, Yanages); Para­guay (in particolare la tribù dei Moros) e Bolivia; Equador (gli Shuar); Brasile (etnie dei Bororo, Chavantes e Karaja); Venezuela (Rio Negro e Yanomami).

Ci sono poi vetrine per l'Africa (specialmente per il Kenya), l’Oceania, la Cina, il Giappone, il Vietnam, la Birmania, la Thailandia, l'Assam e l'India. l'Australia.

Due settori espositivi particolari sono dislocati lungo il percorso: a metà, quello dedicato alla grande fauna di varie na­zioni e continenti; all'uscita quello riservato alla piccola fauna: coleotteri, lepidotteri e insetti vari.

La visita è introdotta e guidata da testi, elementi grafici e fotografici che aiutano la lettura missionaria e salesiana.

3.2. MORIALDO

A nord del santuarietto di Maria Ausiliatrice e della casa di Giuseppe una strada, che si snoda sul crinale della collina, raggiunge, dopo circa 2 chilometri, il gruppo di abitazioni che dà il nome alla frazione Morialdo.



3.2.1. Casa di san Domenico Savio


Arrivando dal Colle, si incontra anzitutto, sulla destra, un edificio sul quale una lapide del 1910 ricorda la permanenza della famiglia Savio. In questa casa, allora pro­prietà dei Viale, dal novembre 1843 al febbraio 1853 (si noti che le date della lapide non sono esatte) abitò san Domenico Savio (1842- 1857). Il padre Carlo, di professione fabbro fer­raio, e la mamma Brigida, sarta, vi si erano trasferiti da S. Giovanni di Riva presso Chieri, quando Domenico aveva appena un anno d'età. Si sposteranno poi, definitivamente, a Mondonio. Questi traslochi erano imposti dall'esigenza di trovar lavoro, poiché la famiglia non possedeva beni immobili.

Le mura che vediamo testimoniano l'infanzia serena di Do­menico e l'educazione attenta e solida impartitagli dai genito­ri e dal cappellano.

Don Bosco, raccontando la vita del suo allievo, presenta una serie di episodi avvenuti proprio in questa casa. Ricordia­mo, in particolare, i gesti di affetto nei riguardi del padre che torna a casa dopo il lavoro e il rifiuto di mettersi a ta­vola con l'ospite che si è seduto senza pregare. Ma la pagina più significativa è certo quella in cui viene descritta la pri­ma Comunione di Domenico, avvenuta probabilmente nella chiesa di Morialdo (8 aprile 1849), quando ancora il giovane santo a­bita in questa casa:
“Quel giorno fu per lui sempre memorabile e si può chiamare vero principio o piuttosto continuazione di una vita, che può servire di modello a qualsiasi fedel cri­stiano. Parecchi anni dopo facendolo parlare della sua prima comunione, gli si vedeva ancora trasparire la più vi­va gioia sul volto: oh! quello, soleva dire, fu per me un bel giorno ed un gran giorno. Si scrisse alcuni ricor­di che conservava gelosamente in un libro di divozione e che spesso leggeva. Io ho potuto averli tra le mani e li inserisco qui nella sua originale semplicità. Erano di questo tenore: "Ricordi fatti da me, Savio Domenico, l'an­no 1849 quando ho fatta la prima comunione essendo di 7 anni.

1° Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tut­te le volte che il confessore mi dà licenza. –

2° Voglio santificare i giorni festivi. –

3° I miei amici saranno Gesù e Maria. –

La morte, ma non peccati". –

Questi ricordi, che spesso andava ripetendo, furono co­me la guida delle sue azioni sino alla fine della vita” (DS 19-20).


Altri ricordi, relativi alla permanenza di Domenico a Mo­rialdo, ci sono conservati in una lettera scritta dal cappella­no e maestro don Giovanni Zucca a don Bosco:
Murialdo, 5 maggio 1857
Caro don Bosco,

tu desideri qualche cenno sul testé defunto Savio, riferentesi al fatto che a me vicino abitava e fre­quentava la scuola e la chiesa campestre di San Pietro.

Volentieri m'accingo a scriverti. Nei primi giorni che io fui a Murialdo, vedeva spesso un figliuolo di forse cinque anni venir in compagnia della madre a pregare sul limitare della cappella, con un raccoglimento veramente raro all'età sua. Nell'andata e ritorno sovente incontran­domi mi salutava rispettosamente, talché da meraviglia compreso e da rispetto, era ansioso di sapere chi egli si fosse, e mi disse essere figlio del ferraio Savio, detto Minot.

Nel susseguente anno, cominciò a venire a scuola, mo­strando assiduità, docilità e diligenza; e, siccome era fornito di capacità sufficiente, fece in poco tempo note­voli progressi. La pietà, già dimostrata sul limitare del­la chiesa pregando colla madre, cresceva in lui con gli anni; aiutò la sua capacità nell'imparare presto a servire la S. Messa, e vi si portava potrei dire quotidianamente. L'amore alle funzioni religiose lo portava a servire con compostezza la Benedizione del SS. Sacramento e cantar lo­di e inni con un compagno di scuola alternativamente col padre, il che praticava anche in casa e nelle stalle.

Si confessava alquante volte fra l'anno e, appena fu capace di distinguere il pane celeste dal terreno, venne ammesso alla S. Comunione, che egli riceveva con una divo­zione in quella tenera età ammirevole. Costretto a conver­sar coi discoli, non mi consta che egli abbia avuto con essi qualche seria contesa e molto meno poi che si sia la­sciato trascinare dal loro esempio a prender divertimenti smodati o pericolosi o indecenti; nè a depredare, come si suole da simil marmaglia, le frutta altrui, o arrecar gua­sti o a burlare i vecchi e i tapini.

Nel vederlo io ho più volte detto: ecco un figlio di buone speranze, purché s'en vada fuori di casa, poiché in essa pochissimi ragazzi, tanto dell'uno che dell'altro sesso, fanno buona riuscita, per l'indolenza ecc. ecc. dei parenti. Gli esempi sono sgraziatamente molti, e la quoti­diana maestra delle cose, l'esperienza, mi ha fatto toccar con mano quanto avesse ragione il marchese di Breme quando disse: l'amor dei genitori, come quell'altro amore, ha pu­re la benda sugli occhi e bene spesso, senza volerlo, in­vece di giovare nuoce (...).

Il tuo caro e divoto amico don Zucca.
(Da M. Molineris, Nuova vita di Domenico Savio, Colle Don Bosco 1974, pp. 63-64).
È possibile visitare l’edificio o utilizzarlo per momenti di ritiro e preghiera con piccoli gruppi, previa intesa con l’ufficio accoglienza del Tempio del Colle.



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