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3.1.3. La casa del fratello Giuseppe


Il fratello Giuseppe Luigi si sposò all'età di vent'anni (1833) con Maria Calosso dalla quale ebbe dieci figli, per la maggior parte morti in tenera età. Durante i nove anni (1830-1839) di lavoro come mezzadro al Sussambrino riuscì a raggranel­lare i mezzi necessari per l'acquisto di alcuni terreni sulla collina dei Becchi e la costruzione di una casa, povera, ma di­gnitosa e sufficientemente ampia per la numerosa famiglia. Vi si trasferì nel 1839 e vi restò fino alla morte (1862).

L'edificio, situato quasi di fronte alla "Casetta", a fian­co del santuarietto di Maria Ausiliatrice, è a due piani.

Sulla facciata, accanto alla lapide che ricorda l’importanza del fabbricato, nel 2002 è stata riprodotta una Meridiana Astronomica Geografica Universale (opera degli specialisti Giorgio Mesturini e Mario Tebenghi) con una scritta tratta dalla famosa meridiana che nel seminario di Chieri scandì gli anni di studio del chierico Bosco: “Afflictis lentae – celeres gaudentibus horae”, cioè: “Le ore passano lente per coloro che sono tristi, velocemente per chi è nella gioia”.

Pian terreno


Al pian terreno, in collegamento col il Museo della vita contadina, due vani separati da una scala presentano rispettivamente la ricostruzione della cucina della famiglia Bosco (indicata come Sala T) e della camera da letto (Sala S).

Cappella della Madonna del Rosario


Ancora al pian terreno, nell'angolo a ponente dell’abitazione, Giuseppe aveva a­dattato un piccolo ambiente ad uso cappella, e don Bosco lo de­dicò alla Madonna del Rosario. La chiesetta venne da lui inaugu­rata l'8 ottobre 1848. Il Santo, fino al 1869, vi celebrava ogni anno la festa della Madonna del Rosario, solennizzandola con la presenza della banda musicale e del coro dei ragazzi di Valdoc­co. Il locale è il primo centro di culto mariano voluto da don Bosco e testimone privilegiato degli inizi della Congregazione Salesiana. Qui infatti, il 3 ottobre 1852, Michele Rua e Giu­seppe Rocchietti ricevettero l'abito chiericale. In questa cap­pella pregò certamente anche Domenico Savio il 2 ottobre 1854, in occasione del suo primo incontro con don Bosco e nei due anni successivi durante le vacanze autunnali ai Becchi.

Così don Bosco ci descrive il suo primo incontro con Dome­nico Savio:


“Il primo lunedì d'ottobre di buon mattino, vedo un fanciullo accompagnato da suo padre che si avvici­nava per parlarmi. - Il volto suo ilare, l'aria ridente, ma rispettosa, trassero verso di lui i miei sguardi.

- Chi sei, gli dissi, onde vieni?

- Io sono, rispose, Savio Domenico, di cui le ha par­lato D. Cugliero, mio maestro, e veniamo da Mondonio.

Allora lo chiamai da parte e messici a ragionare dello studio fatto, del tenor di vita fino allora praticato, sia­mo tosto entrati in piena confidenza egli con me, io con lui.

Conobbi in lui un animo tutto secondo lo spiri­to del Signore, e rimasi non poco stupito considerando i la­vori che la Grazia divina aveva già operato in quel tenero cuore.

Dopo un ragionamento alquanto prolungato, prima che io chiamassi il padre, mi disse queste precise parole: Ebbene che glie ne pare? mi condurrà a Torino per istudiare?

- Eh! mi pare che ci sia buona stoffa.

- A che può servire questa stoffa?

- A fare un bell'abito da regalare al Signore.

- Dunque io sono la stoffa: ella ne sia il sarto; dunque mi prenda con lei e farà un bell'abito pel Signore.

- Io temo che la tua gracilità non regga per lo studio.

- Non tema questo; quel Signore che mi ha dato finora sanità e grazia, mi aiuterà anche per l'avvenire.

- Ma quando tu abbia terminato lo studio del latino, che cosa vorrai fare?

- Se il Signore mi concederà tanta grazia, desidero ar­dentemente di abbracciare lo stato ecclesiastico.

- Bene: ora voglio provare se hai bastante capacità per lo studio: prendi questo libretto (era un fascicolo delle Letture Cattoliche), di quest'oggi studia questa pagina, do­mani ritornerai per recitarmela.

Ciò detto lo lasciai in libertà perché andasse a trastullarsi con altri giovani, indi mi posi a parlare col padre. Passarono non più di otto minuti, quando ridendo si avanza Domenico e mi dice: se vuole recito adesso la mia pagina. Presi il libro e con mia sorpresa conobbi che non solo ave­va letteralmente studiato la pagina assegnata, ma che com­prendeva benissimo il senso delle cose in essa contenute.

- Bravo, gli dissi, tu hai anticipato lo studio della tua lezione ed io anticipo la risposta. Sì; ti condurrò a Torino e fin d'ora sei annoverato tra i miei cari figliuo­li” (DS 34-36).
Restaurata una prima volta da don Rua, la cappella ha visto un nuovo intervento conservativo nel 2002, grazie a benefattori ed appartenenti alla Famiglia Salesiana che sono ricordati da una piccola targa affissa nel vano retrostante l’altare.

Nello stesso ambiente, in una vetrina, sono esposti alcuni paramenti e arredi sacri della primitiva cappella.

Piano superiore


Al spiano superiore, Giuseppe riservò sempre una camera per don Bosco, il quale la uti­lizzava ogni volta che si recava ai Becchi, in particolare du­rante le vacanze autunnali. Il locale si trova nell'angolo a sud ovest (Sala Z), e conserva gli arredi usati dal Santo. Per accedervi si passa davanti ad altre due stanze: l’una (Sala V), più piccola, ricostruisce lo studiolo del Santo, mentre l’altra (Sala U), più ampia, raccoglie il mobilio della famiglia Bosco.

Stalla e fienile


Sul lato est della casa si trovavano la stalla (Sala R) e il fienile (oggi ricostruiti), dove, durante le passeggiate autunnali, dor­mivano i ragazzi giunti da Torino. Essi trovavano ospitalità an­che nel granaio (stanza in cima alla scala) e sul solaio di ca­sa, ampio e ben aerato dai due abbaini fatti costruire con il contributo di don Bosco (ed eliminati durante il restauro dell’edificio attuato nel 1929).

Anche Michele Magone, fu ospite ai Becchi (1858). Don Bo­sco, ci racconta un grazioso episodio avvenuto in quest'angolo dell'aia:


“Una sera mentre i nostri giovani erano già tutti a ripo­so, odo uno a piangere e sospirare. Mi metto pian piano alla finestra, e veggo Magone in un angolo dell'aia che mirava la luna e lacgrimando sospirava. Che hai, Magone, ti senti male? gli dissi.

Egli che pensava di essere solo, né essere da alcuno ve­duto, ne fu turbato, e non sapeva che rispondere; ma repli­cando io la domanda, rispose con queste precise parole:

- Io piango nel rimirare la luna che da tanti secoli comparisce con regolarità a rischiarare le tenebre della notte, senza mai disobbedire agli ordini del Creatore, men­tre io che sono tanto giovane, io che sono ragionevole, che avrei dovuto essere fedelissimo alle leggi del mio Dio, io l'ho disobbedito tante volte, e l'ho in mille modi offeso. Ciò detto si mise di nuovo a piangere. Io lo consolai con qualche parola, onde egli dando calma alla commozione andò di nuovo a continuare il suo sonno”.
(G. Bosco, Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales, Torino. Tip. G.B. Paravia e Comp. 1861, pp. 64-65).




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