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3.1.4. Museo della vita contadina dell'Ottocento


Tra casa Graglia e la casa di Giuseppe, sotto il livello dell'aia, è stato costruito un salone con ampi archi aperti ver­so la valle, il quale ricalca nelle forme le cantinate agricole.

Qui ha sede il Museo della vita contadina che illustra la vita della famiglia contadina dell'Ottocento sulla collina piemontese. Sono esposti circa seicento pezzi di antiquariato: si tratta di mobi­li, strumenti di lavoro, oggetti d'uso quotidiano, raccolti con pazienza e cura dal salesiano laico Teresio Chiesa. Testimoniano usanze, vita e tecniche lavorative (della vite e del vino, del grano e del pane, del latte e dei formaggi, del legno...) in uso nelle famiglie dell’Astigiano, del Cuneese e del Torinese nell’Ottocento. Il col­legamento con la casa di Giuseppe accentua l'efficacia evocativa della ricostruzione.

La visita al museo risulta di estremo interesse storico e culturale. Aiutati da pannelli illustrativi e da foto­grafie, possiamo renderci conto dell'ambiente reale, dello stile di vita e di lavoro che le famiglie, come quella dei Bosco, con­ducevano nel vecchio Piemonte.

I materiali esposti sono raggruppati in varie aree tematiche: costumi dei contadini (Zona A), oggetti che si trovavano nelle camere da letto (Zona B), presso il camino (Zona C), in cucina (Zona D); attrezzi per il trattamento del terreno (Zona E), per la coltura del grano (Zona F), per la fienagione e l’aggiogamento degli animali (Zona G); pesi e strumenti per la lavorazione della canapa e del legno (Zona H); finimenti per giumenti (Zona I); strumenti di illuminazione (Zona L), di lavanderia e bucato (Zona M), di coltivazione della vite e di vinificazione (Zona N), di imbottigliamento del vino, insieme a canestri e ceste (Zona O); arnesi legati all’allevamento del pollame e delle api (Zona Q). La cantina della casa di Giuseppe Bosco è stata allestita con attrezzi e oggetti tipici di ogni cantina ottocentesca della zona (Zona P).

Durante i lavori di sterro per la costruzione del museo è ritornato alla luce l'antico forno, a forma di cupola, che ser­viva per la cottura del pane. Era stato costruito da Giuseppe; infatti quello della borgata, situato sul terreno dei Biglione, non era più sufficiente quando don Bosco veniva al Colle con i suoi ragazzi. Si trovava più in basso rispetto alla casa, sul fianco orientale della collina ed era stato ricoperto durante i lavori di sistemazione effettuati negli anni Venti. È stato ricostruito presso l’ingresso del museo.


3.1.5. Santuarietto di Maria Ausiliatrice


Suggerito a don Paolo Albera, secondo successore di don Bo­sco, dal senatore Filippo Crispolti, cooperatore salesiano, è stato iniziato il 16 agosto 1915, abbattendo la casa del fratel­lo Antonio. La consacrazione è del 2 agosto 1918. Triplice è il motivo della costruzione: celebrare il centenario della nascita del Santo; commemorare il centenario di istituzione della festa liturgica di Maria Ausiliatrice, fissata il 24 maggio ad opera di Pio VII tornato dalla prigionia napoleonica; infine, invocare la pace per un mondo dilaniato dalla prima guerra mondiale. Per questo terzo scopo i bambini di ogni nazione furono invitati ad offrire il loro obolo simbolico. Gli stemmi nazionali dipinti sotto lo spioven­te del tetto, che si congiungono dietro la statua della Madonna, ricordano questo gesto di speranza giovanile.

Il progetto in stile neogotico è dell'architetto Giulio Va­lotti, salesiano laico. La chiesa è a croce greca (10 metri per 15). Ampie pentafore laterali permettevano un tempo ai numerosi pellegrini di partecipare alle funzioni stando anche al di fuori dell'edificio. La statua di Maria Ausiliatrice pro­viene dal laboratorio di scultura della Scuola Salesiana di Sarrià-Bar­cellona. Di lato, ai suoi piedi, due statue opera dello scultore Riccardo Cordero raffigurano don Bosco e santa Maria Domenica Mazzarello.

L'attuale sistemazione del presbiterio è opera dell'archi­tetto Graziano Romaldi. Al posto del precedente altare neogotico, un muro di mattoni in forma di tenda circonda il grande crocifisso e il tabernacolo.

3.1.6. Il monumento a Giovannino giocoliere


Nell'angolo sud-est di raccordo tra l'antica casa Graglia e il museo contadino, si trovava il "pilone dei giochi", costruito nel 1929, anno della beatificazione, e affrescato dal Crida. Ora un monumento in bronzo, opera di Ennio Tesei, lo sostituisce: ricorda Giovannino Bosco che si esibiva in giochi di abilità di fronte ai ragazzi della borgata, dopo un momento di preghiera e di catechesi.
“Nella bella stagione, specialmente ne' giorni festivi, si radunavano quelli del vicinato e non pochi forestieri. Qui la cosa prendeva aspetto assai più serio. Io dava a tutti un trattenimento con alcuni giuocarelli che io stes­so aveva da altri imparato. Spesso sui mercati e sulle fie­re vi erano ciarlatani e saltimbanchi, che io andava a ve­dere. Osservando attentamente ogni più piccola loro prodez­za, me ne andava di poi a casa e mi esercitava fino a tanto che avessi imparato a fare altrettanto (...). Ad undici an­ni io faceva i giuochi dei bussolotti, il salto mortale, la rondinella, camminava sulle mani, camminava, saltava e dan­zava sulla corda, come un saltimbanco di professione.

Da quello che si faceva un giorno festivo comprenderete quanto io faceva negli altri.

Ai Becchi avvi un prato, dove allora esistevano diverse piante, di cui tuttora sussiste un pero martinello, che in quel tempo mi era di molto aiuto. A questo albero attaccava una fune, che andava a rannodarsi ad un altro a qualche distanza; di poi un tavolino colla bisaccia; indi un tappe­to a terra per farvi sopra i salti. Quando ogni cosa era preparata ed ognuno stava ansioso di ammirare novità, allo­ra li invitava tutti a recitare la terza parte del Rosario, dopo cui si cantava una lode sacra. Finito questo montava sopra una sedia, faceva la predica, o meglio ripeteva quanto mi ricordava della spiegazione del vangelo udita al mattino in chiesa; oppure raccontava fatti od esempi uditi o letti in qualche libro. Terminata la predica si faceva breve preghiera, e tosto si dava principio ai trattenimenti. In quel momento voi avreste veduto, come vi dissi, l'oratore divenire un ciarlatano di professione. Fare la rondinella, il salto mortale, camminare sulle mani col corpo in alto; poi cingermi la bisaccia, mangiare gli scudi per andarli a ripigliare sulla punta del naso dell'uno o dell'altro; poi moltiplicare le palle, le uova, cangiare l'acqua in vino, uccidere e fare in pezzi un pollo e poi farlo risuscitare e cantare meglio di prima, erano gli ordinarii trattenimenti. Sulla corda poi camminava come per un sentiero; saltava, danzava, mi appendeva ora per un piede, ora per due; talora con ambe le mani, talora con una sola. Dopo alcune ore di questa ricreazione, quando io era ben stanco, cessava ogni trastullo, facevasi breve preghiera ed ognuno se ne andava pe' fatti suoi” (MO 39-41).




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